Il primo vero libro di memorie di un reduce in senso stretto sulla Russia lo scrisse Vittore Querel, giornalista, scrittore, critico, d’origine friulana ma nato a Venezia residente a Roma, autore di libri tra cui una biografia di Costanzo Ciano e nel dopoguerra di un ritratto di Predappio, inteso come paese di Mussolini. Per lungo tempo fu collaboratore de Il Popolo d’Italia, sia per temi artistici che di cronaca[1]. Oltre alla doppia produzione sulla sua esperienza in Russia[2], Querel si dedicò alla pittura come critico d’arte e dette alle stampe un testo sui naif brasiliani oltre a scrivere numerose recensioni di vari artisti su più quotidiani nazionali[3]. Assieme alla moglie Derna fu proprietario della Galleria d’arte La Feluca in via Margutta a Roma[4], non tralasciando altri impegni come creatore di eventi[5]. Ebbe due figli, uno morto da giovane in Messico, un altro, Marco, che dapprima ufficiale di Marina seguì poi le vicende della galleria con la madre, divenendo molto conosciuto come animatore culturale a Spoleto.
“Avrei voluto parlare con maggiore calore, con più ampio respiro, con migliori capacità ricostruttiva di quella che è stata la durissima vita dei caposaldi invernali: narrare le avventure, le storie giugno uno dei capisaldi scaglionati nel fronte di fronte affidato al Csir; Devi capisaldi che lungo la linea appoggiavano le loro postazioni alle isole di contadini, e dei capisaldi avanzati, scavati nella terra, sepolti sotto la neve: ma quella che è stata all’epopea invernale dei soldati italiani in russia sfugge alla povera fantasia del cronista, sfugge alle documentario per entrare nel bureau ampio che solo può essere afferrato dal poeta. Ed un giorno dovrà pur sorgere questo poeta: colui che canterà alle glorie dei fanti sulle nevi dell’est, colui che esalterà all’eroismo inarrivabile del bersagliere, del mortaista, del lanciere, dell’artigliere del nostro tempo, combattente in territori lontanissimi, in climi nei quali sembra impossibile poter vivere. Sorgerà il poeta: a meno che l’epopea non preferisca rimanere fissata nel ritornello semplice ma spontaneo della canta nata dai soldati nelle ungue loro di veglia della piazzuola coperta che la stufa da trincea rendeva accogliente punto pag 221
Il primo vero libro di memorie di un reduce in senso stretto sulla Russia lo scrisse Vittore Querel, giornalista, scrittore, critico, d’origine friulana ma nato a Venezia residente a Roma, autore di libri tra cui una biografia di Costanzo Ciano e nel dopoguerra di un ritratto di Predappio, inteso come paese di Mussolini. Per lungo tempo fu collaboratore de Il Popolo d’Italia, sia per temi artistici che di cronaca[1]. Oltre alla doppia produzione sulla sua esperienza in Russia[2], Querel si dedicò alla pittura come critico d’arte e dette alle stampe un testo sui naif brasiliani oltre a scrivere numerose recensioni di vari artisti su più quotidiani nazionali[3]. Assieme alla moglie Derna fu proprietario della Galleria d’arte La Feluca in via Margutta a Roma[4], non tralasciando altri impegni come creatore di eventi[5]. Ebbe due figli, uno morto da giovane in Messico, un altro, Marco, che dapprima ufficiale di Marina seguì poi le vicende della galleria con la madre, divenendo molto conosciuto come animatore culturale a Spoleto.
Quanto alle sue idee politiche, e di conseguenza il filone entro il quale inserire le memorie di Russia, va segnalato che fu un fascista convinto, con tendenze di sinistra, e durante la Rsi fu direttore della Gazzetta dell’Emilia a Modena di proprietà del Pnf, che guidò in modo più moderato rispetto ai predecessori. Nel dopoguerra[6], dopo un periodo di carcere per motivi politici, il suo libro su Predappio innescò un processo di ‘riabilitazione’ del paese a fini turistici[7].
Fronte Est è un testo di 264 pagine edito nel gennaio 1943 nella quali racconta la sua esperienza con la Divisione Torino, dalla partenza nel 1941 alla metà del 1942, allorquando il Csir viene trasformato in Armir.
E’ probabile che la sua attitudine all’estetica [8][9]sia alla radice di quell’accenno nella prefazione, che nel rimarcare l’orgoglio per la partecipazione alla inevitabile guerra contro il comunismo, recupera la vitalità bellica così tipica del pensiero di quegli anni: “Mi auguro inoltre che coloro che hanno, come me, combattuto in un reparto di prima linea, sentano, scorrendo questi capitoli, la nostalgia delle lunghe marce, dei faticosi e sanguinosi combattimenti, delle splendide vittorie, delle folgoranti azioni che hanno segnato l’anno di attività del corpo di spedizione italiano in Russia: marce, combattimenti, vittorie e azioni che ho cercato di raccontare così come le ho vissute insieme con i miei fanti”[10].
Il libro è uscito ancora sotto al Regime, ed è evidente che ne raccoglie le intenzioni: Querel non tira indietro, specie quando trasmette l’eccitazione per la prossima avventura all’est, benedetta dal padre Duce: “egli salutò ogni reggimento, ogni battaglione, ogni compagnia, ogni plotone, ogni soldato: e ognuno di noi, raccolto quel saluto, lo ripose nel cuore, così come avevamo fatto con le sue parole. E questo fu il viatico per la nostra guerra… giurammo a noi stessi che saremmo stati degni dell’attesa fiduciosa della nostra gente”[11]. La guerra alla Russia comunista è insomma la logica conseguenza di un ventennio, alla quale la gioventù allevata durante il Regime aderisce in pieno: “Con Mussolini, siamo i rappresentanti di un’idea nata come forza vitale, creatrice di una barriera contro una barbarie spirituale politica: una barriera, consolidatasi con gli anni e sulla quale è ora tutta la nuova Europa, decisa a lanciarsi in avanti come un sol uomo, per liberare definitivamente l’umanità dall’incubo, dalla minaccia, che da decenni ormai, incombe sul mondo civile. Nella guerra antibolscevica noi rappresentiamo il soffio animatore, l’idea primigenia animatrice e forgiatrice, costruttiva e combattiva: siamo il forte vento che agita le bandiere alleate in questa guerra del mondo della luce contro le oscure forze dell’inciviltà”[12].
E poi: “Ogni notizia che ci raggiungeva da parte delle truppe italiane che ci avevano preceduto nel contatto con il nemico, era un incentivo, uno sprone, una forte spinta: allora dimenticavamo le fatiche del marciare affondano nell’acqua e nella mota, le difficoltà dei rifornimenti, il disastro delle giornate di sole, la sete, tutto dimenticavamo: un vero desiderio di azione, il rammarico di essere ancora lì, mentre si sarebbe potuto essere più avanti, ci attanagliava tutti”[13]. Querel quindi apertamente mostra tutte le sfumature del carattere ideologico della campagna, la smania di menar le mani, perché è una strada segnata. “Dove si è combattuto; un compagno è caduto, la tomba è ornata di fiori. Il tumulo resta segnare la strada per cui sono passate la vittoria e la civiltà”[14], lascia scritto nella didascalia di una sua foto, dove ha immortalato una semplice staccionata rettangolare, con due tombe e qualche fiore. Niente di spettacolare, ma è significativo che molti di questi lavori memorialistici non possano non fare a meno, specie nelle fasi iniziali del racconto, di parlar delle tombe. Punti cardinali della memoria e dell’identità, appropriazione di spazio e continua affermazione di se oltre che omaggio alla terra, ossia alla visione materna della morte.
