Il blog sulla campagna di Russia

Aldo Del Monte: “Io sono un sacerdote entusiasta”

Il cappellano piemontese classe 1915 Aldo Del Monte era un giovane di 27 anni quando partecipò alla Campagna di Russia ed era stato ordinato sacerdote tre anni prima, nella primavera del 1939. Tutta la sua vita, come quella della sua generazione, fino a quel momento si era svolta in una Italia governata dal Regime e rappresenta a tutti gli effetti un prototipo di quel periodo storico. La sua carriera ecclesiastica fu importante: divenne vescovo titolare ad Acqui e Novara per 18 anni, partecipò attivamente al Concilio Vaticano II di cui fu convinto sostenitore e fu vicino all’Azione Cattolica. Non si tratta quindi di un semplice reduce ma di un uomo che nel dopoguerra si assunse responsabilità e peso politico. Del Monte fu gravemente ferito nella notte tra il 19 e il 20 dicembre a Kantemirovka, dove prestava servizio come cappellano militare presso un ospedale dell’Ottava Armata[1]. L’esperienza russa lo segnò profondamente e per anni nel dopoguerra portò i segni di quella tragedia: in una intervista realizzata prima della sua morte nel 2005[2] raccontò il travaglio interiore e la difficoltà di superare i traumi della guerra.

Per meglio comprendere il quadro mentale entro il quale si muove lo scritto di Del Monte – e molto dell’operato dei cappellani militari italiani durante la guerra – c’è da sottolineare il legame che nel ventennio precedente si era instaurato tra Regime e Vaticano, pur con tutte le frizioni che ne hanno caratterizzato il rapporto specialmente per questioni di ‘politica interna’ e che ebbe un momento di svolta con le Leggi Razziali. A partire dalla Guerra d’Etiopia e poi quella di Spagna non erano mancate le adesioni convinte al fascismo per queste avventure militari. Il Cardinal Schuster, lo stesso del 25 aprile 1945 a Milano, nel 1935 salutò l’impresa coloniale affermando che il vessillo d’Italia:

“Reca il trionfo della croce di Cristo, spezza le catene, spiana le strade ai missionari del Vangelo” e l’impresa militare “apre le porte alla fede cattolica e alla civiltà romana”[3].

Stessa posizione per la Guerra di Spagna: Civiltà Cattolica ospitò un articolo del vescovo di Bergamo Adriano Bernareggi il quale scrisse che

“I cattolici hanno la coscienza di quello che la Patria può chiedere, e sono pronti a dare. Lo spirito religioso universale di fede, di carità e di vita che nei cattolici sovrasta e disciplina ogni altra idea ed ogni attività, non esclude, come non ha mai escluso, il riconoscimento di un particolare dovere verso la propria Nazione, la quale nei confronti di tutte le altre, verifica il concetto di ‘prossimo’ nell’ambito della vita internazionale. I cattolici, anzi, che nella totalità della loro visione religiosa della vita considerano la stessa Patria come un dono di Dio, sanno di poter offrire a questa Patria un amore incomparabile perché attinto dalla Fede, ed una fedeltà risoluta perché sostenuta dalla Grazia”[4].

In una risposta alla lettera collettiva dei vescovi spagnoli del 1937 poi, sempre sulla stessa rivista, si legge una risposta inequivocabile su quello che era la posizione del cattolicesimo italiano nei confronti della vicenda spagnola e di conseguenza della sua posizione internazionale:

“La sostanza o il succo di tutte le obiezioni sta nel comune abbaglio di supporre che il combattere, sotto il rispetto religioso e morale o anche di semplice umanità o civiltà cristiana, l’anarchia e la barbarie del comunismo internazionale e ateo, nel suo estremismo e terrorismo bolscevico – quale imperversa nella Spagna, dopo la Russia e il Messico – sia, o debba essere, necessariamente un favorire l’estremo contrario, quello del socialismo nazionalista o razzista pagano, che lo combatte per i suoi motivi politici, ovvero riesca infine a promuovere la dittatura o l’assolutismo, che gli avversari confondono con la tirannide di un uomo o di un partito e chiamano volentieri col nome, per loro più odioso, di ‘Fascismo’, attribuito del pari, come se fossero tutt’uno, al falangismo e al nazismo tedesco. E’ questo un falsissimo presupposto, un sofisma il più grossolano che suppone ciò che dovrebbe dimostrare, quasi non si desse mezzo – il giusto mezzo dell’etica sociale cristiana – fra gli estremi opposti dell’errore, fra l’anarchia cioè e la dittatura, tra la tirannide e l’assolutismo, fra la barbarie atea insomma del comunismo russo e quella pagana del razzismo o nazismo tedesco o di qualsiasi altro paese”[5].

