Il blog sulla campagna di Russia

Don Gnocchi

Don Carlo Gnocchi è una delle figure più importanti della memorialistica di guerra italiana nel ‘900. A lui si deve un titolo come Cristo con gli alpini, che racchiude la sua esperienza di cappellano militare con Julia e Tridentina tra Albania, Montenegro e Russia, tra l’aprile del 1941 e il marzo del 1943. Per comprendere quanto abbia inciso sulla memoria della seconda guerra mondiale e sul peso che le sue parole hanno avuto dopo il 1945 bisogna però fare alcune premesse che girano intorno ad una forte personalità spirituale con parecchi spunti contraddittori e spesso ambigui, con un Beato della Chiesa, uomo di grande cultura e grande complessità intellettuale e anche di non semplice analisi. Da cappellano dell’Opera Nazionale Balilla e della Milizia Universitaria, volontario con gli alpini, ha poi preso parte alla Resistenza dal 1944 in poi. In mezzo, a mutare fortemente il suo orizzonte umano i due anni al fronte, in prima linea.

Con don Gnocchi siamo in presenza non solo dell’autore di una memoria di guerra tra le più conosciute ed importanti della seconda guerra mondiale italiana, ma anche con un uomo che ha avuto un’influenza enorme sull’elaborazione culturale di quelle vicende. Don Gnocchi nel dopoguerra elabora e travalica quell’esperienza, dalla quale tutto nasce, e diventa un personaggio di statura nazionale. Con il suo libro pubblicato in innumerevoli riedizioni contribuisce alla creazione di un mito, non solo alpino, quanto addirittura di un italiano sacrificale. Il successo e i numeri della Fondazione che porta il suo nome dimostrano la validità del suo impegno caritatevole post bellico e il forte radicamento nei bisogni nazionali; il ricordo di Don Gnocchi è ancora vivo al punto tale che nel 2004 Canale 5 mandò in onda un film che raccontava la sua storia con buoni ascolti.

Sono tre le edizioni del Cristo, che non è un romanzo, non è un diario, non è una cronaca, ma è una elaborazione di pensieri e di esperienze, riflessioni su comportamenti, che prova a volare alto. La prima esce nella prima parte del 1942[1], ma è già composta a fine 1941 ed è una raccolta dei suoi scritti ‘giornalistici’ inviati a vari quotidiani cattolici. La seconda elaborata nel 1943 al suo ritorno dalla Russia integra il primo testo con le vicende dell’inverno 42-43: la terza che viene stampata sul finire del 1946.

La prima considerazione da fare è che per quanto portino lo stesso titolo e siano una somma e uno sviluppo di testi già scritti per i giornali, sono letteralmente tre libri diversi. L’edizione del 1946, che è poi quella che otterrà un formidabile successo editoriale post bellico fino ai giorni nostri, e ben si capirà, ha subito notevoli tagli e censure dell’autore rispetto al libro del 1943. Gnocchi era milanese, nato nel 1902 ed era stato ordinato sacerdote nel 1925: va in guerra un uomo maturo, amante della montagna, in piena efficienza fisica. L’8 settembre lo coglie nella sua zona ancora alle prese con un difficile recupero psicofisico dopo la Ritirata; l’editore Stefanoni di Lecco stampa il testo sotto la Repubblica Sociale. Ufficialmente don Gnocchi è ancora un cappellano militare e quindi in teoria arruolabile dall’esercito di Salò, ma farà di tutto per evitare il richiamo. L’adesione alle Fiamme Verdi cattoliche e alla resistenza dei carabinieri si verificherà nei primi mesi del 1944: il suo sarà un impegno di intelligence e assistenza che lo porterà anche in Svizzera non senza un passaggio per le carceri di S.Vittore dal quale uscirà per intercessione del cardinal Schuster.

Queste brevi note biografiche, che poi prenderanno più spazio successivamente, stanno a testimoniare l’arco di un passaggio lungo e doloroso da un sostanziale fiancheggiamento al Regime derivato da un   cattolicesimo nazionalista, ad un fascismo di stampo cattolico pur sempre all’interno dell’alleanza strategica post Concordato, e infatti lo stesso Gnocchi nel dopoguerra per difendersi da eventuali attacchi di compromissione con il Regime scriverà…

Sono andato cappellano militare, non per spirito di avventura o per… patriottismo, ma perché un sacerdote che in quegli anni si occupava di giovani non poteva esimersi dalla loro sorte. Dopo la guerra mi sono occupato della “Resistenza” per una logica inerente alla guerra vissuta atrocemente al fronte russo e per una necessaria “compagnia” con i miei ufficiali e soldati. Mi sono dato e mi do tuttora alla carità verso i reduci di guerra, i mutilati, gli orfani ed ora i bambini mutilati della guerra sempre per un superiore ed obbligante vincolo contratto con quelli che hanno fatto la guerra e ne portano duramente le conseguenze[2].

Si tratta di una posizione comune a più figure in quel periodo storico, per le quali il Regime poteva assumere il ruolo di modernizzatore e potenziatore del paese o, come nel suo caso, di restauratore di una presenza cristiana, di difensore di una civiltà su basi morali e religiose specialmente in funzione anticomunista. Tutto questo, è bene premetterlo, andrà in crisi con la guerra, per cui arriverà alla conclusione che la Patria si era messa nelle mani sbagliate: bisognerà fare i conti prima con l’allineamento o appiattimento sulle linee politiche e culturali del Regime, poi con il distacco a causa della disfatta, per una riconversione o riadattamento ai tempi nuovi, più o meno convinti.

Ecco allora che lo studio del pensiero memorialistico di Don Gnocchi deve partire proprio da qui, dall’elaborazione dei tre libri. O meglio: dal paragone tra l’edizione del 1942 e 1943 con quella post bellica e post esperienza resistenziale 1946 del cappellano milanese. Intanto una comparazione dei capitoli, con un cambio di titolazione:

1942                                                       1943                                                                                       1946

p.13 Storia di un altarino da campo           p. 11 Liturgia di guerra                                             p. 103 Storia di un altarino da campo

  1. 23 Ho visto il Signore p.21 Ho visto il Signore p. 83 Ho veduto il Cristo
  2. 29 Mistica del soldato p. 27 L’invisibile compagno                 p. 112 L’invisibile compagno
  3. 37 L’invisibile compagno p. 33 Lettera da casa                 p. 74 Lettere da casa
  4. 43 Lettere da casa p. 41 Missione grande è questa                 p. 117 Coralità della vita
  5. 51 Missione grande è questa p. 47 La fede dell’Alpino                 p. 68 La fede dell’Alpino
  6. 57 Religiosità dell’alpino p. 55 Festa Religiosa al battaglione                 tagliato
  7. 65. Festa religiosa al battaglione p. 59 Il soldato come Redentore                 p. 88 Sacrificio Redentore
  8. 69 Ritorneranno p. 65 Ritorneranno                 p. 92 Cimitero di guerra
  9. 75 Ciao Paìs p. 71 Ciao Paìs p. 55 Ciao Paìs
  10. 77 Fantasia del popolo italiano p. 60 Fantasia del popolo italiano
  11. 85 Civiltà orizzontale p. 36 Civiltà orizzontale
  12. 91 La spada e la croce p. 24 Battesimo in Ucraina
  13. 97 L’epica vicenda della Tridentina p. 28 Ripiegare è duro
  14. 107 Dolore di Russia p. 9 Sentimento di Russia

 

Nell’edizione post bellica sono aggiunti ben nove capitoli:

  1. 16 Chiesetta sul Don
  2. 20 La Diga
  3. 42 Natale al Fronte russo
  4. 45 Enigma della Russia
  5. 99 Il mio crocifisso
  6. 123 Bambini di guerra
  7. 126 Perché i bambini non muoiano
  8. 129 Giorgio
  9. 132 Bimbi mutilati di guerra

Come si vede c’è una struttura e una impaginazione diversa che già di per sé rappresenta un motivo di analisi e che va di pari passo con una robusta riscrittura del testo con numerosi tagli. Il testo base preso in esame è quello del 1943 con le successive mutazioni del testo del 1946.

Le edizioni 1942 e 1943 hanno la prefazione scritta da Innocenzo Cappa, un ex repubblicano interventista, deputato e senatore dal 1929, ma anche giornalista e presidente dell’ordine lombardo: una figura di terzo piano del Regime, ma che in questo caso scrive che qui “non si tratta di letteratura, ma di vita, anzi non si tratta soltanto di vita, ma anche di morte e di redenzione”,[3] e che più avanti con qualche retorica dirà che “il Cappellano, che non sale sugli autocarri per risparmiarsi la fatica, che non abbassa il capo per non esporsi alle armi nemiche… che fisicamente patisce col più anonimo degli scarponi… diventa l’anima rude ed eroica dell’alpino ambasciatore del Cielo fra gli spasimi della terra[4].

Ebbene Cappa sparisce dall’edizione 1946 non fosse altro perché decaduto da senatore fascista. Ma la riscrittura dell’indice delle indicazioni precise ne dà: nel testo del 46 è la Russia a prendere di petto l’inizio per poi esaltare l’alpino e a glorificare i morti in battaglia, per chiudere quindi con l’omaggio ai bimbi mutilati, alle vittime postume in ricordo dei padri ‘martiri’. Nel 1943 la parte spirituale aveva aperto il libro, e cronologicamente i fatti avevano seguito il loro svolgimento. Il ritorno in Italia con la tradotta nella nuova edizione apre il racconto, lì lo chiudeva. Mentre il testo editato nell’ottobre 1943 aveva solo titoli per i capitoli, nella nuova edizione del dicembre 1946 dapprima Gnocchi spiega che “Quelli che raccolgo qui per la terza volta, sono tutti articoli apparsi nella stampa quotidiana, durante e dopo la guerra[5], poi inserisce a dimostrazione di quanto detto una nuova sceneggiatura raggruppando i testi in 5 macroaree: Dolore della Steppa, Alpini, Vittoria è il sacrificio, Liturgia di guerra, L’eredità dei Monti.

Uno dei capitoli più stravolti dalle successive rimeditazioni sarà quello che esce nel 1942 col titolo di Mistica del soldato e che diventerà Il Soldato come Redentore: quel termine, mistica, riporta forse a ricordi di mistica fascista, vicinanza verso la quale dopo il 25 luglio 1943 si cerca di star lontani.

Insomma, chi era veramente Don Gnocchi? Non portava armi, ma era un soldato della Fede. Un ‘militare’ della Fede.

Sta di fatto che Cristo poté così marciare di pari passo con le nostre colonne in quei giorni impazienti e luminosi[6].

E come tutti gli spiriti militari – in una società dominata dalla sacralizzazione della politica e dal mito del sangue salvifico – sa che la morte è una questione pubblica, collettiva, che va oltre la misura privata e ‘borghese’: infatti scrive chiaramente che

Raramente come in guerra gli uomini si fanno più solidali e la morte di uno diventa un fatto personale per tutti, che tocca, offende, impegna ciascuno direttamente; fino alla ritorsione[7].