Non è casuale che in uno dei migliori passaggi del libro, quello che gli fa descrivere un campo di battaglia, Querel si lanci a dire “I fanti guardavano le tombe del carro: poi uno prese delle foglie di girasole e, fattene una palla, la stritolò fra le mani, si accostò alla lamiera del carro e con quell’inchiostro naturale, scrisse con tutta semplicità: Viva Mussolini; le lettere vennero fuori di un colore verdognolo come le olive mature”[15]. La firma sul cadavere del carro nemico, sull’altare della morte, morte di cui non si ha alcun merito trattandosi di uno scontro tra tedeschi e russi, esorcizza la propria morte. Un terrore nascosto che si riesce a descrivere solo esternalizzando l’orrore, allontanandolo da se, con la consueta e indispensabile onda estetica sulla quale salire: “I carri armati, i loro bravi equipaggi, avevano resistito ad ogni costo: magnifici soldati davvero questi carristi rossi che erano ancora tutti dentro i loro tanks, qualcuno ancora riconoscibile, la più parte però ridotti ad una poltiglia di ossa di carne putrefatta. Bravi tankisti, degni proprio della più bella canzone che l’anima delle folle russe abbia espresso per i soldati di questa guerra: la canzone dei Tri Tankisti, malinconica canzone, dolcissimo peana in onore di prodi soldati… Qualcuno dei carri era ancora chiuso dal di dentro: l’esplosione non aveva fatto saltare le grosse botole di ferro, le chiavarde fusesi nell’interno avevano impedito ed impedivano a chiunque di violare quelle tombe in mezzo a girasoli. Soltanto attraverso di squarci dei proiettili si sarebbe potuto vedere qualcosa dentro: ma la puzza che usciva da quei carnai in putrefazione rendeva impossibile l’avvicinare l’occhio alle lamiere. Da dentro di uno di questi carri, colpito da mitragliatrice anticarro, trovammo il carrista pilota con le mani troncate di netto dal corpo ed ancora attaccate, contratte sulla leva”[16]. Ci sono accenni in stile malapartiano qui e difficili da credere, e un riconoscere il valore del nemico come chiesto dalla propaganda ufficiale, ma soprattutto rovesciare oltre, lontano, come se appartenesse ad altra sfera, ogni accenno retorico della morte: la retorica appartiene allo spirito, secondo Querel, e lo spirito è quasi tutto nella guerra fascista. “Fu così che il fante potè parlare con la camicia nera, la quale gli raccontò subito della sua partenza per la Russia e delle parole che il Duce aveva detto alla Legione ancora in Italia: ed anche il fante ricordava bene quanto aveva detto Mussolini, sapeva che lui con le stellette, e la camicia nera coi fasci, erano tutti uno stesso esercito, fascisti tutti, venuti quaggiù per battere il comunismo, vincere la guerra, imporre ancora una volta all’ammirazione del mondo le virtù militari degli italiani. C’era in tutti, militi e fanti, un grande orgoglio per essere stati prescelti a rappresentare la patria fascista nella guerra antibolscevica”[17].
Va insomma in Russia una generazione, specie nei ranghi intermedi, politicizzata, convinta del gesto e quasi felice di misurarsi, e che si convince che il paese sia con loro. Come dimostra inoltre il viaggio verso il fronte e le manifestazioni di cameratismo dei tedeschi ma anche dei lavoratori italiani. In poche pagine si inizia a condensare il solito indice di argomenti che si ripeteranno, come per esempio italiano bono soldato: siamo ancora nel viaggio di andata, in Austria: “oltre Teuttmann assistemmo ad una indimenticabile scena: il treno s’era fermato, c’era in un campo una vecchia contadina che falciava, dei fanti nostri scesero, si fecero dare la falce ed in dieci minuti tagliarono quasi tutto il fieno del piccolo campo. La vecchietta guardava commossa con le mani incrociate sul grembo”[18].
Una iconografia completa alla quale non manca Garibaldi, citato negli incontri con gli ungheresi, la confessione di 1500 chilometri fatti a piedi però con tutta una giustificazione fantasiosa che merita di essere letta: “Questa marcia che fu lunghissima e rispondente a particolari concetti del nostro comando, doveva servire a collaudare il grado di addestramento ed efficienza fisica dei nostri soldati. Ma doveva pure servire ad introdurci gradatamente, e quasi con metodo, nel mondo della guerra: doveva anche permetterci di accumulare un grande materiale di osservazione di documentazione dandoci la possibilità di inquadrarci, fin dei primi contatti con essa, sul vero valore della ‘civiltà rossa’”[19].
C’è anche il solito accenno razzista: “per la prima volta prendevamo contatto con un popolo miserabile che sempre avremmo avuto tra i piedi nel nostro anno di guerra”[20]: si riferisce ai romeni.
Ma che romeni sono, in realtà?[21] “Alle porte delle catapecchie, per le strade, c’erano uomini dallo strano aspetto: lunghi camiciotti bianchi sopra mutandoni strettissimi alle gambe magre, tutto vestiario che in origine doveva essere candido, ma che adesso faceva orrore, facce macilente, giallastre, incorniciate da lunghe, disordinate, sporchissime barbe: in testa, uomini e donne avevano vecchi capelli scuri, bianchi, verdi, marrone, a Pan di zucchero o alla tirolese, alla cacciatora o alla Stefano Pelloni: quanto l’Europa aveva rifiutato, in fatto di copricapi, negli ultimi trent’anni, era stato, chissà da chi, radunato quaggiù, barattato o distribuito a questa marmaglia di pezzenti di affamati, a questi ebrei che si erano rifugiati in questa zona di confine dopo essere stati respinti da mezza Europa, anche qui malvisti, anche qui in erti dei giorni e delle ore di sosta, pronti domani a riprendere le strade del loro tragedia, della loro maledizione”[22]. Quei giudei che erano in combutta coi ‘rossi’, e che in Bessarabia si erano aggregati alle truppe della Armata Rossa in ritirata. Ma che poi “passavano in direzione opposta alla nostra… file interminabili di ebrei che venivano avviati verso i campi sorti apposta per togliere dalla circolazione questa gente pronta a pescare nel torbido di tutte le ore… gli ebrei superavano nella sordidezza i prigionieri, più pezzenti, più affamati erano, facce lunghe ed ispide barbe, volti pieni di spigoli, visi itterici, cattivi, donne dall’occhio torbido, dalle mani nere, ragazzi pieni di croste schifose: un rifiuto dell’umanità parevano e lo erano veramente”[23]. Il binomio comunismo-giudaismo è l’obiettivo principale delle invettive più ci si addentra, anche di poco materialmente, ciò che conta è addentrarsi politicamente e ideologicamente, nella terra russa: “Avevamo avuto modo di fare parecchie constatazioni, specialmente per quanto riguardava il bestiale stato di abbrutimento delle popolazioni rurali: una miseria inconcepibile gravava su questa gente che abitava una delle più fertili e produttive regioni d’Europa. Inspiegabile miseria, se non avessimo subito imparato a conoscere il sistema sovietico di sfruttamento delle terre e degli uomini. Le storie che abbiamo sentito in questi primi giorni di nostra vita in Russia, basterebbero da sole a riempire un libro, a far fremere d’orrore”[24]. Il viscerale anticomunismo si rivela potente e in suo soccorso viene immancabile anche l’idea di crociata cristiana: a Balti, subito dentro i confini ex sovietici, appena poche settimane dopo l’inizio della guerra Querel nel raccontare la consueta ripresa della fede e delle liturgie dice che i danni fatti dal regime comunista alla religione hanno dei responsabili: “Quella turpe scena, quella orribile giornata in cui si manifestarono i bassi e barbari istinti di una plebaglia manovrata dei Giudei, non sarà mai dimenticata dai cristiani di questa cittadina al di là del Nistro”[25].
In molti raccontano della timida rinascita delle istituzioni religiose nei territori ‘liberati’ dall’Asse, e Querel non si tira indietro, anche se nel caso della basilica di Balta c’è il fondato sospetto che questo passaggio sia stato o inventato o riportato, perché più avanti l’autore affermerà di essere arrivato dopo e di aver assistito allo sposalizio dei due giovani. Ebbene, riaperte le porte della chiesa: “Il pope, che era tra il suo gregge, avanzò con le braccia alzate verso il cielo, benedisse la sua antica basilica, entravi in essa, la sua figura ieratica si staglia davanti alle nude volte. La barba bianca, gli occhi miopi pieni di lagrime, le guance smunte, un grande crocifisso argentato che portava al collo, le mani diafane gli davano gli davano un aspetto irreale”[26]. Più facile, anzi meglio, se fosse stato inventato o almeno riportato di seconda mano e quindi caricato di significati. La processione che ricongiunge con il cielo, l’”irrealtà” del tutto, propone una visione cinematografica, costruita, di questo anziano Cristo, fragile, che si riappropria di un luogo che i nemici avevano trasformato in ben altro, in un teatro, il tutto destinato a stimolare la pietà, in una ricongiunzione con l’eterno. Quando invece arriva la sua diretta testimonianza, ossia “Quando arrivai alla basilica, essa era gremita di fedeli anche sulla scalinata esterna. I bianchi fazzoletti delle donne ucraine, i loro corsetti policromi si univano agli scuri colori dei vestiti maschili: le acconciature del capo delle ragazze ricordano certe vecchie stampe di romanzi russi di un tempo. (Questa, pensavo, era ancora l’antica Russia. Venticinque anni di esperienza comunista sono passati sopra di esse e non hanno lasciato traccia: la Santa Russia del popolo si è addormentata cinque lustri fa ed ora si risveglia scuotendosi di dosso le scorie che la tempesta ha deposto sul suo corpo di bella addormentata nel bosco”[27], Querel testimonia una errata interpretazione sullo stato della sensibilità religiosa della popolazione sovietica, cosa che avrebbe invece dovuto capire visto che lui stesso dei due sposini scrive: “Non potevano avere più di vent’anni, si vedeva come si sentissero spaesati in quell’atmosfera mistica, forse non capivano neppure il perché di tutta quella cerimonia liturgica”[28], e che dimostra l’efficacia della propaganda antireligiosa sovietica per ventanni. La contrapposizione con l’uso della chiesa fatta dal bolscevismo, ossia un teatro, viene raccontata così: “Ho letto i titoli di qualche commedia interpretata dai ‘compagni attori del club operaio della fabbrica di tabacco numero 83’; già dai titoli si possono arguire lo stile il tono del lavoro i comunisti: Noi contro il mondo, commedia in 6 atti, Il Dio vinto dal motore, titolo che forse farebbe piacere nostri futuristi, lo Stakanovista Anatol, la Komsomolka ecc.”[29]. La chiesa era rimasta sacra, ma eletta ad una altra religione, ossia il comunismo: aveva solo cambiato Dio, non funzione. Era diventata, il motore che batte Dio ne è testimonianza, luogo di celebrazione dei Piani Quinquennali, che avevano elevato la motorizzazione e la modernizzazione del paese a nuovo obiettivo non solo strategico, ma ’religioso’, la Russia di Stalin.