La guerra al bolscevismo è quindi vista come ‘il male minore’. E’ questo insomma un quadro abbastanza fedele dell’orizzonte entro il quale i cappellani militari si trovano ad operare in guerra.

 La ‘La croce sui girasoli’[6] di Aldo Del Monte rappresenta successivamente alla fine della guerra la prima risposta e la repentina discesa del pensiero e dell’esperienza cattolica nel campo della memorialistica sulla Russia: è infatti il secondo testo di un cappellano reduce pubblicato in Italia con un certo respiro appena dopo la fine della guerra ad opera dell’Istituto S.Paolo, già verso la fine del 1945. Sono quindi le gerarchie vaticane ad attaccare il fronte della memoria reducistica; il testo di Del Monte avrà un discreto successo tanto che se ne conoscono almeno cinque differenti edizioni e rappresenta un prototipo entro il quale si conservano temi e spunti che proseguiranno il loro influsso nei decenni successivi. Tra le differenti edizioni ci sono riscritture e aggiustamenti stilistici, a volte puramente formali, ma in qualche caso omissivi e censori, diremmo correttivi, specialmente in un passaggio sugli ebrei, dato che la cinquantennale pubblicazione ha attraversato epoche e sensibilità sociali differenti. E’ sotto forma di diario ma con evidenti riscritture e rielaborazioni successive.

Tra queste riscritture una delle più significative appunto è la cancellazione di un intero brano che riguarda gli ebrei che nella prima edizione va da pagina 41 a pagina 43. Il ‘mistero pauroso degli ebrei’ del 1945 sparisce nelle successive edizioni e si capisce bene perché. Recitava così:

“I miei soldati sono impressionati perché ho suggerito loro di considerare in queste ombre vaganti le terribili conseguenze del primo rinnegamento di Cristo. Il Nazareno ha portato la Redenzione al mondo sul peso della propria croce portata al Calvario: e loro lo schernivano”.

Concetti che appena finita la guerra potevano magari risultare meno impegnativi mentre nei decenni susseguenti la piena coscienza della tragedia della Shoa avrebbe suggerito un atteggiamento meno spavaldo. Altro esempio:

“Quanto è spaventoso, mio Dio, la tua giustizia che punisce, abbandonando gli uomini alla propria volontà…e su ogni volto di ebreo ci deve essere una goccia di quel sangue che grida vendetta… La massa ebraica non c’è più. Dove sono finite le antiche famiglie ebree che fino a ieri erano le dominatrici della vita nazionale?”.

Sono frasi impubblicabili nell’Italia degli anni 60 e 70, che non avrebbe tollerato concetti del genere.

Non è casuale intanto allora che l’incipit del libro sia un invito al lettore, come un programma di riflessione che, nelle sue intenzioni, deve permeare l’intera esperienza di Russia.

“C’è un campo di girasoli, poi c’è un’altura sempre battuta dal vento; ecco, appena a valle, c’è il cimitero. È a balze, inciso nella terra nera della steppa: croci ed elmetti di guerra, nulla più. Sotto, composti un pò alla svelta, maternamente però, ci sono i miei morti. Ragazzi di ogni paese d’Italia, lontani cinquemila chilometri dalla patria. Eran di pochi gl’ideali ben definiti, in quel marasma indiavolato di uomini e di cose: i più avevano l’angoscia nello spirito, sgomenti di quell’uragano dell’Est, dove invano avevano cercato una briciola di verità. Desolati, reclinarono capo sulla neve, o chiamando la madre o baciando sfiniti la Croce, come in un estremo sorso di pace”.