Ora, il termine ritorsione è molto chiaro: indica un atto di ostilità in risposta ad un altro atto analogo che si ritiene subito. Giustifica la violenza come risposta, non come legittima difesa. La solidarietà collettiva innanzi alla morte pubblica viene vissuta come difesa dell’io e si spinge fino alla violenza preventiva.

Marciare, passo, colonne, il lessico è costantiniano, e infatti della sua lunga esperienza con la Milizia, che aveva accolto come un dovere, resta qualcosa di plastico.

Come vi sono adunate di armati numerose, rituali, stilizzate nelle quali il celebrante si sente quasi incorporato e potenziato dalla massa compatta e ordinata degli armati, così vi sono assemblee molto esigue nelle quali la messa prende il calore intimo di un rito familiare[8], e mentre

“il Vangelo è stato ed per le anime e per il mondo un formidabile esplosivo[9], il senso della messa al campo, di questa liturgia è

soprattutto la bandiera d’Italia che assomma ed esalta questi motivi nella Messa al campo. Allora, quando il tricolore è posto in alto, spiegato, a far da pala all’Altare, si rinnova uno degli incontri più densi e commoventi della liturgia di guerra. Il sacerdote, nell’atto così frequente di levare gli occhi e inchinarsi profondamente la piccola croce dorata dell’altarino da campo, finisce praticamente per inchinarsi venerare anche la grande Croce di Savoia che arde immacolata nella triplice fiamma della bandiera d’Italia[10].

Don Gnocchi era un patriota, si, come da norma per il clero italiano degli anni Trenta, quelli del tentativo di servirsi del Fascismo per riportare in alto, senza disdegnare la punta della lancia, il valore del cristianesimo cattolico nel mondo. E’ forse per questo motivo per il quale quest’ultimo capoverso, che chiudeva il capitolo dell’edizione 1943, viene bruscamente tagliato nel formato 1946: sono così state evitate le eventuali obiezioni sul tipo di nazionalismo patriottico in una guerra in terra straniera, anche alla luce del comportamento di Casa Savoia.

Bisogna però distinguere almeno tre piani di analisi: quello che Gnocchi riflette della guerra e dei suoi motivi ideologici; ciò che pensa del suo ruolo personale, della sua funzione pubblica e privata; e quello che l’esperienza storica gli insegna, attraverso una introspezione sull’esperienza di morte che affronta come paradigma stesso della guerra e filtrato dal punto di vista di una comunità particolare che tutto assomma come gli alpini. Un testo del genere forse non sarebbe proprio nato senza il ‘contributo’ tutt’altro che casuale, più o meno volontario e cercato di una parte del paese non assimilabile ad altre come le comunità di montagna del nord d’Italia. Gli ‘alpini’ diventano gli ‘italiani’. Gli alpini rappresentano l’oggetto ‘d’amore’ del cappellano, il corpo fisico del suo amore per gli altri. Don Gnocchi opera quindi un transfert: proietta il suo amore caritatevole su di loro, ed è questo forse il motivo per cui essi sono rappresentati come massa unica e mai con un nome e cognome.

Molte delle cose che don Gnocchi scrive nel 42-43 e che poi verranno rielaborate nel 46 dovranno essere riviste e ripensate alla luce di quello che il cappellano aveva già formulato prima della guerra e nei libri che scriverà dopo il conflitto, e molte delle spiegazioni invece dovranno essere cercate nel carteggio privato sia durante i due anni al fronte che successivamente. Molta della ‘verità’ di don Gnocchi dovrà essere cercata lì, al di fuori della versione ‘ufficiale’ del suo pensiero memorialistico.

Cosa è la guerra, perché questo cataclisma umano?

“La guerra nasce da un disordine morale, molto prima che da uno squilibrio economico, o da una perturbazione dell’ordine politico. La guerra nasce dalla colpa. Quello che conduce inesorabilmente al conflitto è la superbia, l’egoismo delle nazioni potenti, la cupidigia e l’ottusità dei popoli ricchi, l’odio artificialmente accesso tra le nazioni e le razze, la sfiducia e l’instabilità dei rapporti internazionali, l’arbitrio di quelli che governano, l’edonismo che mina alle basi della vita individuale e fa decadere quella delle nazioni, la prepotenza, l’ingiustizia, la menzogna, l’invidia, la calunnia, in una parola, tutto il triste corteggio delle passioni delle colpe umane. Questo e non altro e il valore vero e sotterraneo che determina le guerre, anche se alla superficie appaiono e operano le ragioni della politica, dell’economia e della diplomazia[11].

Ci si sente eco di inique sanzioni, di revisione di Versailles, di Italia proletaria del mondo, di rivendicazione storica: caposaldi della propaganda del Regime fascista.

Ora, se è vero che come ha scritto Marco Roncalli, che si tratta per don Gnocchi di “Un antifascismo nel suo caso non dichiarato, eppure vissuto – fuori da un’ideologia – come ambito di testimonianza evangelica[12] , è anche vero che la sua posizione politica negli anni Trenta era fuori discussione perché nel suo testo Agli uomini di buona volontà, aveva puntualizzato che “Rivoluzioni, guerre civili, agitazioni operaie, massacri, scioperi e lotte furibonde. Forse soltanto l’Italia nostra, in tanto disordine, gode una tranquillità operosa e invidiata”. Si sta bene in Italia, il fascismo è accettato, è un compagno di viaggio.

A quella data il nemico evidente della civiltà cristiana è uno solo:

Il comunismo è una cosa molto seria… La prima condizione di vittoria è quella di conoscere spassionatamente il nemico. E’ stupido e sommamente pericoloso disprezzare o sottovalutare le forze avversarie. Per questo, uno degli imperativi più urgenti di questo momento storico, per ogni uomo che abbia a cuore le sorti della civiltà, non può essere che questo: conoscere da vicino il nuovo nemico, per batterlo, guardarlo negli occhi, per dominarlo. E questo significa prestare allo Stato, che persegue il comunismo teoricamente e lo vince praticamente con la realizzazione pratica di una più alta resistenza sociale, quella collaborazione cosciente ed operosa che fra i doveri più urgenti e più gravi di ogni cittadino[13].

Il patto della Chiesa con il fascismo è un programma che non esclude nessuna pratica, come conferma il lessico usato. La parola stessa collaborazione in questo caso non si fonda su una adesione volontaria, ma ad un operoso dovere che esclude ogni obiezione di coscienza in senso contrario. Si compie così un sotterraneo rito di colpevolizzazione del ‘nemico’.

Già prima della guerra quindi con quella ‘tendenza evangelica’ aveva esposto le sue idee di ordine politico in una contestazione sia al comunismo, del quale criticava l’abolizione totale della proprietà privata, che del liberalismo, “i danni sociali apportati dal capitalismo”, del quale indicava “lo spirito del più volgare egoismo, cioè dell’avarizia, del soprano della sopraffazione e dell’arrivismo”: in lui c’era quella cultura del cristianesimo sociale per il quale la giustizia e quella che’ a ciascuno sia dato il suo’”[14].

Se non è mai esplicito il pensiero politico di Gnocchi, è fortemente ideologico quando nel dopoguerra dirà ”l’uomo è un essere essenzialmente corale“, senza la storia che lo contraddistingue perché “Tutta la vita è solidale. Quella economica, come quella politica e morale“. Può sembrare forse paradossale, ma pubblicamente il partigiano Don Gnocchi parlerà dei regimi sconfitti solo dopo la guerra, quando dirà “Hitler e Mussolini sono stati abbattuti, con uno sforzo colossale che ha prostrato il mondo, ma ogni giorno dobbiamo constatare che la civiltà che li espressi non è morta, i regimi le loro passioni rivivono più che mai rigogliosi minacciosi sotto altri nomi, sotto altre forme sotto altre latitudini[15]: nelle tre edizioni del Cristo invece non si leggerà mai né la parola fascismo né la parola Mussolini, eppure il pericolo invece permane ed è quello comunista.

Non può insomma stupire che l’ultima pagina dell’edizione 1943 don Gnocchi possa scrivere dopo la tragedia della Ritirata

Ora, se appena socchiudo gli occhi, rivedo la scia tortuosa e cruenta del nostro cammino come un solco scuro sulla neve splendente. Ivi riposano stanchi i nostri compagni. Sono caduti per la vittoria e la grandezza dell’Italia, ma anche per la salvezza di questo infelice popolo russo… Dalla sacra semente dei nostri morti, germoglierà quella spirituale primavera e il ritorno alla verità che la Madonna di Fatima ha chiaramente vaticinato per la Russia ortodossa e bolscevica, dopo il lavoro cruento e redentore di questo immane conflitto[16].

Ed è facilmente immaginabile che questo capoverso non appaia più nella edizione del 1946 e nelle ristampe successive. Al di là dell’ormai impraticabile concetto di grandezza dell’Italia la giustificazione dei lutti per una crociata – parola che non emerge mai nei suoi scritti – anticomunista che fosse ben accetta anche dai russi stessi non regge più, difficile convincere gli italiani che queste decine di migliaia di morti rappresentassero una qualche forma di redenzione.

Se il trauma della lotta antipartigiana in Montenegro, la Ritirata e la Resistenza rappresentano lo spartiacque della visione di Gnocchi pur sempre con le ambiguità sovraesposte, nell’ultimo capoverso fa capolino uno dei cardini del suo pensiero: la redenzione. Concetto che si mescola con il principio del martirio, caposaldo della fede cristiana e punto di saldatura con l’ideologia fascista.

Ma il soldato è a un tempo sacerdote e poeta: riconcilia l’umanità con Dio e crea un ordine nuovo di vita, con la garanzia di quella stabilità e durevolezza che solo può venire dal sangue. Per questa sacerdotalità laica, il soldato nell’antichità era considerato cosa sacra, l’esercizio delle armi entrava in qualche modo nell’ordine della religione e il medioevo cristiano fece della milizia una professione religiosa. La vita militare racchiude inoltre una delle più completa attuazione del comandamento evangelico della carità, intesa come servizio dei fratelli, come superamento della personalità egoistica e come dimenticanza di sé fino al sacrificio della vita. C’è una parola nel gergo militare, che l’uso molto logorato, ma che è tuttora carica di significato, la parola ‘servizio’”.[17]

Invano si cercherebbe questo passaggio nell’edizione del dopoguerra, in quel capitolo che come detto si intitolava ‘Mistica del soldato’ nella prima edizione e che poi divenne ‘Il soldato come Redentore’ nel 1943, e il totalmente riscritto in ‘Sacrificio Redentore’ nel 1946, laddove la parola ‘popolo’ è sostituita con la più rassicurante ‘la nostra gente’, dove viene cancellato il passaggio “Il sangue versato per la Patria, è una delle attuazioni più chiare e più alte della sentenza evangelica ‘Non c’è amore più grande di quello che dà la vita per i propri fratelli’”. E’ questa una trasfigurazione dei riti di morte in riti di vita, un esaltare la morte per esaltare la vita, così come era nel profondo dell’ideologia anche fascista[18].