Se fin qui l’atteggiamento di Querel non si distacca molto dagli altri propagandisti più o meno vicini alle direttive del Regime, è nel racconto prettamente militare che invece il suo apporto alla memorialistica è originale e di valore, perché è evidente che si tratta di un uomo con notevoli capacità espressive e culturali. Lo dimostra nei capitoli centrali del libro, quelli che raccontano l’avanzata in Ucraina nell’autunno 1941 e le battaglie che confluiranno negli scontri di Natale. Qui con maestria contribuisce a creare il mito del valoroso soldato italiano di fronte al nemico, ben armato e agguerrito: senza troppa retorica, veri o falsi che siano i racconti, riesce a trasmettere al lettore l’orgoglio bellico e l’onore militare delle truppe italiane. La visione e i giudizi sono limitati dalla sua azione personale, alle gesta che ha compiuto con il suo plotone-compagnia–battaglione, ma rappresentano uno prototipo cfedibile del combattente italiano in Russia. Le azioni che racconta si limitano spesso al plotone, al gruppo di mortaisti[30] o mitraglieri, il reparto comandato da un ufficiale di complemento. E spesso è la logica dell’arditismo, dei colpi di mano[31], che fa da base all’esaltazione delle virtù belliche italiane[32]. Si può anche dire che le sue descrizioni potrebbero essere una buona base per la sceneggiatura di un film di guerra. Ha il pregio di non indulgere in nessun campanilismo, nel macchiettismo, nemmeno nello strapaese o nel regionalismo, malattia della memorialistica successiva. Non ci sono nomi di commilitoni, né dialoghi. Ma il suo è comunque un libro ‘al servizio’ di un ideale politico o quantomeno strumentale e presta la sua ragione aderendo senza critiche ai valori della sua formazione giovanile. Non ha dubbi. Sente con calore di aderire ad una missione, e ne da sempre una spiegazione inequivocabile. E’ a tutti gli effetti il prodotto di una ‘industria culturale’, ed è onesto dire che si tratta di un ‘buon operatore’ culturale dal lato in cui si trova.
Ha una visione estetica della guerra, e non potrebbe essere diversamente vista la sua formazione: come dimostra un brano nel quale riporta la sua visita ad un campo di aviazione russo distrutto dai bombardamenti: “Una visione grandiosa di morte, quei grandi uccelli meccanici che giacevano al suolo in uno spazio di 10 o 12 km² facevano impressione come se fosse esseri umani feriti: le bombe e le rose della mitraglia li avevano colpiti nelle più diverse parti, il fuoco li aveva avvolti, consumati, si era impadronito della tela, delle strutture di legno: agendo sugli aleroni, sul ferro dei tiranti, sulle leve, aveva dato movimenti e contorsioni quasi umane agli apparecchi. Ed ora essi avevano pose che sembravano tragiche come se avessero tentato una vana reazione contro la morte: qualcuno però era stato appena colpito, solo qualche ben diretto colpo di mitraglia aveva troncato la vita dei Rata e dei bombardieri via, li aveva momentaneamente messi fuori uso”[33]. Col taglio futurista, col rogo degli aerei morti realizza un processo di umanizzazione della macchina, di trasferimento sull’oggetto del desiderio di morte altrui. Gli elementi immateriali della macchina diventano corporei, scheletro e membra, nel colpire la materia inerte, si colpisce quella viva. E l’uomo che è ‘dentro’ la macchina è solo strumento senza identità di uno spettacolo per certi versi primordiale. Laddove sono uccelli contorti nello spasimo della morte, in vita diventano pesci, volanti: “Era uno spettacolo emozionante vedere quei duelli aerei tra le cattedrali di nubi che ogni giorno il vento della prateria offriva agli orizzonti del Nipro. Contro sole saettavano gli aerei, le ali avevano riflessi argentei come di pesci volanti sopra un mare in tempesta. Il nostro cuore batteva allora più forte, seguiva le acrobazie dei nostri piloti, le nostre orecchie succhiavano il rumore dei motori e il canto delle mitragliatrici, tutto il nostro sangue gioiva nella vittoria dei camerati azzurri”[34]. Il cielo insomma è una quinta teatrale benedetta di una liturgia di guerra, che alimenta lo spirito e l’armonia estetica interiore, in un connubio mistico. Ricorda certi affreschi nelle chiese, sguardo verso l’alto, quell’emozione incontenibile del rapimento estatico di santi e fedeli.
E’ della stessa famiglia passionale ogni accenno alla grandiosità dello spettacolo oscuro e misterioso della guerra, l’ignoto profondo che chiama in ogni istante l’uomo alla suprema avventura: “Debbo sfuggire alla tentazione avvincente di descrivere l’atmosfera strana ed avventurosa in cui varcammo il gran fiume: le sue acque erano nere sotto di noi, talvolta a 50 m sotto i nostri piedi vedevamo luccicare squamosità argentee che il riflesso degli scopi talvolta rendeva rossastre… Dovevamo procedere a passo d’uomo badando bene dove camminavamo, molte tavole erano rotte sulle passerelle, con lo zaino in spalla non era agevole arrampicarsi per le scale atti di legno corda: colpivamo, nel buio, miracoli di equilibrio. Appena giunti sulla riva sinistra, ci spostammo dalla strada buttandoci sulle sabbie, li dovevamo attendere che tutto il battaglione passasse; ci addormentiamo allo scoperto, sotto quel cielo freddo, sotto le stelle luminosissime”[35].
E non manca ovviamente anche il rapporto simbiotico tra senso estetico e valore amoroso con i superiori, evidente quando parla del generale Ugo de Carolis che comandava le fanterie della Divisione Torino. “Bellissimo generale, Ugo De Carolis. I soldati in Russia avevano imparato ad amarlo… Egli, proveniente da un glorioso reparto di cavalleria, cavalleggero tra i migliori più arditi d’Italia, aveva assunto intero e perfetto l’animo e la forma del fante, era più fante di tutti noi: il soldato se n’era subito accorto e aveva contraccambiato di pari amore, l’affetto di questo generale che, poco più di un mese più tardi sarebbe eroicamente caduto alla testa delle sue fanterie”[36].
E quando descriverà la morte del generale a Chazapetovka, cittadina che dal 1958 si chiamerà Vuhlehirs’k, Querel spiegherà che ” la morte del loro comandante metteva veramente nell’animo dei fanti un amaro desiderio di vendetta: i soldati della Torino, balzati in avanti si avventavano, in mischia furibonda, contro i fortilizi che, per più giorni erano apparsi imprendibili. Nulla ora poteva resistere all’impatto, nulla poteva rimanere intatto davanti al irruenza sovrumana, con cui fanti, sprezzanti d’ogni minaccia avversaria, per niente intimiditi da raddoppiare dei colpi di mitraglia, di mortaio russo, si gettavano all’assalto delle rocce, piombavano nei nidi nemici, ripulivano a bombe a mano, a pugnalate, usando ogni arma, i moschetti ed i fucili come clave, lanciando a mano le bombe di mortai da 45, quando non c’era il tempo di usare il mortaio”[37]. Scorre il sangue della vendetta per l’uccisione del ‘padre’, scorre per ‘ripulire’, termine che non è neutro e che indica il confine netto tra ‘pulizia’ e ‘lordume’, che preannuncia l’immancabile disumanizzazione del nemico. La cui esposizione cadaverica è necessaria per compiere quel rito di passaggio: “Nel primo raggio, i cadaveri russi sparsi sulle rive di isolotti, Biancheggiano come calcificati: neri corvi volavano bassi con un gracidio che dava brividi”[38]. E’ sempre così, in Querel. A fare spettacolo è sempre la morte degli altri. Non ci sono e non si troveranno descrizioni uguali dei cadaveri di soldati italiani. La brutalità della morte, l’orrore della morte, riguarda sempre l’avversario. E c’è un intento punitivo, irridente, in quella esposizione: poi quando entra nel terreno della battaglia, quando racconterà gli scontri autunnali e invernali, compie un viaggio a ritroso nel sentiero di guerra che non è solo spazio e tempo, da riaffermare, ma la prova del pericolo scampato e del fatto che la morte è sempre presente ma estranea, è ‘altrove’.
