Introduzione
Nell’estate del 1942, la Divisione Celere, composta dal Reggimento Savoia Cavalleria, Lancieri di Novara e un gruppo di artiglieria e bersaglieri, rappresentava l’unica unità motorizzata italiana sull’immenso fronte del Don. Schierata nell’ansa profonda del fiume, tra Isbuscenskij e Nižnij-Deveick, copriva un settore nevralgico di circa 23 km lungo la riva destra, a fianco della fanteria “Sforzesca”. Questa posizione avanzata, pensata per schermare i fianchi della grande offensiva verso Stalingrado, divenne teatro di una delle battaglie più drammatiche della campagna di Russia: lo sfondamento sovietico dell’21 agosto 1942, quando ondate di fanteria e carri T-34 travolsero le linee italiane, esponendo la fragilità di un esercito male equipaggiato contro la superiorità numerica nemica.
Lo Schieramento della Celere
La Divisione Celere, comandata dal generale Arnaldo Azzi e poi da Ettore Dall’Olio, contava circa 6.000 uomini, 3.000 cavalli e pochi veicoli Fiat-Ansaldo. I cavalleggeri, eredi di tradizioni ottocentesche, erano armati di sciabole, carabine Beretta e bombe a mano, con una batteria di cannoni 47/32 controcarro inadeguati ai T-34. Le posizioni si stendevano su steppe ondulate, con trincee leggere, postazioni di mitragliatrici Breda e campi minati improvvisati. A nord, il Savoia Cavalleria vigilava sul guado di Isbuscenskij; a sud, i Novara proteggevano Nižnij-Deveick. I russi, oltre il Don, accumulavano forze: la 12ª Armata sovietica, rinforzata da divisioni di sci e carri, preparava l’assalto per testare le difese dell’Asse prima dell’inverno. Ricognizioni a cavallo segnalavano convogli nemici, ma i comandi tedeschi, focalizzati su Stalingrado, minimizzavano i rischi.
L’Assalto Sovietico dell’Agosto 1942
All’alba del 21 agosto, un bombardamento di artiglieria “Katjuša” – i famosi “organi di Stalin” – devastò le linee della Celere. Ondate di fanteria della 304ª Divisione fucilieri sovietica, supportate da 40-50 T-34, sfondarono i fianchi. I Lancieri di Novara, colti di sorpresa mentre rastrellavano partigiani, persero 200 uomini nei primi minuti; le trincee crollarono sotto il peso di 15.000 assalitori. Il Savoia Cavalleria, da Isbuscenskij, vide i russi guadare il Don su zattere e passare i guadi sotto il fuoco delle mitragliatrici. Senza carburante per ritirate motorizzate e con i cannoni 47/32 perforati dai proiettili russi, la Celere fu travolta. Messaggeri a cavallo portarono ordini confusi: “Resistere a oltranza”. Ma il fronte cedette: 600 sovietici penetrarono in profondità, minacciando di isolare l’intera ARMIR.
Le Cariche Epiche di Controffensiva
In un gesto disperato, il Savoia Cavalleria ricevette l’ordine di caricare. Alle 17:30, 600 cavalieri – guidati dal capitano Alessandro Zambeccari e dal tenente Alessandro Paolini – galopparono contro la testa di ponte russa a Isbuscenskij. Sciabole sguainate, carabine imbracciate: in 22 minuti di mischia, abbatterono 600-800 nemici, liberando il guado e salvando il settore. Medaglie d’oro piovvero: Paolini morì eroicamente, colpito al petto. I Lancieri di Novara, a Nižnij-Deveick il giorno dopo, replicarono: altra carica che falciò 400 russi. Queste azioni, narrate nelle memorie di Mario Rigoni Stern, simboleggiarono l’audacia italiana contro l’implacabile marea rossa.
Conseguenze e Collasso
Lo sfondamento costò alla Celere 381 morti, 17 feriti e 45 dispersi in un giorno, con cavalli decimati. La “Sforzesca” intervenne per tappare la falla, ma il danno era fatto: i sovietici guadagnarono terreno e morale. I tedeschi inviarono rari rinforzi, criticando gli italiani per “mancanza di tenacia”, mentre Mussolini telegrafava “Gloria immortale”. L’episodio prefigurò il disastro di novembre: fianchi esposti, logistica al collasso. La Celere, ridotta a piedi dopo la perdita dei cavalli, partecipò al ripiegamento verso il Donetz, culminato nella tragedia di Nikolajewka.
Conclusione
Lo sfondamento delle linee della Celere sul Don fu un microcosmo della campagna di Russia: valore umano contro potenza industriale sovietica. Quelle cariche a cavallo, anacronistiche nel 1942, rimangono leggenda, incise nei monumenti di Torino e nei libri di storia. Di 230.000 italiani in ARMIR, decine di migliaia perirono proprio su quelle rive, ricordandoci che l’eroismo non basta contro errori strategici fatali.