La riscrittura di queste pagine rappresenta il momento più materialmente ‘politico’ del testo di don Carlo: nella prima edizione infatti si legge

La guerra è un fenomeno molto prima morale e religioso che politico, militare ed economico. Rientra nettamente nei rapporti di Giustizia dell’uomo con Dio e non tanto dell’uomo come individuo, ma dell’uomo come popolo, come nazione, come società. La ragione remota e la giustificazione della Guerra, nell’economia Cristiana della storia, sta nella legge del sacrificio e della redenzione[19], che nel 1943 si trasforma in “La guerra è un momento di distacco dell’uomo da Dio, come legge morale, è un temporaneo abbandono degli eventi storici alla logica inflessibile dell’errore, affinchè dall’assurdo possa nascere la verità e dal dolore possa essere generato l’ordine. Così che la guerra diventa condanna, castigo e redenzione degli errori dai quali è generata… redenzione in quanto guadagna agli uomini di buona volontà un ordine di vita migliore[20].

Nel 1946 questa frase diventa “La guerra nasce da un disordine morale, molto prima che da uno squilibrio economico, o da una perturbazione dell’ordine politico. La guerra nasce dalla colpa[21]. Stop. Il senso comunque sembra essere quello di giustificare ogni forma di guerra qualora ci si imbatta nella ‘colpa’ di aver abbandonato la legge di Dio.

Non solo: nel 1942 prosegue così:

A un dato momento, la provvidenza dà via libera alle forze storiche che conducono al conflitto, perché l’uomo deve soffrire. Vi sono Nazioni che devono soffrire per scontare, nella guerra, le loro colpe secolari e vi sono Nazioni che devono rendersi degne, con la sofferenza, di una nuova e più alta investitura storica. Non si dice comunemente che la Francia è crollata sotto il peso dell’immoralità pubblica e privata, che l’Inghilterra deve scontare con questa guerra gli egoismi ottusi della sua lunga storia, che la Russia lava nel sangue le disumane assurdità del bolscevismo, che la vita facile, gaudente e spensierata del popolo americano doveva giustamente avere una fine, mentre i popoli giovani e sani che, nell’operosità e nella fecondità, hanno obbedito alle leggi fondamentali della vita, devono finalmente conquistarsi il posto che loro spetta nel governo del mondo e nel possesso dei beni della terra? Tutto questo significa che al di là della politica, della diplomazia, della potenza bruta dell’oro delle armi sta un valore ‘sotterraneo’ assoluto immutabile che determina l’esito delle guerre e il declino o l’ascesa dei popoli nella storia: la legge morale, il rapporto con l’eterno, la giustizia di Dio[22].

Il paragrafo, almeno ad una lettura superficiale, raccoglie quasi tutti i temi della propaganda del Regime negli anni ’30, dall’attacco alle democrazie demo-pluto-giudaiche allo spazio vitale, all’italiano nuovo e alla volontà di ‘ridistribuire’ i beni della terra senza mettere in dubbio il diritto all’imperialismo e al colonialismo. Questo passaggio salterà del tutto già nell’edizione del 1943.

C’è un ordine superiore da restaurare e non può che essere il soldato il protagonista di questa missione:

“In tutti questi arcani rapporti, tra l’uomo e la legge morale, tra Dio e l’umanità, tra il contingente e l’eterno, il soldato è il sacerdote laico che paga per tutti lo scotto del suo sangue, rappacifica l’uomo con Dio, e riconquista la pace e l’ordine ai propri fratelli. Come tale, il soldato è un piccolo e umano redentore – pensando al Cristo – perché la legge in forza della quale egli soffre e muore è la stessa per la quale il Cristo porta e sale la croce: per gli uomini e per la loro salvezza”.

Pace e ordine esclusivamente nella parola del Dio, in un unico universo immaginabile. Da ciò deriva che:

“Ecco perché il ferito di guerra e il caduto ispirano un sentimento grave e religioso di soggezione, di venerazione e direi di culto, quale nessun altro ferito o morto comune ha il potere di suscitare. Anche io, tutte le volte che ho dovuto chinarmi sullo strazio dei miei feriti in guerra e sul corpo dei miei morti, mi sono sentito prendere e soggiogare dalla stringente tentazione di inginocchiarmi a baciare religiosamente quelle ferite e venerare quella morte inferta per me e per la mia redenzione umana. Ed eccolo la nascosta e istintiva ispirazione della serena maestà e la stupenda naturalezza con la quale il soldato accetta e sopporta i più duri sacrifici, le rinunce più gravi. L’anima pura e profonda della nostra gente arriva queste mistiche realtà per diritta e sicura intuizione, anche se inconscia e non espressa[23].

Ora andando oltre il culto del martire, davvero sarebbe stato interessante chiedere ai quei soldati della Ritirata di Russia se questo ‘sacrificio’ fosse così naturale, o realizzare un sondaggio sulla naturalezza del congelamento arti: ma d’altro canto il programma ideologico di don Carlo nel 1942 non ammette molte repliche:

La legge per la quale muore il Cristo è muore il soldato è sempre la stessa: la legge di redenzione. L’uno nell’ordine naturale, l’altro nell’ordine sovrannaturale. Il soldato non soffre per sè come individuo, ma come uomo consociato, non sconta le sue colpe personali, ma quelli della sua gente e dell’umanità, non mira procacciarsi beni individuali, dalla grandezza del suo popolo e la pace dell’umanità[24].

A morire sono degli innocenti, individualmente esenti da colpe, afferma il cappellano degli alpini, pagano colpe non proprie: la legge non citata è che se si muore in Cristo, si vive nella vita eterna. Per la redenzione della collettività. Li mandano a morire per una futura pace. Superfluo segnalare che quest’ultimo passaggio non sarà ritenuto utile confermarlo nelle edizioni successive.

Nel dopoguerra la coscienza di essersi spinto troppo in là con questa saldatura che riteneva temporanea tra regime e chiesa gli consigliò di tagliare totalmente anche un capitolo compromettente, Festa religiosa al battaglione. E se ne capisce bene il motivo se solo si legge il testo della preghiera pubblica recitata dal quadrato degli alpini schierato per la santa messa:

Dei feriti, dei mutilati, degli invalidi accetta lo strazio della carne e la mortificazione dello spirito, per la nostra salvezza, o Cuore di Gesù…. Ai nostri morti, caduti sul campo per la nostra grandezza, concedi o signore la pace, la luce e il premio del premio della tua gloria… Al nostro cuore di soldati, dona serenità virile e cosciente nel compimento del dovere affidatoci dalla Patria, fino – se necessario – al sacrificio supremo… A coloro che reggono le sorti della Patria in quest’ora decisiva e solenne da sostegno, guida e conforto nelle vie della Giustizia, della vittoria e della Pace. Alle nostre armi, ai colori d’Italia che porta nel mezzo la tua croce, concedi la vittoria o Signore[25].

Il soldato cristiano, cristiano in quanto soldato, nuovo Cristo, per don Gnocchi. Che convive in quanto soldato e in quanto cristiano con la morte come forma di purificazione collettiva, di redenzione pubblica. Ma anche estetica: più avanti con il crollo non solo simbolico di tutte le certezze dovrà per forza interrogarsi sul senso di questa avventura, e lo darà solo in chiave ‘letteraria’, ricorrerà alla letteratura, alla parola, alla creazione ‘estetica’ come possibile elaborazione del dolore. In questo darà senso ad uno dei cardini dell’analisi psicanalitica sulla guerra come campo di elaborazione della ‘bellezza’.

Ed è con la morte che il cappellano alla fine fa i conti peggiori con sè stesso. Da un lato, il ruolo del cappellano, la casella sociale nella quale è inserito e che non lo lascia mai: è cappellano militare dal 1932, con l’Opera Nazionale Balilla e poi con la Milizia Volontaria, anche se allo scoppio della guerra chiederà espressamente di non seguire le camicie nere ma di essere inserito nei reparti alpini per affinità elettiva con quelle genti e perché, nella sua visione della carità cristiana, di ultimi si trattava benchè di valore. Vuole stare dove l’esercizio della carità si avvicina di più alla sofferenza umana, e questa volontà ha una evidente misura politica: così come il soldato cerca la battaglia per sublimare la sua intima missione, il cappellano cerca la battaglia per avvicinarsi e sublimare la sua scelta esistenziale.

Qui invece si tratta di un fatto strettamente personale, d’una realtà interiore mai prima d’ora sperimentata, di una nuova e felice dimensione dello spirito che riguarda la mia personalità e quella soltanto. Qualche cosa che nasce dalla immissione profonda dell’individuo nella massa, dalla consustanzialità dell’uomo con la tragedia del suo tempo e dalla stretta consanguineità con quelli che ne sono i protagonisti più diretti: i combattenti. Il sentirsi efficacemente e sperimentalmente irradicati nella storia, fatti carne e sangue con la propria gente, attori di primo piano in questo dramma immane che dà allo spirito quella pienezza vitale, questa socialità gioiosa e questa coralità immensa. La vita ordinaria del sacerdote può nascondere l’ambigua e difficile tentazione di segregarsi dalla massa, nell’intento di elevarsi, può creare lentamente diaframmi opachi tra noi e il popolo e stabilire alla fine, negli spiriti meno vigili e meno vasti, uno stato di ‘splendido isolamento’[26].

La scelta è stare in mezzo alla gente, stare tra le persone nel senso reale, perseguire il reale della vita. Don Gnocchi è uno spirituale ma non è un asceta. La rinuncia non fa parte della sua visione della vita. E nella vita c’è la morte. La ragione principale della sua presenza in prima linea è questa, è forse l’unica vera motivazione. Darle un significato. Si è detto: riportare il mondo sulla retta via, combattere l’ateismo, sacrificarsi per questo, saldare il concetto cristiano del sacrificio e del martirio con le ragioni della storia come compromesso maledetto. Dare un senso a questa morte. Infatti:

Questi nostri morti dormono sotto la terra appena smossa che la pietà semplici dei compagni ha ornato di un segno di religione e di una parola d’affetto; riposano in pace. A tendere l’orecchio, forse vi sentireste respirare ancora regolarmente”,

eccoli i segni reali, ecco il tempio della morte, fedele compagno di ogni combattente in tutte le guerre del mondo: il cimitero dei caduti.

“I nostri morti no. Dormono tranquilli, anche se la mitragliatrice li abbattuti con la bocca nel fango o stroncati nell’assalto audace, anche se schiantati dallo scoppio delle granate. Hanno sempre un’attitudine armoniosa, raccolta e pia, come chi dorme bene e senza affanno”.

Non sono affatto morti: dormono in attesa della resurrezione divina. Se la morte è un fattore collettivo, resta sempre valido l’interrogativo di tutte le guerre e in special modo questa: a chi appartengono questi morti?

Ma l’antenna che diffonde e amplifica tanta pace e così virile certezza è la Croce! La grande Croce solitaria dalle braccia immense che si alza al centro di ogni cimitero di guerra e riempie della sua maestà anche il paesaggio circostante. ‘Ritorneranno’ è scritto sotto l’alta croce centrale del cimitero di Berat e la forza lapidaria di quell’affermazione è veramente soggiogante”.