Ma andiamo con ordine. Ad un certo punto descrive il ritorno verso le linee amiche dopo una breve avanzata: “Sulla via del ritorno, passando per i luoghi in cui era combattuto, potemmo riscontrare sul terreno gli effetti micidiali delle nostre armi sullo schieramento nemico. Nelle trincee sconvolte, nelle postazioni d’artiglieria, nei ricoveri, tra i campi di mine erano centinaia, a migliaia, i morti sovietici: nel più atroce degli atteggiamenti, nelle più scomposte attitudini erano stati afferrati dalla morte, quei soldati rossi cui comandanti avevano promesso una facile vittoria sulle nostre truppe e la riconquista della sponda destra del Dnieper. Un’altra volta le armi fasciste avevano troncato i progetti del bolscevismo”[39].
Tutto sarà più scoperto quando le forze italiane affronteranno Stalino: di fronte alle costruzioni sovietiche e alle distruzioni Querel insiste dicendo: “non passava giorno, senza che ne facessimo una nuova constatazione sullo stadio di regresso e di inciviltà in cui il comunismo teneva i suoi schiavi”. Tutto questo è chiaro da intuire, perché “venivano facili alla mente di tutti noi i paragoni tra quanto era stato fatto dal fascismo in Italia e quanto qui dal comunismo nello stesso periodo di anni: quale abisso tra le due rivoluzioni, tra i due regimi, tra le due civiltà! Pensavamo a questo pur ribellandoci all’idea di accostare alla parola comunismo la parola civiltà”[40].
Spunta insomma il vecchio labaro della civiltà italiana, E ovviamente della superiorità dello spirito italiano. Le vittorie, il migliaio e mezzo di chilometri fatti a piedi, combattimenti, le sofferenze, non possono essere spiegati e giustificati che con “avevamo sul nemico il predominio del morale: il nostro entusiasmo si rafforzava nelle difficoltà, viveva luminosamente ingigantendo nel pericolo, si accendeva nel sacrificio. Diciamo subito che in condizioni proibitive, sotto ogni punto di vista, il soldato italiano seppe imporsi a un nemico che aveva deciso, proprio in quell’epoca, di passare al contrattacco di sgombrare tutta l’Ucraina dai fascisti nello spazio di due settimane”[41].
Quando poi parla dell’epopea di Gorlovka, una delle battaglie cruciali dello Csir in Ucraina, il futuro gallerista di via Margutta a Roma, la racconta come se fosse una specie di Stalingrado, con postazioni, trincee, casa per casa, case e fabbriche intese come fortilizi, ma contro le quali “i fanti italiani si accanirono con ostinata, italiana tenacia per due giorni, manovrando, usando, ricorrendo a tutte le risorse di una intelligente strategia, attingendo alle più pure fonti dell’eroismo, pur di avere ragione di un avversario durissimo, aiutato da una formidabile sistemazione difensiva, da un continuo affluire di nuove forze”. [42]
Il peso di queste pagine è nella direzione di contribuire a costruire mattone dopo mattone il mito del valore del soldato italiano, “perché noi fanti, per i cavalleggeri, per i bersaglieri, per le camicie nere, la parola ‘insormontabile’ non esisteva. Noi si andava avanti, si andò, si va avanti”[43].
Insomma se a Gorlowka i russi hanno dalla loro questa formidabile struttura difensiva, così come la ritiene Querel, ed è un “nemico che combatté magnificamente anche se poi, appena vede che non può resistere, butta la divisa indossa gli abiti dell’operaio e vi accoglie con l’aria più differente del mondo”, qui si compie una specie di autentico miracolo: “davanti alla dura tenacia dei nostri, anche Gorlowka cadeva: un’altra delle grandi città più grandi del Donbass era nostra, nostra, di noi italiani così”[44]. Nostra. Non è un errore, sente proprio il senso di proprietà di questa città conquistata, nostra nel senso di possesso, di proprietà. La città sempre ucraina sovietica rimaneva, ma quell’acquisizione sposta il baricentro del pensiero, sposta proprio il senso di proprietà.
Ma questo d’altronde è il senso del bottino che tutte le guerre in qualche modo scatenano nei militari, nei soldati. Ma certo “a nulla potrà contro il cuore dei nostri soldati, la feroce violenza del imbestialito nemico”[45], dimostrando anche qui che tutto questo processo di aggressività igienizzante non può realizzarsi se non c’è la trasformazione del nemico in odio profondo e in bestialità: la strada della disumanizzazione del nemico.
Una lunga parte del libro è dedicata al racconto di azioni belliche e si tratta di una parte molto interessante perché oltre a narrare in senso estetico cosa sia un scontro, “i proiettili di mortaio arrivavano con il loro caratteristico frullio, si insaccavano nel ghiaccio con un secco ‘ciac’, lo rompevano senza scoppiare, perdendosi sott’acqua: quelli di artiglieria fischiavano nell’aria gelida, correvano lontano. Non ci fecero nessun danno: a qualcuno regalarono un poco piacevole bagno freddo per la rottura del ghiaccio”[46], o “ci aprimmo il più possibile onde offrire il minor bersaglio al tiro nemico e cominciano ad avanzare strisciando sulla neve“; si tratta di una guerra di piccoli reparti ma ‘dentro’ un nucleo vivo, borghi da conquistare, nemici da attaccare, partigiani da accerchiare, in un continuo contrasto con la realtà civile. La guerra infatti s’insinua tra le cose della vita, cambia l’uso degli oggetti, tutto diventa straniato. “La puzza dei morti era nell’aria, vagava tra quelle immense buche scavate dalle granate: tra quelle case che non avevano pareti, scheletri anch’esse. Arrivava ogni tanto qualche colpo, malinconiche pallottole zirlavano nell’aria. La linea era a molto meno di un chilometro, allorchè facemmo alt in un boschetto di platani. C’era una radura lì: in mezzo tante panchine, una pedana per il ballo, un palco per l’orchestra. Ma adesso, col sole che stava uscendo, la musica era fatta dai cannoni, la morte danzava”[47].
Benché sia evidente che l’intento di Querel quando racconta le imprese del soldato italiano sia soprattutto elogiativo, la creazione del mito di un guerriero, il vero valore delle sue cronache, o meglio delle cronache che successivamente sono diventate un uso strumentale della memoria, risiede nella sua capacità di semplificare l’azione militare, di porla al lettore con una straordinaria chiarezza. L’episodio delle pattuglie di osservatori di artiglieria, che dall’abbaino di una isba tramite la radio danno indicazioni alle batterie a qualche chilometro dalle linee di colpire il nemico di fronte, è assolutamente pregevole. Perché l’azione, il lessico di questi artiglieri è rappresentativo di una unicità militare. È un linguaggio iniziatico, tecnologico, specialistico, inusuale nella memorialistica di quei giorni. Intanto questi artiglieri per parlare tra di loro a distanza di chilometri usano una radio e quando c’è una radio c’è uno specialista che la usa. Querel ci rivela che questi brani li sta ricopiando da appunti che aveva preso sul campo, e che gli servono ora per descrivere una ‘radioscena’. Se non è un neologismo poco ci manca, ma è efficace. ” La voce sonoramente toscana dell’artigliere cadeva rotonda nel silenzio generale. ‘Attenzione Fini, attenzione Fini, rispondi subito, rispondi subito; mi senti bene? Mi senti bene? Eccoti una serie di numeri… uno…. due… tre… undici… dodici. Ripeti se mi senti bene, ripetilo, attenzione, passo in ascolto, sto…’…. I due radiotelegrafisti mettevano a tono le voci. Poi il soldato che era con noi rispondeva: ‘Attenzione Fini, attenzione, passo l’apparato, passo l’apparato. È il tenente Pocchini che parla, il tenente Pocchini: dammi il tenente Grappelli, il tenente Grappelli. Fai presto Fini, fai attenzione, urge intervenire immediatamente su obiettivo numero 20, obiettivo 4, 7. Avvertire batterie interessate, avvertire batterie, e quel tenente. Passo’. Il tenente pattugliatore era adesso sceso dall’osservatorio, s’era fatto cedere il posto all’apparecchio, parlava direttamente con un collega della batteria: gli dava i dati di tiro, gli ripeteva cioè per maggior sicurezza, suggerendo qualche indicazione per degli spostamenti del fuoco…. Dopo 3 minuti dalla richiesta del fuoco, la nostra artiglieria era già entrata in azione: magnifici artiglieri! Adesso i fanti erano quasi tutti usciti dalla casa: non pensavamo all’insidia dei fili nemici: volevano godersi lo spettacolo del nostro concentramento di fuoco: i proiettili arrivavano fulminei e colpivano con una precisione sbalorditiva gli obbiettivi che l’osservatore aveva indicati . Pareva proprio che le batterie appostate qualche chilometro dietro, vedessero i bersagli su cui sparavano… Dall’abbaino su cui ero salito, vedevo laggiù la terribile giostra delle granate in arrivo: le postazioni nemiche venivano sconvolte, frantumate, degli autocarri saltavano in aria: uno spettacolo infernale. Durò quattro minuti. Poi l’ufficiale pattugliatore scese all’apparato: ‘Attenzione, attenzione, è Pocchini all’apparato: sospendere il fuoco, sospendere il fuoco. Passo’”[48] E questa scena, anzi questa radioscena, è probabilmente tutt’altro che inventata perché è vero che non si sa chi siano Pocchini e Grappelli, ma c’è purtroppo un Armando Fini nato a Genova, caporale delle 52esimo reggimento artiglieria della divisione Torino che risulta disperso il 31 dicembre 1942, nei giorni della Ritirata.
“A nulla valsero gli ostacoli, a nulla il fuoco, a nulla le mine: si videro episodi del più puro eroismo: un ufficiale di fanteria sacrificò le sue gambe per correre a salvare un tenente medico che per raccogliere un ferito da mine s’era portato con sublime sprezzo del pericolo, in un campo cosparso degli infernali ordegni: la vita fu lanciata nel vortice del sacrificio dei soldati italiani con la piena consapevolezza di fare un offerta per la vittoria comune. L’irruenza, il coraggio, la decisione dei nostri fanti hanno magnifici. Messi di fronte al saldo animo e alla ferrea tempra dei soldati italiani nulla potevano fare il numero superiore e la migliore posizione in cui si trovava il nemico. Le armi di accompagnamento richiamarono a morte nei reparti avversari; i plotoni mitraglieri erano con noi, quelli dei mortai d’assalto furono meravigliosi per precisione e tempestività. Bravissimi mortaisti! Il fante rimase ammirato dal loro ardire, si sentì il cuore riempire di emozione allorché vide le bocche dei mortai accanto al suo mitragliatore, difese con la fredda sua calma, i camerati che, allo scoperto ed in piedi, in mezzo alla pioggia delle pallottole nemiche, postavano le armi, spolettavano le bombe, davano le giuste inclinazione e loro bocche da fuoco, segnavano la morte tra le fila russe!” [49].
Nell’elogio dei mortaisti e dei pontieri c’è indiscutibilmente un occhio di riguardo verso quelli che possono essere considerati i gregari del fante, gli uomini di supporto. Querel quindi non si sottrae questa volta all’idea del corpo completo dell’esercito, tutti i figli sono uguali all’interno della materna casa dell’esercito.
Nell’osannare i pontieri di Verona Querel ritrova però pezzi della retorica ultraventennale quando parla di improba fatica, epico lavoro, Superiori a qualsiasi elogio, giornate ardenti, tutto che verrà ‘ricordato nell’albo d’onore del battaglione’.
Retorica che scompare quando “Cerchiamo di orientarci sui punti di provenienza dell’offesa nemica: comincia quindi la lenta, talvolta sanguinosa, opera di infiltrazione nei punti tenuti dall’avversario. Il boschetto è ripulito anch’esso, trincea per trincea, il nemico è snidato dal terrapieno; è il crepuscolo quando l’avversario, casa per casa, edifizio per edifizio, è distrutto. Si trattava di reparti partigiani in borghese. Hanno combattuto magnificamente facendosi uccidere sulle armi, non cedendo: è stata un’azione durissima, tutto il pomeriggio è stato costellato da scoppi di bombe a mano e da urla… Nell’alba opaca rastrelliamo il campo di battaglia del giorno precedente, raccogliamo i nostri morti, di seppelliamo nelle posizioni conquistate. Prima di procedere nell’avanzata, rendiamo gli onori ai camerati immolatisi per la vittoria ed ora sepolti in cima ad un piccolo colle sotto rozze croci di legno. Gli elmetti dei caduti sono sulle croci: accanto ad essi rimane la nostra tristezza”[50]. Seppellire i propri morti nelle postazioni del nemico è atto di conquista doppia, le croci e gli elmetti atti liturgici per legittimare l’avvenuta appropriazione.
“La colonna del 81º proseguendo verso Debalzevo, all’altezza del ‘primo casello sul Bulavin’ veniva improvvisamente attaccata da grosse forze di cavalleria russa. I nostri riuscivano però a formare un quadrato; il quadrato delle guerre ottocentesche, con agli angoli pezzi della compagnia anticarro – bersaglieri aggregata alla Torino, riusciva ad avere ragione di cosacchi che venivano all’assalto ventre a terra, le sciabole curve sguainate, riempiendo di urla selvaggia l’aria fredda. La colonna, sbarazzatasi del nemico, superate altre resistenze avversari, raggiungeva poi Debalsevo dove prendeva collegamento con la 111ª divisione di fanteria tedesca. Durante le sue azioni la colonna del 82º aveva espugnato alcuni fortilizi rossi con l’impiego dei lanciafiamme della compagnia lanciafiamministi del Csir. Ragazzi pieni di fegato a tutta prova, questi arditi, in più riprese s’erano avvicinati strisciando sul terreno sprezzanti della reazione nemica, ad alcuni fortilizi sovietici e ne avevano annientati difensori con il preciso il lancio del loro liquido incendiario”[51].
“…nonostante l’insistenza, l’eroismo, la sublime baldanza dei fanti italiani, nonostante il sacrificio meraviglioso di alcuni tra i nostri migliori ufficiali, il costone non passò nelle nostre mani. Le ‘Guardie alla frontiera’, mandate dal comando russo a difendere la posizione con il preciso compito di’ tener duro a morire’, si comportarono da bravissimi soldati. Non cedettero di un passo; trovammo veramente, sui costoni di Jelenovka, un nemico che, per coraggio, era degno di noi”[52].
E ancora: “I russi annidati nelle vicinanze di un segnale trigonometrico, vengono raggiunti di sorpresa dai nostri fanti che combattono silenziosamente all’arma bianca; poi l’attacco si fa violento a bombe a mano, entrano in azione le mitraglie, i mortai d’assalto. La tenace difesa del nemico non ci sgomenta: alcune postazioni in caverna sono prese con i lanciafiamme, un macabro odore di carne a bruciacchiata e nell’aria”[53].
Lo scontro avviene nei villaggi, ma sembra che sia un fatto privato, un grande nicevò: “La gente era impassibile, la solita gente russa, scoppiavano i colpi di mortai e la gente andava per acqua, dovevamo spesso sospendere, noi e i russi, di fare a fucilate per le strade perché di ragazzini andavano pacifici, in mezzo alle pallottole, a pattinare sul laghetto gelato che era accanto alla raffineria del petrolio”[54].
La guerra si addentra nella società russa, più si va avanti più si fa conoscenza col nemico, più la verità emerge nella sua crudeltà: “Anche nei sobborghi davanti a noi erano battaglioni di partigiani: ce l’avevano detto dei disertori, l’avevano controllato i nostri esploratori; in azioni di pattuglia ed in puntate audacissime fatte spesso di notte ne avevamo catturati, armati di bellissimi mitragliatori e fucili automatici. Naturalmente, poichè combattevano in borghese, non li avevamo trattati coi guanti”[55]. Potrebbe scricchiolare qui il mito del ‘bono italiano’, la fucilazione dei partigiani in armi dei prigionieri, benchè al di là delle linee nemiche e non tra le proprie come da tradizione, andrebbe spiegata con la spietatezza della guerra. L’ipocrisia delle vesti borghesi nulla toglie alla dignità dei combattenti dell’altra parte, ma poi Querel se la cava dicendo che: “I ‘Communist Partisani’ come dice la gente ucraina, sono quasi tutti’ ebrei’ , non hanno più nulla da perdere, fanno una guerra disperata, quando vedono il proprio non c’è più nulla da fare, buttano le armi, pronti, però, a riprenderle per un vile assassinio del soldato isolato, per la vigliacca guerriglia del Franco Tiratore: gente questa con cui sarebbe debolezza avere pietà; come vi ho detto, pescati in borghese con le armi in pugno avevano sempre la sorte che si meritavano;, però quando combattono, combattono Bene, da arditi avventurieri”[56].