Ritorneranno perché risorgeranno. La croce è l’antenna che emette il segnale che abbraccia tutto l’ambiente circostante, cuneo nel terreno che si impadronisce del sopra e del sotto la terra, in senso ‘virile’ e in senso ‘regale’, come comando, come autorità, come appunto maestà. Resta appesa un’altra domanda, che riporta al ‘senso’ del testo: cosa c’è al centro di questo libro? La morte o gli alpini?

Dai cento cimiterini di guerra, mistici grani di un rosario di grandezze di dolori, frontiera eroica della Patria, i nostri morti ritorneranno per respirare nel palpito delle bandiere e marciare in testa i battaglioni. Ora riposano in pace! Lasciamoli dormire, perché hanno tanto faticato”.

Nella versione del 1946 la frontiera eroica diventa la frontiera spirituale, e non torneranno a respirare nel palpito delle bandiere. Eppure riposano sempre in pace, hanno finito di soffrire.

E sono ben protetti dalla patria anche da morti:

Questa è terra che affiora lieve da lontane e placide profondità, per accogliere il dono dei nostri morti. Perché altrimenti avrebbero dovuto segnarla così nettamente e gelosamente con muriccioli a secco e con filo spinato e difenderla con le mitragliatrici ai quattro angoli del recinto? (quantunque anche la crudezza e la ferinità delle armi si plachi qui nella luce mite e buona di questi cimiteri di Guerra)” [27].

Simboli di morte a guardia della morte, anche se non si capisce da chi devono difendere quel fortino trincea, ricovero di morti: forse il nemico attaccherà quel terreno di senza vivi?  No, quelle mitragliatrici segnalano l’avvenuta annessione di quel territorio dove sono stati ‘piantati’ dei cadaveri per confermare ai vivi il possesso trapassato. Croci e mitra, avanzata statica di una appropriazione paleocristiana, oltre che pietre tombali che impediscano ogni forma di riesumazione o resurrezione.

E infatti nell’edizione 1946, per smuovere lo choc dell’accerchiamento da parte dei russi don Carlo racconterà

Mi buttai verso il Quartier Generale e, dall’alto di una slitta, alzai sugli uomini che mi si erano in stretti d’intorno, ancora sbiancati dalla sorpresa, il mio piccolo crocifisso d’argento, quello regolamentare con il Cappellano deve portare nel taschino della giunta militare. Cento sguardi fermi ed intensi si confissero su di lui e io non so come ne reggesse il peso e l’audacia… e forza ne venne in quel giorno agli alpini che si buttarono contro le macchine di ferro e ne ruppero il cerchio mortale[28].

Non è solo simbolismo, ma conferma di sè attraverso i simboli del proprio status, redenzione verso l’immortalità del Cristo sulla piccola croce regolamentare. Incarnazione di una forza subliminale, immanente. Come nel caso del partigiano in Montenegro, episodio che è stato inserito nell’edizione post bellica e che tra testimonianze varie è ritenuto essere uno dei punti di svolta della crisi di don Carlo nelle riflessioni sulla guerra fascista, che benchè non condivisa era stata appunto accettata come speranza di un mondo nuovo e migliore, principalmente anticomunista.

Scrive don Gnocchi:

Eppure quanto è triste il mio piccolo crocifisso di Guerra! Forse perché il candore lunare d’argento ricorda troppo da vicino la fosforescenza degli occhi dei morenti che lo premevano sulle labbra inaridite, con mano vaga per la lotta e per l’agonia. Forse perché i caduti nel suo nome attendono ancora la consolazione la giustificazione del loro oscuro sacrificio. Forse perché la lotta cessata sui campi cruenti della guerra continua a più acerba che mai nelle competizioni negli odi di questa vecchia Europa? Eppure soltanto nel crocifisso può darsi speranza di intese, di resurrezione e di vita per il mondo”.

Ciò nel ricordo dell’esecuzione del partigiano in Montenegro:

Era un ribelle catturato con le armi e doveva essere passato per le armi“, e viene quindi spontaneo pensare che per un cappellano militare un legittimo combattente ‘partigiano’ in lotta contro l’invasore del suo paese catturato con le armi rientra nella normalità che venga fucilato; c’è per intero il simbolismo di guerra nel senso cattolico.

Rimase fino all’ultimo impenetrabile. Il suo sguardo mi vestiva ritmicamente da capo a piedi come una coltre fredda e distanziate. Le parole di religione rivoltegli per mezzo dell’interprete, non intaccarono minimamente la sua impassibilità ed assenza. Soltanto quando trassi dalla divisa il crocifisso, un sentimento di dolcezza attraversò improvvisamente il suo sguardo e lo intenerì. Mi tolse di scatto il crocifisso dalle mani e lo baciò ardentemente[29].

Ciò che conta quindi non è che quell’uomo fosse stato ammazzato ma che avesse baciato il crocifisso e cioè che avesse operato una sottomissione, non che su di lui fosse stata operata una ingiustizia terrena, ma che si compisse quel pentimento che tutto perdona. Conta la salvezza dell’anima non della vita. Solo che questo episodio viene inserito dopo la guerra, nonostante l’esperienza dei rastrellamenti balcanici, dicono le testimonianze, fosse alla radice di quella crisi che si compirà successivamente.

Qual è a questo punto il ruolo del cappellano? Quali sono i suoi compiti? Che si prefigge di fare don Carlo nella tragedia della guerra? Ci sono più funzioni, materiali e spirituali.

Il cappellano militare è un po’ come il vicario della mamma presso i figli lontani in armi”[30].

“Qui quando c’è il cappellano i soldati si calmano… Non hai notato che, quando il cappellano appare in linea, i volti dei soldati, contratti e fissamente intenti, si distendono ha un sorriso di fiducia e di serenità?”[31].

Psicologo, materno o paterno, il cappellano non dà ordini e non giudica militarmente, non rappresenta regole e comandi, è spesso il tramite amanuense con le famiglie, è il confessore, rappresenta di più un rifugio. E’ un ‘pari’, a patto che lo sia veramente, e sarà questo infatti il successo di don Carlo tra gli alpini che infatti scrive “E il soldato domanda, esige dal cappellano questa compartecipazione di vita[32].

Tra i due ruoli c’è un patto non scritto, che è quello dell’uguaglianza nella sofferenza, che conferisce senso profondo alla scelta di vita e di fede di un sacerdote. “Perché altri cappellani hanno confessato, come me, che la vita militare ha segnato una generosa rinnovazione del loro sacerdozio?”[33].

La spiegazione sta più su, in un altro dei pensieri di don Gnocchi, ossia essere coerenti con la scelta iniziale della propria vita incarnata dalla scelta di carità e non di prestigio o di potere. Stare in mezzo agli altri, ai fedeli, essere al ‘servizio’, che non a caso è la stessa parola utilizzata dal cappellano per indicare le milizie medioevali cristiane. Al servizio ‘militare’ e quindi ‘religioso’ di una idea. La rinnovazione della scelta di don Carlo non è una esclusiva del sacerdote, ma di tutte quelle categorie di persone che ogni giorno rinnovano e ricondizionano la motivazione, caritatevole, direbbe un religioso, etico potrebbe dire un laico, che è alla base della scelta di vita. Vale per un medico, per un vigile del fuoco, per un giornalista impegnato in una calamità, un maestro di scuola in un quartiere disagiato, per un magistrato antimafia. A patto che ci sia la materia prima che risponda a questa esigenza: e non c’è nulla di più evidente per un sacerdote che ha fede autentica come don Gnocchi di un campo di battaglia, laddove la morte è la merce di scambio di questa carità.

Per il sacerdote lombardo la materia prima erano gli alpini, che lo hanno sentito come uno di loro, scelto da loro, uno di tutti, un esempio paritario. Una materia prima con delle caratteristiche spiccate.

A voler definire l’animo religioso dell’alpino, bisogna per forza rifarsi ai termini e al concetto di Pietas, così comprensivo e così caro ai latini. La religione, per questa gente, non è mai un momento o un episodio; e uno stato, una forma, un modo di vita. Sangue vivo e succo vitale”.

E’ chiaro: stiamo parlando di un pezzo particolare della società italiana, con tutte quelle caratteristiche di cristianesimo basilare e ridotto all’osso. Pasta madre per far lievitare il mito dell’alpino di cui don Gnocchi è tra i protagonisti indiscussi del dopoguerra nella memorialistica. Ma se altri autori hanno puntato sulla capacità bellica delle penne nere, pensiamo a Tomaselli, qui si gettano le basi di una ideologia pesante come il granito, impermeabile al primo sguardo. Don Carlo è convinto che la base ideologica dei reparti alpini, ossia il cattolicesimo, sia l’arma segreta che renda queste truppe ‘superiori’:

E’ troppo facili accorgersi che la religione è uno dei coefficienti più decisivi nella constatata saldezza morale e nel sicuro rendimento delle truppe alpine in Guerra”[34].

Nulla si chiede del rilievo sociologico di queste genti, della leva valligiana, dei rapporti di parentela, della comune capacità linguistica dialettale, delle competenze culturali simili, dello spirito di corpo naturale, in sostanza di quei fattori aggreganti caratteristici e unici nelle forze armate italiane.

Io credo che l’integrità religiosa del popolo italiano, unica nella sua storia religiosa dei grandi popoli, si deve attribuire in gran parte alla massa di resistenza opposta dalle popolazioni alpine, durante i secoli, agli attacchi e alle infiltrazione dell’errore straniero e che la stessa sanità morale della stirpe, di fronte alle frequenti intemperanze delle nazioni di confine, sebbene in parte frustrata da altri più facili vie d’accesso del costume, sia merito anche della compattezza e dell’impermeabilità di questo vallo italico che la natura è Dio hanno posto a difesa spirituale e materiale dell’Italia”.

Ora, al di là della correttezza dell’analisi storica, che vacilla, l’isolamento nei secoli delle popolazioni alpine diventa un fattore determinante per determinare una ortodossia e una purezza primigenia. Il Vallo Italico non è mai esistito, le vie d’accesso montano nel paese sono stabilite da secoli eppure l’errore straniero non è penetrato per atto di volontà di una parte del paese. È come creare il mito di un nucleo primordiale e resistenziale alla storia: anzi, al di fuori del percorso stesso della storia. Isolamento e ritardo come premessa di non contaminazione e conservazione ortodossa.

La forza in sostanza sta nella elementarietà felice.

“Nè molto numerose e varie sono le idee religiose di questa gente. Dio, l’anima, la provvidenza e l’al di là, con la sua chiara e acquietante giustizia per tutti. Ce n’è abbastanza per costruirvi saldamente tutta un’esistenza, come su pochi pilastri di roccia gettati nel fiume rapido e insidioso della vita”.

Le popolazioni montane vivono da secoli l’immutabile scorrere del tempo, in condizioni di vita non facili, economicamente depresse. Da sempre da monte si scende a valle: Gnocchi è in relazione con una società che per sopravvivere sui monti non ha necessità di nessuna cultura speculativa, nessuna profondità di pensiero in senso borghese, ma un senso pratico istintivo e affinato nei secoli, legato al valore degli oggetti, dei beni materiali, in una economia di sussistenza e autoreferenziale. L’ambiente e la sua gravità portano naturalmente gli abitanti ad un misticismo elementare. E infatti

I reagenti del dubbio e la specificità della critica non hanno molta presa sulla pietra compatta buona di queste coscienze[35].