Funzionale, come si è visto spesso, questo riconoscimenti del valore dei nemici; lo è anche e di più per le truppe d’elitè dell’Armata Rossa, cole l’autore tiene a sottolineare un una nota. “La ‘Guardia Rossa’ è il nerbo delle armate sovietiche, ed è composta da ufficiali e soldati spesso giovanissimi: nati e forgiati nella fucina comunista, ignoranti di ogni cose che non porti l’etichetta della stella rossa, della falce e martello, sono tutti ferocemente convinti della loro forza, della intangibilità della potenza russa, non hanno il minimo dubbio sulla veridicità di quanto è stato loro inculcato fin dai primi anni. Uomini decisi a tutto, per i quali il comunismo è la vita, la loro vita, nessuno riuscirà ad aprire loro gli occhi. La ‘Guardia di frontiera’ è formata quasi esclusivamente di volontari, ragazzi altissimi, quadrati, scelti in base a speciali requisiti fisici. Sono in maggioranza siberiani. Politicamente per entrare nella guardia di frontiera sono richieste referenze di prim’ordine. Gli arruolati rimangono nel corpo per 12 anni, dopo di che sono ammessi nelle gerarchie comuniste con alti incarichi. La guardia di confine viene quindi ad essere una specie di scuola di perfezionamento, di palestra, di esercizio, per i migliori elementi usciti dalle file del Komsomol, della gioventù comunista”[57].
Dopo aver raccontato la battaglia di Natale Querel cambia argomento e narra come le truppe italiane si sistemarono per passare l’inverno in una linea difensiva ormai fissa. Le continue scaramucce per conquistare posizioni di difesa più facile nel freddo e nella neve, e soprattutto, per la prima volta, effettivamente irrompe l’altro elemento storico imprescindibile, il generale inverno, il ghiaccio, la neve. Spiega infatti: “Il termometro, in quei giorni, segnava oltre venti sotto lo zero, la neve era caduta fitta fitta sino all’imbrunire del giorno 27, era stata seguita da un freddo secco ancora più rigido: le orecchie bruciavano sotto i passamontagna, guai a scoprirle per un solo attimo, il naso minacciava di congelarsi da un momento all’altro, le mani dentro i grossi guanti erano fredde, sentivamo il crudele gelo penetrare fino alla carne nonostante le maglie di lana, le pellicce, tutte le nostre difese contro l’inverno”[58]. Breve parentesi. Le condizioni atmosferiche per la prima volta fanno trapelare qualcosa sulla qualità degli equipaggiamenti italiani.
“È una mattinata freddissima, la più rigida incontrata finora in Russia: nonostante il cielo sia sereno, azzurro, il termometro è a ventisette sotto zero. Questo freddo dà origine a situazioni drammatiche specialmente per il fatto che il nostro olio anticongelante congela nelle armi! Le mitragliatrici non sparano, a meno che non si possa accendere sotto di essi il fuoco: idem per i fucili, anche i cannoncini vanno male. Il nemico ha lasciato avanzare i nostri fino in una zona che doveva essere già prestabilita: poi li ha presi sotto il fuoco da tre lati. I fanti, immersi nella neve, reagiscono con coraggio, qualche plotone conquista, soltanto con le bombe a mano e con la baionetta pergola alcune postazioni avanzate russe”[59].
Più avanti: “Altra giornata di sole: il cielo sempre azzurro fa luccicare la neve che, con il freddo a venticinque sotto zero, gela. Stanotte è stato distribuito ai reparti un nuovo tipo di olio anticongelante: è migliore dell’altro”[60]
Capitolo vestiario: “Stanotte, finalmente, dopo ventitre giorni consecutivi di linea, di avamposti, di combattimenti, i miei fanti ed io potremmo toglierci le scarpe! Ma, all’alba, quando ci dovremo svegliare, i piedi saranno talmente gonfiati che, per infilare gli scarponi, bisognerà togliere un paio di calzettoni e sforzare”[61]. Non c’è evidentemente, e non ci poteva essere ovviamente, nessuna critica all’equipaggiamento infernale dei soldati italiani punto però il riferimento alla lana e alle pellicce e grossi guanti, testimonia che completamente sguarniti di difesa i soldati italiani non erano.
Ma il freddo c’è. Un trasferimento di qualche chilometro dalla privali nelle retrovie diventa ” la neve arrivava al ginocchio, procedere era una fatica bestiale; raggiungemmo il nostro comando e proseguimmo fino alla zona in cui doveva essere il nostro tratto di linea: 9 chilometri, novemila dannati metri di strada che hanno ascoltato in cinque ore più imprecazioni di quante ne abbiano lanciati i romagnoli in mezzo secolo!”[62].
Per fortuna ci sono i caposaldi, le basi nelle quali gli italiani si fermano per passare l’inverno. Lo scopo di questi alloggi è ovviamente quello di portare al massimo livello l’elogio del soldato italiano, del fante, in questo ritornando alla mistica e alla retorica della Prima guerra mondiale. Quando c’era il fango “Questo era niente, il fante non ha paura dell’acqua, brontola e bestemmia, ma l’umidità no, gli fa ribrezzo, gli va a noia: il guaio era che tutta quell’acqua rendeva impraticabili le piste, irriconoscibili le strade: se si possono chiamare così questi malnati sentieri che attraversano le sterpaglie ucraine, piste senza alcuna manutenzione, la cui larghezza e il cui senso direttivo è subordinato al numero dei mezzi che le percorrono, al loro tonnellaggio, alle condizioni atmosferiche”[63]. Il fango, si sa, è stato un nemico odiato. Ma niente a che vedere con la neve.
“La neve di Russia chi di noi la potrà mai dimenticare? E’ la nostra compagna di ogni ora: spesso per quindici giorni non faceva che nevicare, ininterrottamente, senza un attimo di sosta, sempre questa polvere abbagliante nell’aria. In alto, talvolta c’era un sole violento, sul terso azzurro del cielo: non si capiva davvero da dove potesse sgusciare questa neve, in quali misteriosi scrigni, la strana natura di questa terra russa la tenesse in serbo per gettarla continuamente sui bianchi cappucci delle vedette, sulle pellicce degli uomini di ‘corvé’, sulle tozze cupolette delle postazioni, sul tetto appena affiorante delle baracche interrate, da per tutto, da per tutto. La neve di tutti i bollettini delle stazioni di montagna s’è data convegno per mesi e mesi sui dossi del caposaldo, sul suo cocuzzolo, ha creato silos di bianca polvere nelle balke che contornano i reticolati, ha insidiato i ricoveri, fatto dannare i fanti, i mortaisti, i mitraglieri, gli artiglieri; neve farinosa, gelata, granulosa, filamentosa; forse quest’ultima non la si era mai vista su nostalgici campi di San Martino o di Limone. Neppure noi, quelli di noi che avevano già conosciuto la neve di latitudini diverse dalle nostre, si aspettavano di incontrarsi con neve fatta spaghetti, a legacci come dice il soldato. Nemmeno oggi sapremo veramente dire quale dei vari tipi di neve sia preferibile: tutta, tutta la neve è stata la nostra nemica; per difenderci da essa, anche quando i russi ci lasciavano in pace, non potevamo dormire; nelle postazioni dei fucili mitragliatori, un uomo era di vedetta e tre a spalare questa maledetta polvere che entrava perfino nelle piazzuole chiuse ermeticamente, riempire i camminamenti, sottovento, sopravvento che fossero, ostruiva le feritoie, era persino capace di bloccare i tubi delle stufe. Se il calore scioglieva il primo strato non faceva però in tempo ad intaccare i successivi sicchè col freddo di 20, 30, 40 sotto zero, si formava una spessa crosta di ghiaccio; poi, piano piano, questa si scioglieva al calore e che veniva dal fuoco, l’acqua scendeva sul fornello; il carbone, questo fetente carbone russo pieno di solfuri, tempestava il ricovero, non ci vedevi più, gli occhi ti lacrimano, la gola ti si serrava; dovevi scappare fuori; la stufa in tanto si spegneva, mezzi quintali di neve si ingolfavano nella baracca in quel secondo che t’occorreva per passare attraverso lo spiraglio della porta”[64].
Querel quindi racconta come gli italiani si misero nelle condizioni di passare l’inverno praticamente all’aria aperta in quel deserto di neve. La costruzione dei capisaldi e la logica con la quale la linea di difesa fu costruita.” Da ogni punto di questa ondulata piana poteva sgusciare all’improvviso il reparto o il carrarmato nemico: occorreva quindi, anche a scapito delle elementari comodità della vita, scegliere i punti su cui costruire i capisaldi, dopo un rigoroso e perspicace studio delle quote dei valloncelli, delle balke e delle mogile, dei boschetti e delle distese pianeggianti. La serie dei capisaldi dovrà rispondere, nella sua costruzione, a questo concetto: tra caposaldo e caposaldo non ci devono essere zone non sorvegliate, non deve esistere un solo metro che non possa venir battuto dalle nostre armi. Sorsero così dei capisaldi proprio margini di qualche centro abitato, altri furono allestiti su qualche mammellone che dominava la sterminata e desolata distesa bianca, la cui unica varietà era costituita dalle ondulazioni del terreno ombreggiate dei riflessi della luce”[65].