Agli occhi della funzionalità militare questi limiti di sviluppo culturale e sociale rappresentano evidentemente dei vantaggi: poche idee ma decise, accettazione di un ordine, senso morale garantito da una naturalità con l’ambiente circostante, estrema circospezione con l’esterno e trasmissione sugli oggetti della propria economia di una identificazione con la fatica e il valore del tempo.

Gnocchi lo sa e lo dice:

È molto facile per i villeggianti divagati delle stazioni alpine criticare la preparazione e le forme dell’apostolato del clero di montagna; ma pochi sono in grado di apprezzare pienamente il valore civile religiose di queste ‘truppe alpine’ della Chiesa di Cristo, quanto il cappellano militare, che ha contatto continuo e profondo con vaste masse di figli della montagna, ne tiene in mano il polso nei momenti più decisivi e rivelatori della vita e sa molto bene che cosa significa durare in queste trincee avanzate della chiesa, contro le sottili tentazioni della solitudine e nelle strettezze di una vita povera e nuda[36].

Sembra un elogio dell’arretratezza che ha come base logica proprio il cattolicesimo: l’apostolato del cappellano verso i deboli e gli emarginati della società e che recupera il sacrificio e il dolore dell’esistenza diventa una posizione politica, che si contrappone al sistema con una vaga sfumatura antiborghese.

E contrariamente ai ricchi della terra dove il dolore “è sempre improvviso, stonato e astruso”, nell’alpino quella “maschera del dolore s’intona subito al volto di questi uomini silenziosi buoni della montagna… Questa gente solida dell’alpe il sacrificio l’ha nel sangue come un fatto assolutamente normale, come una legge ordinaria di vita[37].

I ricchi non piangono e quando piangono sono ipocriti, visti dalla parte di chi piange per veri motivi, come i montanari. Don Gnocchi sceglie di stare dalla parte degli sfavoriti della storia, dopo aver vissuto in mezzo ai figli della borghesia ricca lombarda all’Istituto Gonzaga per anni, perché li percepisce meno corrotti dalla storia.

Per poter stare dalla loro parte però c’è bisogno di un passaggio non di poco conto, che è quello di farsi accettare da loro, di tramutare quella carità in esempio materiale. Rompere la diffidenza secolare, passare dalle parole ai fatti.

Non è facile nè molto frequente che l’alpino sorrida. Il sorriso è una sfumatura, ha tenuità che difficilmente si intonano all’architettura razionale dei volti montanari. Tanto che, nei primi tempi, l’impassibilità di quelle facce chiuse e ferme mi raffreddava, fino a darmi pungente sospetto della lontananza spirituale e quasi dell’indifferenza. L’alpino non e facile ad aprirsi e a fondersi. Ai primi contatti con una persona nuova si irrigidisce, come certi fiori selvatici delle sue montagne gelosi e irsuti. Risponde breve asciutto, difficilmente raccoglie il motto festoso e invitante, quasi si disturba al discorso scherzoso o troppo abbondante. Si direbbe che stia in guardia e studi pacatamente l’interlocutore. La vita solitaria della montagna, coi suoi silenzi majestatis, con il breve cerchio delle amicizie al paese, conferiscono questo fortunato istinto di vigilante temperanza, che è segno preciso di compiutezza e di sufficienza spirituale[38].

L’alpino ti chiede e tu gli devi dare. L’alpino di quelle generazioni ha una cultura socialmente ‘chiusa’, ed è vero che nel libro non c’è mai un singolo soggetto ma gli alpini come categoria[39], cosa che facilita ogni semplificazione: don Carlo non è uno ‘scrittore’ che faccia ‘romanzo’, l’orizzonte della sua scrittura non è l’uomo come soggetto, ma come oggetto di riflessione evangelica con una forte connotazione poetica. Se per esempio non c’è mai un nome personale, non c’è nessuna frase in dialetto, in realtà non ci sono nemmeno i fatti.

Ma quando entra nel mondo chiuso dei reparti alpini, quando diventa uno di loro, lo diventa al punto di veder annullare ogni barriera, dal no si è passati al sì, senza vie intermedie. Come nel caso delle lettere da casa. Il suo posto è di intermediario di fiducia tra i valori più intimi, potremmo dire tra le poche cose di possesso vero degli alpini: la relazione affettiva con casa e la famiglia.

Scrive di solito la sorella più provveduta. Quella che ha avuto la fortuna di fare tutte le classi elementari e magari qualcosa di più. E’ un po’ l’amanuense di tutta la famiglia e ciascuno ha una commissione da affidarle… Lo stile è diligente e controllato. Qua e là affiorano, con aria un po’ civettuola, espressioni di uso epistolare o commerciale corrente. Forse reminiscenze del doposcuola fatto al paese, presso le buone suore… Qualche volta scrive direttamente il padre. Allora lo stile è volutamente un po’ asciutto e perfino burbero. Si sa; bisogna alzare la voce per non tradirsi, e forse anche sgridare. Come il padre di quel mio alpino al quale la censura aveva cancellato due righe in una lettera. ‘Che cosa hai scritto nella tua ultima? Forse ti lamentavi della vita militare? (veramente lui scriveva della naja). Cosa dovrei dire io che ci ho fatto sotto quattro anni filati? Tuo padre – lo sai – è invalido di guerra e deve restare tutta la vita sul seggiolone, ma non gli è mai capitato una figura di questo genere. Mi sono vergognato di te’[40].

Qui c’è la rappresentazione di una gerarchia e non solo della comunicazione: la classica famiglia tradizionale paternalistica, con la sorella che ha studiato anche se solo fino alle elementari, con quel in più affidato alle suore, la reprimenda del padre mutilato che lega materialmente e idealmente alla Grande Guerra (in realtà nell’edizione post bellica don Carlo chiarirà che la censura è intervenuta solo perché il soldato aveva scritto il nome di alcune località, cosa vietata). In sostanza si obbedisce e non ci si lamenta. Di nascosto si afferma che l’intelligenza in quella famiglia è al femminile e che quell’ “amanuense”, è forse la persona migliore culturalmente, ma nello stesso tempo il potere resta nelle mani del patriarcato e che la ragazza non deve sperare in un futuro diverso. Il padre mutilato, altro caposaldo della mistica fascista, detta la linea anche al figlio inviato in Russia: quello che stai passando è niente rispetto a quello che ha passato la mia generazione, e serve come incoraggiamento e paragone.

Alla povertà e primitività dei mezzi espressivi, in tutta questa corrispondenza, si contrappone la ricchezza degli affetti! Temi ed affetti obbligati, essenziali, sinfoniali. La Casa, la terra, Dio e la Patria[41].

Beati i poveri ricchi di spirito, se stanno dentro i confini del dio-patria-famiglia. E’ una corrispondenza tutta privata, che si preoccupa di descrivere l’ansia del distacco dai beni personali e delle vicende tutt’al più cantonali, una gazzetta rionale sull’evidenza dei fatti. La vita, dice questa corrispondenza e questa analisi, è nei fatti materiali, quotidiani, evidenti, la vita è quella del reale apparente. E infatti:

Tale interessamento può sembrare, ai cittadini inariditi dell’urbanesimo individualista ed egoistico, un vano pettegolezzo e una invadenza gratuita nei fatti del prossimo. Ed invece è una forma nobilissima di viva comunalità, un sentimento di simpatia per le gioie e i dolori dei Fratelli e una dilatazione squisitamente cristiana della personalità. Dopo la famiglia, la grande presente in queste lettere è la terra, col ciclo sacro e solenne delle sue vicende: di raccolta del fieno, del grano e delle uve, con gli eventi tristi e lieti che riguardano la fedele famiglia degli animali domestici e da lavoro[42].

Lo ripete chiaramente: partecipazione e comunanza, altruismo, solidarietà, in contrapposizione con l’egoismo delle città. E’ la stessa identica visione del fascismo, per il quale il culto della terra e della bontà del contadino sono un recupero di purezza iniziale non corrotta dalla civiltà industriale, dalla città operaia focolare di ogni infezione. La società è quella, quello è il prototipo: contadino, comunale, materiale, solidale. E tutt’altro che omologata, che massificata. Quando dovrà confrontare l’animo italiano in relazione a quello russo-ucraino, don Carlo sottolinerà il profilo individualista del suo soldato:

Neppure l’uniforme militare riesce del tutto a soffocarne l’individualità; perché un modo di portare il cappello, una posa, un ornamento qualunque li distingue e li segna in modo inconfondibile. Ecco perché io credo, se non mi fa velo la l’amore per la mia gente, che gli alpini siano riusciti a domare la forza di questa terra e a darle un volto di varietà e di serenità. Son qui da pochi mesi e pare che vi siano dalla preistoria. Dovunque è il segno di questa gente alacre, industre, poetica, se poetare, secondo la etimologia, è piegare l’indolenza della materia a un disegno di bellezza interiore. Di case rustiche della Russia sono di un estenuante uniformità e monotonia. Se togli i timpani di legno traforati posti alle finestre, nulla sta a indicare un lavoro di fantasia o un bisogno di varietà[43],

mentre invece

Ci volevano la genialità industriosa, la forza fisica, la paziente tenace di questa gente alacre intelligente per creare, come fu fatto, in poche settimane, una città sotterranea, dove le compagnie e i battaglioni vivevano in tiepido e sicuro ricovero contro le insidie degli uomini e della natura, e una linea di camminamenti e di fortini irta di ferro e di volontà che gli attacchi avrebbero difficilmente potuto travolgere. Lo si può affermare senza timore di iattanza: se la Tridentina non avesse dovuto ripiegare dietro ordine superiore, nessuna barba di russo avrebbe potuto infrangere la sua linea difensiva[44].

Se qui da un lato fa capolino un altro dei topos della Campagna di Russia, ossia l’invincibile alpino e il valore del soldato italiano, dall’altro l’alacre ingegno dei reparti alpini, non gli unici a averlo, viene spiegato con la stessa mentalità:

Perchè poca gente più di questa ama gelosamente e virilmente l’opera delle proprie mani, tanto più quando, come qui, essa è diga levata a difesa e protezione dell’Altare e dei focolari. Da quel giorno, balzando proprio dalla disavventura, ebbe inizio una delle più antiche vicende che questa guerra ricordi. Gli italiani, come già al tempo di Napoleone, fecero vedere al mondo la validità della loro tempra fisica e morale, contro la più accanita ostilità degli uomini e delle cose. Undici combattimenti, undici cerchi di ferro astiosamente saldati dal nemico e undici volte spezzati dall’impeto irrefrenabile degli alpini; quattrocento km di marcia nella steppa bianca e sconfinata, sulla neve farinosa, agghiacciati dal vento gelato, flagellati dalla tormenta, con 40 gradi sotto zero, senza viveri, con poche munizioni[45].

Non è l’unico a celebrare il mito della Tridentina laddove la ritirata è una vittoria dello spirito sulla materia tutto questo grazie al valore eccezionale degli Alpini, ma va segnalato che “diga levata a difesa e protezione dell’Altare e dei focolari” nel 1946 sparisce del tutto. L’attaccamento al lavoro delle proprie mani non ha niente di militare, l’interramento nei fortini scavati dei soldati semmai dimostra la capacità di adattamento di gente senza altre risorse, che è virtù montanara, dove baita attrezzi strumenti e beni di consumo sono autoprodotti perché manca quel sistema di produzione industriale che tanto preoccupa come corruttrice di anime. E’ un rovesciamento di valori: la povertà aguzza l’ingegno e diventa un pregio, peccato di trattasse di una guerra altamente industriale dove la differenza non fu fatta dalla capacita di adattamento ma dalla tecnologia industriale.

Il successo di don Gnocchi tra i suoi alpini nasce insomma da questo ‘arretramento’, questa rinuncia, che il cappellano accetta come atto di fede. Stanchezza e pidocchi: un binomio egualitario che veniva apprezzato dagli alpini perché per un ragionamento sottile e istintivo, lui era pur sempre un tenente cappellano, una gerarchia che faceva la loro vita: e vuol dire che quella era la vita giusta. Il commissario spirituale chiede e il commissario spirituale e insomma ‘politico’ fa. Condividere una cosa a cui non ci si può opporre. E’ il mistero della vita a contatto con la morte, che solo crea norma e regole, e allinea tutti in un pezzo della catena umana.

Quando andrà via dal Val Tagliamento in Jugoslavia il segno tangibile del suo adeguamento al ritmo alpino diventerà un tacito rimprovero dei confratelli che stava lasciando:

Intanto il battaglione mi sfilava d’innanzi per una lunga marcia di trasferimento. Dal margine della strada volli rivedere in faccia tutti gli alpini, salutarli in silenzio. Quasi nessuno mi parlò[46].

Quando dopo essere stato studiato a lungo dal gruppo degli alpini ed essere stati in fondo accettato come uno di loro il cappellano se ne va per essere trasferito, il gruppo respinge da un lato effettivamente questa dipartita, e dall’altro forse conserva lo spirito antico di uno di loro – che non è uno di loro – che se ne va e quindi vive questo trasferimento forse come un tradimento. O forse come una conferma che quell’uomo con quella croce non è all’opposto uno di loro.

Addio, alpino, fratello d’armi e in Cristo”, li saluterà poi “porterò fermo e dolce nel cuore il tuo umile saluto come il dono più vero compiuto del tempo nudo e forte passato insieme sotto l’insegna della Patria in armi, come punto obbligato e pacificante di ritorno per le giornate inevitabili della solitudine spirituale che il tumulto degli uomini, come l’attestato sicuro di una nuova, vera e conquistata dignità umana[47],

perché per ogni reduce, e don Carlo è un reduce a tutti gli effetti, i giorni della guerra sono i più importanti della vita, non c’è paragone con niente altro e solo tra reduci questo lo si può capire, perché non ci sono parole che bastino a far intendere.

Specie per chi è reduce di Russia. Russia che è una presenza materiale, forse l’unica vera presenza concreta del lavoro di don Carlo. E non può essere altrimenti viste le premesse del suo volontariato. Dove si soffre, si, dove c’è il sacrificio umano, certo, ma dove questo dolore può avere una qualche ragione di esistere: c’è da combattere la vera alternativa al cristianesimo.

Enorme e soggiogante è in Russia la sproporzione tra l’uomo e l’ambiente… E’ il trionfo della Natura. Ogni opera dell’uomo naufraga silenziosamente in questa uguaglianza monotona e sterminata[48].

L’ambiente ‘soggiogante’ che crea gli uomini,

Eppure questa natura non manca di un fascino profondo e sottile. La sua bellezza e armonia non nasce però dalla varietà e dalla ricchezza di motivi, ma dalla nudità essenziale dalla grandiosità degli elementi. Non è lavoro di fantasia, ma di masse e di proporzioni. Come una larga monodia corale. E’ forse per questa carenza di fantasia che il bolscevismo ha creato un’architettura squallida e banale? … (Certe costruzioni comuniste sono certamente frutto di incubo febbrile). Quando ha tentato di riuscire grazioso, ha fatto dell’architettura da pasticcere. Come la terra, così gli uomini. Quando si è visto un russo, pare di averli visti tutti. Le differenze somatiche razziali sono profonde ed evidenti ma vi è in tutti qualcosa di grave, di inerte, di fatale che patina e sommerge ogni elemento caratteristico. L’alpino è sempre pittoresco, armonioso. Se s’aggruppa, forma inconsciamente una composizione; se monta su un carro ne esce un quadretto di grazia campestre[49]”.

Chissà quali russi-ucraini ha incontrato il cappellano, certo qui non c’è nessuna disamina o sensibilità storica. Venticinque anni di regime sovietico, guerre civili, ritardi di sviluppo secolari, masse sterminate anonime, l’uomo che vale per quello che vale, da sempre. Una logica agli antipodi. Un metro letteralmente diverso: un chilometro di Italia ha stratificazioni millenarie, è un sempre pieno: un chilometro in Urss non significa nulla. Si fatica anche a tenere mentalmente insieme un paese così immenso, dove non ci sono confini nemmeno visivi, quando agli alpini i confini sono in ogni angolo della loro visuale quotidiana sotto forma di pareti rocciose, montagne lontane, spazi racchiusi, per poi in una ricerca verticale. In Russia di verticale c’è l’immensità.

Chi non è mai stato in Russia, come chi non è stato in alto mare, non sa cosa significa la rotondità della Terra e la pienezza completa di un emisfero celeste. Tutta la natura russa sembra fatta per opprimere eppure esaltare la piccolezza dell’uomo”.

Piccolo vascello in balia delle tempeste della storia.

“… sotto questo cielo immenso e perfetto, nella solitudine desertica di queste distese, in questa terra senza verità e senza vette, l’uomo può sentirsi un naufrago e perduto da tanto opprimente grigia potenza, eppure saltato come l’unica realtà vivente e pensante in tanta brutta e opaca passività della natura. Allora il cielo può sembrare troppo distante e chiuso per essere raggiunto e la terra invece tanto vicina e concreta ad essere tentati a farne il visibile e attuale paradiso dell’uomo, e l’abitudine a questi panorami senza punti di riferimento e senza confini, può finire per dare l’illusione di essere il centro del creato e di infrangere ogni limite alla realizzazione dei sogni. Non sono questi infatti le linee di azione dell’anima russa: dilatazione illimitata verso l’esterno e ripiegamento supino verso il profondo?”.

E qui insomma l’origine dell’errore del bolscevismo, aver anche solo immaginato il paradiso in terra.

Io credo che solo qui, in questo clima spirituale in questa natura, poteva maturare una rivoluzione come quella bolscevica, delirante ribellione dell’uomo contro Dio, nato dall’odio dall’ignoranza di lui, forsennato tentativo di possedere la terra in sostituzione del cielo ed esaltare il super uomo la sua più brutale espressione materialistica[50],

brano al quale nel 1946 viene aggiunto “e nello stesso tempo impoverimento ed annullamento dell’uomo, ridotto all’anonimato più grigio[51].

La conseguenza è che

Ne sono così nate le aride disumane città del bolscevismo, grigie, macchinose piatte, agglomerato cellulare di case uniformi che potrebbero continuare all’infinito senza mutare significato e solo accrescendo la noia e l’ossessione, dove nessuna costruzione sensata si leva ad anelare verso il cielo e a dare alla massa informe delle abitazioni un senso e un orientazione se non sia la dispettosa linea di una ciminiera ritta contro il cielo fuligginoso e la mole ferrigna e astrusa di una fabbrica colossale nel folto anonimo delle case operaie[52].

Nulla che parli dei Piani Quinquennali e delle condizioni materiali di vita dei lavoratori russi a cui erano destinate queste abitazioni, nel senso che non si riflette sul grande sforzo sovietico spinto recuperare il gap con l’occidente capitalistico e tutto quello che questo ha comportato come prezzo da pagare in poco meno di vent’anni.

“…la sosta in questa casa alveare, dove gli operai di un colossale complesso industriale convivevano comunisticamente, una delle tante case operaie di questo agglomerato popolare, geometricamente disposte i lati di un lungo viale fuligginoso e, come tutte le altre, ugualmente arida, tetro e desolato punto, come una città di deportati… Il convulso rigurgito di quell’umanità densa e violenta per i corridoi nudi e per le stanze uguali (strane celle di un assurdo convento), il canto di quella folla anonima nelle lunghe sere senza dolcezza, infine la vita disumana di quelle anime senza Dio e senza focolare[53].

Violenta e disumana, carceraria, ma soprattutto promiscua.

“…  la Russia mi appariva sempre alla fantasia stanca come una gran massa inerte, oceanica, enigmatica che si lascia passivamente possedere, consente di avanzare cedevole misteriose, ma poi ti si chiude improvvisamente alle spalle, ti conglutina, ti diluisce e ti annulla nella sua desertica immensità, così che tu non puoi più liberartene per quanto vada e forsennatamente ti sforzi di camminare verso l’orizzonte dilatato e raggiungibile”,

la natura che prende il sopravvento sull’uomo, la materialità che domina sulla spiritualità,

Una sola forza orienta, ora e per sempre, il nostro cuore verso quella terra remota: il ricordo e l’impegno verso i nostri morti. I dolci compagni che abbiamo lasciato lungo il cammino della libertà e della vita, baciandolo in fronte prima di deporli pietosamente sulla neve immacolata, con le armi in pugno e l’immagine luminosa della Patria nelle pupille languenti[54].

Questa visione così in linea con tanti altri commentatori contemporanei nel 1946 però sarà in grado di generare qualche dubbio, come se le certezze dell’avanzata dovessero essere riformulate, ripensate, in quanto

Noi soldati del fronte russo non abbiamo visto la Russia, ma il cadavere della Russia, quale ce lo lasciava in mano all’esercito russo in ritirata punto una ritirata ‘scientifica’, nella quale ogni uomo valido veniva  inesorabilmente rastrellato, ogni stabilimento ridotto un groviglio di travi bruciacchiate contorte ed ogni agglomerato civile trasformato in un cumulo informe di macerie e polverose… Ma se è anche vero che noi abbiamo visto soltanto il cadavere della Russia (tutto quanto del resto è stato finora possibile vedere ad osservatori inqualificati vedere della Russia) qualcosa può certamente dedursi sulla vita sull’organizzazione di questa nazione punto allora una cosa è certa: che pochi regimi sono più popolari di quello bolscevico[55].

Quello che le armate italiane vedevano dell’Unione Sovietica era la parte sconfitta, i territori persi sotto l’avanzata delle forze dell’Asse, le devastazioni della guerra, le deportazioni di milioni di esseri umani. Un cadavere appunto. Ma dall’altra parte del fronte c’era una Russia in piedi.