Ci dice anche che secondo lui la macchina militare funzionava. “I comandi avevano già studiato sulla carta, ed in parte anche sul terreno, l’impostazione del sistema dei capisaldi: ora il tenente colonnello che comandava il nostro battaglione, accompagnava di persona sui punti prestabiliti comandanti di compagnia, i subalterni che avrebbero avuto il comando dei costituenti capisaldi. Dava, il comandante di battaglione, le indicazioni essenziali: il fronte principale era quello, questa era una bocca da tenere particolarmente d’occhio, l’orientamento era così, il caposaldo deve essere al circolo chiuso, avere un autonomia di fuoco, di viveri per un certo numero di giorni e via discorrendo. Ad ogni comandante di plotone fucilieri, destinato al tale o ad al talaltro caposaldo, furono assegnate le armi pesanti, i mortai da 81 e da 45, i cannoni da 47, le squadre lanciafiamme. Ad ogni comandante di caposaldo, il colonnello diceva: adesso subito al lavoro, mandate uomini per prendere materiale in quella miniera o in quel paesotto lì, non fate affidamento sul contributo del genio, in questo momento gli artificieri, stanno completando il lavoro di massima importanza, qui dobbiamo fare tutto da noi, prima le buche nelle postazioni, subito dopo le baracche, quindi resto…”[66].
Nella difficoltà c è sempre la regola di arrangiarsi. La fatica e il gelo per costruire il caposaldo ” Gli uomini spicconavano dieci minuti, poi si mettevano a correre in giro stretto attorno fuochi per scongiurare il congelamenti. Qualche fanti, ogni tanto, prendeva a manciate di neve e se le strofinava sul naso sulle orecchie dove il pallore improvviso, cadaverico, metteva in guardia a tempo, sul possibile ristagno del sangue. Spesso poi qualcuno doveva togliersi gli scarponi e le pezze e massaggiare i piedi, sempre con la neve, onde sottrarli al congelamento incipiente… Fu così che il caposaldo cominciò a prendere consistenza: la miniera di carbone, mezzo chilometro alle nostre spalle, si dimostrò provvidenziale. Eravamo davvero fortunati, molto più di altri nostri reparti che, per avere materiale da fortificazioni, materiale di arrangiamento ma che fosse un po’ utile, dovevano marciare per decine di chilometri sull’oceano di neve, in mezzo alle tormente. C’era di tutto alla miniera: lamiere che serviranno a coprire le nostre postazioni, tronconi trovati nelle gallerie e utilissimi come sostegno dei tetti di lamiera, mattoni, calce, cemento, filo spinato, filo comune, putrelle di ferro, pezzi di rotaie via dicendo”[67].
E’ una cittadella semisotterranea, vengono aperti i camminamenti tra le varie postazioni, si costruiscono baracche interrate per dormire, per depositare le munizioni, a forma di cucina o per mantenere l’acqua. Il tutto sotto le bufere di neve. Il racconto e quello di una specie di strano sommergibile nella neve. “Il caposaldo si rafforzava sempre più: bianco abbacinante si stagliava contro il cielo. Le basse, tozze sagome delle barachette scomparivano nel biancore: tutta una vita sotterranea andava organizzandosi dentro quel cono mozzo che attorno alla sua base aveva la ghirlanda di ferro spinato. Nelle barachette sarà trovata la maniera di guadagnare spazio costruendo le cuccette a tavolati sovrapposti come nelle cabine dei marinai. Al centro c’era una grande stufa affocata, carica di un carbone puzzolente ma calorifico; la lanterna a petrolio illuminava un quadrato sul quale si affacciavano i volti dei fanti: punti anneriti dal riflesso del sole sulla neve, dalla polvere, dal fumo” . Cosa genera tutto questo? Una promiscuità totale. “Ufficiali e soldati vivevano una identica vita, consumavano, nella gavetta, lo stesso rancio, bevevano la stessa acqua – spesso neve sciolta – spartita nel cognac, nel vino quando arrivavano (il cognac, il vino che si prelevavano col sacco, blocchi ghiacciati erano, per scioglierli ci voleva la stufa!), si passavano in circolo sigarette nei momenti di penuria e il tabacco”. Il plotone diventa una unica comunità, anzi di più, una unica persona. Il rapporto tra gli esseri umani è inscindibile. Anche la malinconia e la nostalgia diventa collettiva.” La sera, prima distendersi tutti assieme sul tavolato, si canticchiava sottovoce, talvolta affiorano le nostalgie, ma le affogavamo nei cori: ci si addormentava vestiti, a turno uscivano le vedette, partivano le ispezioni, alle pattuglie; le armi erano sempre pronte, a portata di mano”. Il caposaldo diventa la trincea della Prima guerra mondiale. Con tutto quello che ha generato. Cameratismo, unicità dell’esperienza. “Giorni e notti di caposaldo! Un giorno, quando questa nostra bella avventura di guerra sarà finita e rientreremo nella piatta e stupida vita quotidiana ne sentiremo la nostalgia: avremo nostalgia di te, piccolo caposaldo dal quale impedimmo al nemico di ritornare sulle terre che gli avevamo strappato con il nostro valore: ti sogneremo delle nostre pacifiche notti di borghesi allorché nessun allarme turberà la monotonia del sonno, nessun calcio di compagno ci sveglierà per il turno di guardia, nessuno scoppio di granata ci farà balzare in piedi, improvvisamente desti, pronti al combattimento. Nostalgia di te: ti cercheremo allora in qualche sbiadita fotografia; leggeremo in una vecchia agenda qualche appunto del diario[68] che la sera, dopo un giro d’ispezione, buttavamo giù sotto la lampada, coi piedi appoggiati alla stufa infuocata…”[69] . “In nessun posto passò, fedeli alla consegna avuta, i capisaldisti del Csir tennero mussolinianamente duro, fecero un baluardo contro il bolscevismo che, dopo altri tentativi, verso la fine di marzo… parve adattarsi ad una guerra di posizione, abbandonando il suo sogno di offensiva vittoriosa, di vittoria invernale, di sterminio degli italiani, così come annunciavano quelle ridicole radio comuniste che davano una media di quindicimila morti al mese nelle fila del nostro corpo di spedizione!”[70].
Insomma il fante italiano s’ingegna, si imbuca, costruisce città sotterranee, nella ‘strana’ roccia ucraina. Ma appena arriva il disgelo accade qualcosa che gli italiani non immaginavano: “Il nemico più forte era sempre la natura che, anche con l’avvicinarsi della primavera, rimaneva ostile e lo diventa ancora di più, allorché il disgelo fece piano piano, crollare tutte le opere fortificatoria denuncerete su quello che allora pareva un fondo di roccia e che ora era invece un friabilissimo terreno nel quale l’acqua delle nevi che si scioglievano scavava gallerie e fossati, provocando slittamenti, frane, fessure, crolli. Con l’aprile tornava il pantano: l’ultima neve se ne andava, c’era un odore nuovo nell’aria, davanti i capisaldi, uscivano a centinaia i cadaveri dei russi che fino a quel momento la neve pietosa aveva coperto”[71].
In quei capisaldi si è tenuto duro. “Dovunque si è presentato, il russo è stato respinto, non un solo metro del fronte tenuto dagli italiani, il più avanzato settore di tutto lo schieramento europeo contro i russi, non un solo metro, dico, è stato perduto, nessun plotone ha mai abbandonato una posizione, quando un posto avanzato ha dovuto cedere per qualche ora – come nel settore della Celere – sotto l’incalzare di enormi forze nemiche, è bastato un contrattacco di bersaglieri per ristabilire la situazione, rimettere a posto le cose, obbligare il nemico ad una ritirata sanguinosa, lasciandola neve seminata di cadaveri, di feriti”. [72]
Certo, con il senno di poi leggere che la natura rimane il nemico principale di soldati italiani, fa una certa impressione, ma fa impressione anche leggere come Querel, forse in un attimo di pietà, abbia avuto un pensiero di umanità per quei ” Poveri soldati russi che la propaganda bolscevica aveva decantato come ferratissimi per una guerra infernale, come addestrati, attrezzati nel migliore dei modi, come un equipaggiamento da tener testa ad ogni temperatura”, e che secondo lui ” hanno sofferto più di noi, hanno segnato, in modo infinitamente superiore a quello di tutte le parti dell’Asse messi insieme, i bianchi registri della morte”. Ne capisce il motivo però, che è militare. Gli Italiani si sono messi al sicuro in una linea ferma, al riparo. I russi hanno continuato a combattere, all’aperto. ” Il terreno che si estende al di là delle posizioni su cui abbiamo tenuto fermo per sei lunghi mesi, è tutto cosparso delle salme dei giallastri fanti delle divisioni siberiane e calmucche, buttate alla morte dalle utopistiche concezioni dei generali russi, alleati del generale inverno: un altro generale che è stato sconfitto”[73].