Il cappellano non riuscì ad uscire da questa visione primaria dell’ambiente di Russia, che per lui è solo una infinita Moby Dick davanti agli occhi, come un’esperienza diretta e immediata. Non immagina o non sa che possa essercene un’altra lontana, opposta: quella Russia o l’ucraina che erano state evacuate dal governo e sono state trasportate, con decine e decine di migliaia di persone altrove per organizzare una resistenza, nuove fabbriche, nuovi corpi militari. Chi rimase in queste campagne desolate, uomini donne anziani bambini, fu considerato sacrificabile. Inspiegabile per ciò dopo alcuni racconti sulla brutalità delle istituzioni sovietiche Gnocchi si faccia questa domanda:

Come tutto questo si componga con il perdurare del regime comunista, e con l’autentico eroismo dimostrato dai soldati russi in guerra io francamente non saprei dirlo[56].

Curioso che l’evidente patriottismo sul quale il trentenne don Carlo aveva fondato parte delle ragioni di adesione al Regime, quell’italianità in salsa cattolica baluardo, caposaldo di una civiltà millenaria da portare all’offensiva nel mondo, non abbia alimentato in nessuna delle versioni del Cristo una analoga riflessione sul patriottismo del nemico, sulla naturale difesa del sacro confine della patria da parte dell’Armata Rossa: la Grande Guerra Patriottica. Forse questo lo avrebbe messo in una situazione delicata, e cioè ammettere che quella degli italiani sarebbe stata una guerra di invasione.

E sarà per questo che nell’edizione 1946, quella tenuemente ripensata ma fortemente riscritta, don Carlo dirà

Chi di noi, tra le molte possibilità della guerra, aveva mai messo quella di un ripiegamento e, peggio, quella di un accerchiamento? Otto mesi di fronte russo ci avevano dato la certezza, nata dall’esperienza, che la forza bruta dell’avversario non avrebbe mai avuto ragione del valore dell’intelligenza degli alpini d’Italia…. La ferma convinzione che, su questa linea avanzata dell’Europa civile, erano in gioco le sorti non solo della Patria, ma altresì della civiltà[57].

Attenzione: nel testo del 1943 questo paragrafo si chiudeva con l’aggiunta “della Famiglia, della Religione”, termini che dopo il disastro bellico conveniva espellere dal libro, forse perché avrebbero indicato alcune responsabilità che si voleva rimuovere. Specie se di considera che in tutto il libro non c’è mai nessun accenno all’odio per il nemico, in nessuna delle tre differenti edizioni. C’è però un particolare: che questo smisurato amore per il proprio gruppo chiude il sentimento nei confronti all’esterno. La sua partecipazione totale alla dinamica degli alpini presume un taglio netto anche se inconscio con l’altro: i credenti diventano marziali per difesa e marziali per missione. Si proietta sul ‘nemico’ la colpa dell’ipotetica distruzione della propria civiltà, e quindi anche se inespressa l’odio diventa la virtù necessaria per unire il proprio gruppo.

Allorquando don Gnocchi si avvicina a raccontare la tragedia della Ritirata, dalla qual sarà salvato da un ufficiale che lo metterà, ormai svenuto, su una slitta per uscire dalla sacca[58], bisognerà affrontare più intensamente l’idea della morte e indirettamente della responsabilità storica di questo disastro. E qui don Gnocchi vuole convincere tutti che il vero valore della Ritirata, la sotterranea motivazione di questa forza morale viene:

“…non della morte liberatrice, ma della prigionia in mano dei russi, che abbiamo dovuto cedere di fronte all’umiliante superiorità numerica e meccanica di un nemico tracotante, dobbiamo dire che, se la campagna degli italiani in Russia si può chiamare la ‘campagna del dolore’, ciò si deve assai meno ai russi e alle loro armi micidiali che alla loro terra in ospitale e al suo crudele inverno. Non dai russi fumo vinti ma dalla Russia[59].

Solito ritornello: italiani invitti, morire era peggio che diventare prigionieri dei comunisti, se il nemico è forte è ‘tracotante’ pur di fronte alla sua umiliante per noi superiorità. Meccanica, poi, noi che avevamo uno spirito superiore. E se non avesse fatto così freddo, non avemmo perso. Questo concetto ripassa pari pari nel dopoguerra:

Mille pensieri; ma uno su tutto incombente agghiacciante più della morte: la prigionia in mano dei russi!”.[60]

Invano quindi si cercherebbero delle responsabilità, parola che richiede una visione storica e non evangelica della vita, nel momento in cui parlando della Ritirata Gnocchi racconta

Quando una sera, appoggiandomi sfatto ad una slitta, ho scoperto, sotto la coltre bianca di neve, i corpi di due caduti che un soldato trascinava con sé da molte giornate, ostinatamente, per non dar loro sepoltura in terra di Russia, ho compreso e misurato, da quel gesto di pietà disperata, tutta la repulsione dell’animo nostro per quella terra enigmatica, fredda ed estranea[61].

Qui c’è il rifiuto della morte, qui si portano con sè i cadaveri non perché non si possono seppellire, ma perché non li si vuole più seppellire, e perché ci si è accorti che è un luogo estraneo: i cimiterini dell’avanzata sono l’appropriazione psicologica di una terra, quella terra che sconfiggendoti si rivela non comprensibile, distante, in una parola straniera. Una piccola frase rivelatoria di una grande verità: non siamo a casa nostra, siamo degli invasori sconfitti. Ma resta a metà: nell’atto della vittoria si pianta se stessi nel terreno del nemico, e si abbattono gli idoli, per capovolgere il senso di possesso di quel luogo. Da parte di quel soldato rifiutarsi di compiere l’inumazione è gesto significativo, è il rifiuto di elaborare la morte di cui ci si sente inconsciamente responsabili, di pagare una penitenza, un peso.

Ora viene il momento finale, la resa dei conti.

“… ho sempre portato nel cuore, fermi aperti pungenti gli occhi dei miei morti. E la loro insonne inquietudine ha sempre adombrato la mia pace… Lo sguardo disperato di miei morti rimaneva sempre sbarrato sull’anima mia. Come fari spauriti nella nebbia invernale”.

Che questa frase apra di fatto il capitolo intitolato ‘Perché i caduti non muoiano’, porta ad alcune conclusioni: i martiri morti per la Chiesa risorgono, come Gnocchi ha affermato più volte. La sensazione che qui si apra un complesso di colpa, un lutto che vada elaborato è forte. Perché per la nostra cultura una morte, una uccisione, genera sempre il senso di colpa di essere rimasti vivi.

Lo sguardo dunque dei miei compagni perduti ho sempre portato desto e conturbante nell’anima fino a pochi giorni orsono, soffrendo di come di un debito insoluto verso la morte, sentendone il peso come di un’oscura colpa personale. Ma ora non più”.

Perché questo alleggerimento del senso di colpa? Perché don Gnocchi ha già iniziato quel processo di elaborazione del lutto, del complesso di colpa nei confronti dei morti dedicandosi agli orfani di questi caduti alpini, e il sostituirsi come figura paterna e protettiva nei confronti di questi bambini fa sì che “i miei morti finalmente riposavano in pace[62].

Gli istituti per i mutilatini e l’assistenza alle famiglie dei caduti prenderanno il resto della vita terrena di don Carlo, facendolo diventare un protagonista della ricostruzione morale del paese.

Resta comunque un’ultima domanda angosciante

Perché continuiamo ancora dilaniarci, a contenderci avidamente i pochi metri di questa lurida terra? Pazienza pagassimo soltanto noi, ma invece sono questi piccini, questi innocenti che pagano per le colpe di tutti…”…”Quando noi si farneticava di spazi vitali e di supremazia di razza egli non chiedeva che di vivere e di giocare un poco[63].

Ma è in privato non in pubblico, non in questo libro famoso, letto, pietra miliare della memorialistica che troveremmo alcune risposte. Che è fortemente contraddittorio rispetto all’influenza che il Cristo tra gli alpini ha avuto per la formazione di una coscienza pubblica di guerra.

Bisognava andare oltre a frasi come “Dio fu con loro, ma gli uomini furono degni di Dio[64] come affermò nel 1943. In più in una lettera dell’11 dicembre 1942 all’amico Mario Biassoni scrisse

“Io spero che questo tempo più cristiano sia per venire. Gli uomini hanno visto che solo la dottrina di Gesù può dare l’ordine e la prosperità. Per questo mi sacrifico il lavoro volentieri anch’io… La Russia è ancora forte (ce ne accorgiamo proprio noi in questi giorni) ma l’anno prossimo questo fronte in qualunque modo sarà eliminato. Vedrai. E allora le cose prenderanno un altro corso. (Senza dire che io sono certo della Pace)”[65].

Cioè bisognava girare pagina sul serio, mentre si afferma che l’umanità intera troverà la pace – ossia abolirà la guerra – soltanto quando la dottrina di Gesù avrà messo ordine, quando ci sarà un solo Dio sulla terra, quando tutti la penseranno nello stesso modo, ossia cristianamente. Cambiare pagina: qualcosa disse a Nelson Cenci “a questo mondo eravamo tutti fratelli, anche quelli che stavano dall’altra parte, che… la guerra non era una cosa giusta e che Cristo, con il suo sacrificio sulla croce, aveva insegnato a tutti l’amore, la pietà e il perdono[66].

Lo fece sul campo, senza revisionare le parole del testo. O revisionandole altrove. Giulio Andreotti nel suo libro su Don Gnocchi, che ha ben conosciuto, racconta che

In guerra i problemi sono i più complessi. Occorre che tutti sentano il cappellano cumulo di loro nelle azioni, nei pericoli, nelle speranze, nel pensiero costante delle famiglie lontane. Quando poi la battaglia infuria, alle sorti sono negative, avvengono ripiegamenti confusi e avvilenti: il sacerdote è prezioso, prima di tutto condividendo in prima linea rischi e fatiche. Sotto questo aspetto don Carlo fu spontaneamente perfetto. Era stato nei Balcani, ma ancor più nella tragica spedizione in Russia“.

Qui Andreotti mette il punto su dei temi cruciali dell’esistenza di don Gnocchi, che da prete di prima linea in guerra sentirà il dovere di espiare quell’esperienza nel dopoguerra in prima linea per gli orfani dei soldati morti. Racconta ancora Andreotti in merito ai mutilatini

Che parlò della terrificante novità di questa ignorata legione dovuta non solo ai bombardamenti delle città e delle campagne, ma le mine sotterrate un po’ dovunque che continuavano ad esplodere assimilando morti e feriti. Come sacerdote, come italiano era lieto che si stesse dando tanto rilievo alla ricostruzione di Montecassino, ma uno solo dei ragazzi mutilati valeva quanto dieci abbazie”.

E’ il prezzo che si è disposto a pagare:

Quanti ne ho visti, di bimbi, nel mio triste pellegrinaggio di guerra. Tragico fiore sulle macerie sconvolta insanguinate d’Europa, pallida luce di sorriso sula fosca agonia del mondo!”. Si va dagli “alacri e fieri i bambini del Montenegro“, ai “poveri bimbi di Grecia” per andare alla “miserabile frotta di fanciulli jugoslavi“; e poi ci sono le “voci musicali e dolenti di bimbi, per le contrade deserte della Polonia che invocavano pane“, ma anche i “bambini di Russia, dell’Ucraina e delle steppe del Don, della Russia Bianca. Paffuti e incuriositi da prima di vetri delle isbe ad osservare senza paura il fiume delle macchine da guerra degli armati che marciavano tronfi e vittoriosi verso l’annientamento della Russia”. Poveri bimbi della mia guerra, miei piccoli amici di dolore, dove sarete oggi e che sarà di voi?… nel fanciullo si riconciliava e rinasceva la vita infranta dalla guerra[67].

Per don Gnocchi l’infanzia rappresenta la vita che rinasce nell’innocenza non corrotta dalla società degli adulti e quindi la speranza di un mondo diverso e tutto da plasmare sempre secondo la fede cristiana. Da dove nasce questo anelito di cambiamento? Forse dai due brani più famosi di tutto il libro, quello che hanno ispirato il titolo, e che racchiudono come metafora il successo del testo. Un tentativo di come sopravvivere e comportarsi di fronte alla morte di massa, anche se la guerra è caratterizzata più che dalla morte in sè dall’uccisione di massa, e che potrebbe aver avuto una risposta, una via di fuga, proprio nella creazione del mito alpino.

Quello del volto di Cristo sull’alpino sofferente e che rappresenta la somma ‘ideologica’ del testo con l’uomo ‘nudo’, l’uomo visto davvero per la prima volta. Nelle prime due versioni si trova in testa al racconto, subito dopo la liturgia dell’altarino da campo. Nel 1946 cambia nome e il capitolo da ‘Ho visto il Signore’ diventa ‘Ho veduto il Cristo’ e viene inserito più o meno verso la metà dopo le dolorose vicende della Ritirata e la religiosità dell’alpino nella parte intitolata ‘Vittoria è il sacrificio’. Notare bene: il sacrificio rappresenta di per sè la vittoria. Si tratta di due capitoli distinti, Ho visto il Signore/Cristo e Dolore/Sentimento di Russia. Il primo già appare nel 1942, il secondo ovviamente è una aggiunta dell’edizione 1943.

Don Gnocchi si confessa quasi, spiega di aver sempre cercato le vestigia del Cristo sulla terra, come prova della fede, come specchio della propria anima e di averle cercate tra i bimbi come tra i poveri e gli afflitti e di aver sfiorato quella visione sul volto dei morenti. Ma, qui c’è la rivelazione

Bisognava che suonasse l’ora grande della guerra. L’ora della tua agonia più acuta o Gesù”.

O meglio:

L’ora della tua irresistibile manifestazione al mondo”.

Il Dio della Guerra. Don Gnocchi svela il volto terribile di Dio, non più il Dio della carità o dell’amore, ma il Dio della Violenza. C’è un significativo taglio che verrà operato nel 1946 e sarà questo che nel 1942 apre con indiscutibile forza il concetto:

Ma, in una dura giornata di guerra, io credo fermamente di averti intravisto, o Signore” .

Ecco dove:

“Era un ferito grave e già presso a morire, quando gli tolsero adagio, devotamente, la giubba lacera e sporca, apparve la veste atroce e gioconda del sangue…. Senza parlare mi guardò. I suoi occhi erano colmi di dolore e di pietà, di volontà decisa e di dolcezza infantile…. Come un bimbo che si addormenta poco a poco. Non altrimenti dovette guardare Gesù dall’alto della croce. .. Da quel giorno, la memoria esatta del irrevocabile incontro mi guidò distinto a scoprire i segni caratteristici del Cristo sotto la maschera essenziale e profonda di ogni uomo percorso e denudato dal dolore. Del greggio cupo in macilento dei prigionieri di Guerra, dallo sguardo vuoto e fuggitivo come di belva in cattura (quanta nuda umanità e quanto Cristo in tanta varietà di espressioni, di età e di condizioni)”[68].

Si tratta di un passaggio psicologicamente epocale per don Carlo perché

Da quel giorno la memoria esatta dell’irrevocabile incontro mi guidò d’istinto a scoprire i segni caratteristici del Cristo…”.

E’ un momento di verità e di passaggio verso l’altro brano famoso del libro,

In quei giorni grandiosi e penosi, posso dire – e ne rendo grazie a Dio – di aver visto finalmente l’uomo. L’uomo nudo, dalla violenza degli eventi completamente spogliato da ogni convenzione ritegno, in balia degli istinti più elementari, paurosamente emersi dalle profondità dello spirito. Che cosa è mai l’uomo e che cosa sono davvero io stesso!…. Homo homini lupus, soprattutto quando anche la razza e il sangue insorgendo cooperano ad aizzare gli uomini in lotta per la vita… La Russia è certamente terra infausta per gli italiani[69].

Nel 1946 le correzioni saranno da “in quei giorni grandiosi e penosi” in “in quei giorni fatali”, tagliando “ne rendo grazia a Dio”, più un aggiustamento stilistico successivo; tagliato “Che cosa è mai l’uomo…, homo, razza, sangue…”.

Rimane, ma riscritto, il concetto che in questa ‘desertica nudità umana” se c’è stato qualche gesto di bontà lo si deve soprattutto agli umili; quindi, la memoria deve restare viva proprio in omaggio di quei morti. E’ una soluzione catartica, una azione purificatrice e liberatrice da uno stato di ansia, è una intuizione poetica ed estetica, in quanto bisogna affrontare prepotentemente l’angoscia di quella che Adorno chiama “la smisurata sofferenza reale (che) non tollera oblii” [70].

La tesi evangelica che nella sofferenza, diretta discendenza del ‘sacrificio’ di Cristo sulla croce, si trovi appunto ‘il volto’, l’incarnazione, la manifestazione della fede, è un caposaldo millenario, come confermano le parole di Papa Bergoglio nel Messaggio natalizio ‘Urbi et Orbi’ 2023:

“Quante stragi di innocenti nel mondo: nel grembo materno, nelle rotte dei disperati in cerca di speranza, nelle vite di tanti bambini la cui infanzia è devastata dalla guerra. Sono i piccoli Gesù di oggi, questi bambini la cui infanzia è devastata dalla guerra, dalle guerre[71].

Frase che avrebbe potuto dire tale e quale anche don Gnocchi.


[1] La prima edizione di Cristo con gli alpini è chiusa in tipografia a Lecco il 23 marzo 1942.

[2] Lettera al cardinal Schuster del 7 novembre 1946

[3] Don Carlo Gnocchi, Cristo con gli Alpini, Editrice Guido Stefanoni, Lecco 1943, p. 5

[4] Id. P.7

[5][5] Cristo con gli Alpini, Editrice Stefanoni Lecco, 1946, p. 5. Di seguito ed. 1946

[6] Ed. 1943, p. 16

[7] Ed. 1943, p. 17

[8] Ed. 1943, p. 17

[9] Ed. 1943, p. 20

[10] Ed. 1943, p. 20

[11] Id. p. 60

[12] Marco Rocalli, L’Avvenire, 19 aprile 2016

[13] Daniele Corbetta, Ribelle per amore, Don Gnocchi nella Resistenza, tratto da Agli uomini di buona volontà del 1937, p. 76

[14] Id. Corbetta

[15] Id. Corbetta, da Don Carlo Gnocchi, Restaurazione della persona umana, 1946.

[16] Cristo, ed. 1943, p. 114

[17] Cristo, ed. 1943, p. 62

[18] Il culto del Littorio, Emilio Gentile, Laterza 1993, p. 48

[19] Cristo, ed. 1942, p. 29

[20] Cristo, ed. 1943, p. 60

[21] Cristo, ed. 1946, p. 88

[22] Cristo, ed. 1942, p. 31

[23] Cristo, ed. 1943, p. 61

[24] Cristo, ed. 1942, p. 31

[25] Cristo, ed. 1943, p. 58

[26] Cristo, ed. 1943, p. 43

[27] Cristo, ed. 1943, p.67-69

[28] Cristo, ed. 1946, p. 100

[29] Cristo, ed 1946, p. 102

[30] Cristo, ed. 1943, p. 71

[31] Cristo, ed. 1943, p. 30

[32] Cristo, ed. 1943, p. 44

[33] Cristo, ed. 1943, p. 41

[34] Cristo, ed. 1942, p. 57

[35] Cristo, ed. 1943, p. 48

[36] Cristo, ed. 1943, p. 51

[37] Cristo, ed. 1943, p.24

[38] Cristo, ed. 1943, p. 73

[39] “Gli alpini, sempre indicati collettivamente (cioè come un soggetto inscindibile) e la montagna sono i protagonisti nelle lettere al Gonzaga e al Card Schuster dall’Albania/Grecia. Altrettanto nelle prime due edizioni di Cristo con gli alpini (Ed. Guido Stefanoni, Lecco 1942 e 1943), il testo poetico di don Gnocchi. Non sarà più così, invece negli scritti dalla Russia (e, complessivamente, nella 3ª edizione del libro, ed La Scuola, Brescia 1946); dove si rivela un aumento umanità a disagio, che vede sfibrarsi ogni certezza nell’attesa dei tartari”. Corbetta, p. 33

[40] Cristo, ed. 1943, p. 35

[41] Cristo, ed. 1943, p. 37

[42] Cristo, ed. 1943, p. 38

[43] Cristo, ed. 1943, p. 79

[44] Cristo, ed. 1943, p. 99

[45] Cristo, ed. 1943, p. 101

[46] Cristo, ed. 1943, p. 74

[47] Cristo, ed. 1943, p. 75

[48][48] Cristo, ed. 1943, p. 77

[49] Cristo, ed. 1943, p. 78

[50] Cristo, ed. 1943, p. 86-87

[51] Cristo, ed. 1946, p. 38

[52] Cristo, ed. 1943, p. 88

[53] Cristo, ed. 1943, p. 92

[54] Cristo, ed. 1943, p. 113

[55] Cristo, ed. 1946, p. 49

[56] Cristo, ed. 1946, p. 51

[57] Cristo, ed. 1946, p. 29

[58] “Mi ritrovai nel folto della colonna scomposta degli ungheresi, sfatti, senza dignità, anch’essi e senza speranza. Ignoranza della lingua, quella loro divisa triste color di pepe, quel funereo loro sfracello morale mi abbatte spiritualmente e per la prima volta di sperai di salvarmi”, Cristo, ed. 1946, p. 21

[59] Cristo, ed. 1943, p. 108

[60] Cristo, ed. 1946, p. 99

[61] Cristo, ed. 1943, p. 102

[62] Cristo, ed. 1946, p. 126-128

[63] Cristo, ed. 1946, p. 131-133

[64] Cristo, ed. 1943, p. 104

[65] Corbetta, p. 53

[66] Testimonianza di Nelson Cenci, rivista Ana

[67] Cristo, ed. 1946, p. 125

[68] Cristo, ed. 1942, p. 23-24

[69] Cristo, ed. 1943, p. 112

[70][70] Il lutto e la memoria, Jay Winter, Il Mulino, 1995, p. 324

[71] ‘Il Papa, quante stragi di innocenti nel mondo, i Gesù di oggi’, Ansa, 25 dicembre 2023