Ci sono motivi in più per sottolineare per l’ennesima volta questi concetti; gli italiani fecero “…un muro di uomini e di fuoco. Ed il muro, anche qui, fu fatto, per merito e per virtù degli italiani. Tutti l’hanno riconosciuto: il nemico stesso ho dovuto prenderne atto. I nostri alleati, che già avevano guardato sbalorditi alle meravigliose prove fornite dai soldati’ meridionali’ nell’inverno russo, ora assistevano con orgoglio di camerata ai nostri eroismi”[74].
Ma manca la pietà in questo racconto, che vuole proporsi come testo di vincitori “Poi la neve faceva monticelli sui cadaveri: quando tornerà la primavera il contadini ucraini li raccoglieranno e li seppelliranno: e sulle tombe metteranno le croci, e le croci che Stalin aveva buttato via a che ora tornano nella vecchia terra di Russia… quando tornerà la primavera: dove saremo noi allora? Troppo lontana è la primavera”[75].
Quella che rumeni rivendicano come regione di antica origine rumena, benché inquinata fortemente, attraverso i secoli, dalle ondate delle invasioni slave, ci stende, come dice la sua stessa denominazione, aldilà del Nistro. Pag 75
[1] https://www.forlitoday.it/blog/il-foro-di-livio/forli-cuore-e-cervello-di-romagna.html
[2] Nel 1973 diede alle stampe Porta la vacca al toro, libro sulle vicende della Divisione Torino sul Fronte russo.
[3] https://www.youtube.com/watch?v=neMCCt2OTj0
[4] https://www.specchioeconomico.com/2005febbraio/retrospecchio/11.html
[5] https://archivio.quirinale.it/aspr/diari/EVENT-002-003100/presidente/giovanni-gronchi
[6] https://www.halleyweb.com/c058001/zf/index.php/servizi-aggiuntivi/index/index/idtesto/45
[7] https://books.google.it/books?id=pLgKBAAAQBAJ&pg=PA479&lpg=PA479&dq=vittore+querel&source=bl&ots=huz43kR-Os&sig=ACfU3U3WFDxg2qTfyc2bUVBB5Y0iQe-YYQ&hl=it&sa=X&ved=2ahUKEwjXkb7T55_2AhWdQvEDHUG8Cac4RhDoAXoECB4QAw#v=onepage&q=vittore%20querel&f=false
[8] ‘la guerra, questa bella e terribile cosa’ pag 21
[9] “Nel raggio stesso della città la guerra era una cosa vitale, pronta, ogni momento, a dar ragione di sé”, pag. 56
[10] Vittore Querel, Fronte Est, Edizioni L’Albero, Verona, 1943, pag 6
[11] Id. pag. 17
[12] Id. pag. 18
[13] Id. pag. 62
[14] Id. pag. 65
[15] ID. pag. 67
[16] Id. pag. 66
[17] Id. pag. 73
[18] Id. pag. 23
[19] Id. pag. 33
[20] Id. pag. 26
[21] Ben diverso è l’atteggiamento nei confronti dei camerati dell’esercito romeno, che sono fratelli latini in armi i quali versano anche loro ’glorioso sangue’ nella crociata anticomunista. Sono infatti i cimiteri di guerra romeni in questa fase a fungere da sublimazione del sacrificio di guerra, a costruire la liturgia della morte: l’ufficiale della Torino porterà il suo plotone tra le croci romene come in chiesa e metterà i soldati sull’attenti. Uniti nella morte, più che nella vita. E se le piogge trasformano le strade in fiumi di fango “la colpa era di quei maledetti russi che, in un anno di governo su queste terre, non erano riusciti a costruire nemmeno un metro di strada, e quel che è peggio, non avevano neppure avuta l’accortezza di tenere in ordine quelle che c’erano prima”. Nefandezze sovietiche in prima fila e di ogni genere sono descritte accuratamente, parla esplicitamente di terrore comunista in Bessarabia, di sovietici che a Chisinau ne combinano di tutte. Querel in queste prime pagine racconta gli stessi luoghi di Malaparte in il Volga nasce in Europa, ma mentre il pratese racconterà degli eccidi degli ebrei, lui aderisce ad altre teorie e ignora la strage degli ebrei a Chisinau di quei giorni eseguita dall’esercito romeno.
[22] Id. pag. 27
[23] Id. pag. 55
[24] Id. pag. 78
[25] Id. pag. 80
[26] Id. pag. 83
[27] Id. pag. 84
[28] Id. pag. 85
[29] Id. pag. 82
[30] “il piccolo reparto nostro che non aveva ancora fatto in tempo a mettere in postazione i mortai, fu obbligato alla difesa con le armi individuali, moschetti, fucili, bombe a mano, pistole”. Id. pag. 258
[31] “Un nostro esploratore della compagnia comando del 3º battaglione, certo monti di littoria, caporale, reduci di spagna era entrato da solo strisciando tra gli arbusti e sulla neve in un boschetto dove avrebbero dovuto essere delle postazioni nemiche. All’improvviso, mentre il caporale avanza strisciando dietro una siepe, si trova davanti 2 vedette russi di guardia a un trincerone punto in esso sono dei soldati nemici che riposano avvolti in coperte e cappotti. Il caporale ha un momento di imbarazzo: che fare?, puoi decisamente innesta la baionetta, tira un colpo bruciapelo alle spalle di una vedetta, e quindi, senza perder tempo per buttare il bossolo d’altro, infilza con la baionetta l’altra. Due sentinelle si abbattono sulla neve bianca, monti riesce ad allontanarsi nonostante il fuoco della truppa e nel trincerone: Truppa nella l’allarme e la visione delle vedette uccise ad 1 m di distanza hanno gettato una confusione che impedisce una qualsiasi organizzazione del fuoco”, pag. 170
[32] “Strisciando sulla dura terra, manovrando abilmente, i lanciafiammisti riuscirono ad arrivare alle spalle dei russi lanciando subito, con il getto poderoso dei loro ordigni, la confusione e la morte tra i soldati delle prime postazioni”. Id. pag. 260
[34] Id. pag. 96
[35] Id. pag. 107
[36] Id. pag. 141
[37] Id. pag. 182
[38] Id. pag. 97
[39] Id. pago,. 119
[40] Id. pag. 143
[41] Id. pag. 145
[42] Id. pag. 149
[43] Id. pag. 156
[44] Id. pag. 151
[45] Id. pag. 154
[46] Id. pag. 200
[47] Id. pag. 108
[48] Id. pag. 237
[49] Id. pag. 112
[50] Id. pag. 175
[51] Id. pag. 178
[52] Id. pag. 180
[53] Id. pag. 181
[54] Id. pag. 162
[55] Id. pag. 163
[56] Id. pag. 166
[57] Id. pag. 168
[58] Id. pag. 198
[59] Id. pag. 172
[60] Id. pag. 173
[61] Id. pag. 177
[62] Id. pag. 204
[63] Id. pag. 132
[64] Id. pag. 216
[65] Id. pag. 203
[66] Id. pag. 205
[67] Id. pag. 208
[68] Querel qui rivela com’è nato il suo libro di memorie. Lla traccia è un diario che ha poi portato con sé in Italia e che gli serve per appuntare soprattutto fatti, prima ancora che giudizi. Il primo gennaio ci racconta che “abbiamo celebrato San Silvestro passandoci di bocca in bocca la mia bottiglia di cognac. Ci siamo fatti allegri auguri. Canticchiato. Domani arriveranno i pacchi dono”. Id. pag 212. La bottiglia che gira è praticamente una eucaristia, il canto è una preghiera in comune. La speranza di una liberazione che si chiama Pacco Dono. Fuori fa −35, “La tormenta è venuta violentissima, un vento gelido ci sbatte da tutte le parti, blocca i camminamenti, non ci permette di vedere due metri davanti agli occhi: il nevischio ci ficca nel viso infiniti aghi che fanno sanguinare la pelle”. Id. pag. 213
[69] Id. pag. 211
[70] Id. pag. 218
[71] Id. pag. 219
[72] Id. pag. 217
[73] Id. pag. 220
[74] Id. pag. 228
[75] Id. pag. 15