Qui il simbolo rappresentato da un monumento alla memoria si coniuga con l’angoscia psicologica di una natura che rende indifesi e di una storia dalla quale ci si sente alieni:

 “Ora li veglia una Croce gigantesca levata sui girasoli. In queste pagine c’è qualche cosa di loro: una tenue eco di un mondo che sembra già così lontano. Galoppate snervanti per la steppa sulla traccia di invisibili cavalcate cosacche, drammi paurosi di attacchi e di sconfitte, marce pazzesche su piste senza fine, in notti senza aurora, tra vicende senza pietà. Roghi ardenti di vite e di cose umane, ma più ancora rogo di spiriti. Gli uomini hanno avuto paura di quell’ora che batteva sulla steppa. Che cosa significavano quel cozzo di macchine e quel diffuso coro di odii? A V., dopo l’esecuzione in massa di un gruppo di ebrei, i miei ragazzi si stringevano tra loro vicino alla tenda, e rabbrividivano al pensiero di una vittoria tedesca. E se avessimo perduto? Nessuno rispondeva. Ma vengon dei momenti in cui si riesce a intuire la verità. Allora le armi appaiono nel loro vero aspetto di idoli vuoti: gli uomini capiscono di essere dei miseri immolati sull’ara sempre uguale delle passioni umane. Allora la forza di combattimento viene stroncata nella sua intima radice. Questo non toglie che possano esserci ancora degli eroi; ma saranno fiori su rocce brulle, brandelli vivi di organismi morti. La maggioranza dei nostri uomini trovava facilmente dentro di sé qualche valore umano da difendere a oltranza; e così formava le sue ideali frontiere.

Intanto l’inverno si faceva opprimente, le balche si riempivano di incubi sinistri, la sponda destra del Don diventava una valanga di mortai e di catiusce. In quella notte di Natale (… proprio mentre sul mondo si rinnovava il mistero della Redenzione!), quante stragi di carni umane, quanti sospiri di pace, quanti spasimi per una salvazione divina! I sopravvissuti si chiamavano (poteva essere l’ultima volta) per nome. Ma molti stavan già movendosi, incolonnati e muti, verso ignoti paesi del Nord… Altri giacevano lungo i fossi e gridavano aiuto insieme all’atto di dolore. I più eran già freddi, come la neve, come la steppa.

Qui – ripeto – c’è solo un’eco di tutto quel mondo in tempesta. Perché non intendo fare una storia, né di un uomo né di un reparto in guerra. Ma soltanto cogliere – come in una regione interna drammatiche situazioni spirituali di quell’uragano umano – le più drammatiche situazioni spirituali di quell’uragano umano. Sa il Signore quanto avrei preferito parlare di cose serene: dei cieli d’oriente, degli incanti della steppa, di tante piccole o grandi cose buone di quei paesi e di quell’itinerario così avventuroso.  La colpa non è mia se invece le vicende sono state così tristi. Di mio vi è solo lo sforzo di trovare anche in mezzo alla burrasca qualche raggio di luce”[7].

Proviamo a decifrare questo programma, andando oltre l’evidente disinganno di cui è consapevole per cui vira risoluto verso una versione, o meglio una ‘visione’ ‘umana’ dei fatti. Nel cimitero, prima immagine del libro, (io Cappellano) ho come una madre seppellito dei giovani che non sapevano perché erano arrivati fin lì a morire, quindi degli innocenti sacrificati. La croce che li veglia è sì un monumento alla memoria, altro luogo dove celebrare i martiri in continuazione della religione laica instaurata dopo la Grande Guerra.

Dove deposito i miei morti, e la morte è l’ultimo rito in questo mondo, lì c’è psicologicamente la mia madre terra, in quel luogo mi riapproprio del mio rapporto primordiale con la terra materiale e psicologica: la madre esercito che si cura di noi, ha delegato me a riportare nella madre terra e a compiere il rito di celebrazione dei martiri, gli uomini sacrificati. Uomini che hanno ben chiara l’insensatezza di questa guerra.

Non solo: il repentino richiamo alla morte e la scenografia dipinta, girasoli come elemento estraneo alla paesaggistica italiana e caratterizzante invece il luogo del fuori da sè, l’altrove, le croci e gli elmetti come chiodi e lapidi affinchè quei corpi da lì non escano o fuggano, ci riportano immediatamente a pensare a qualche forma di elaborazione del lutto. L’esibizione della morte potrebbe indurre ai sensi di colpa che sono collegati proprio ai motivi di quelle morti, insensate, e ad allontanare da sé l’eventuale complesso di colpa. Non sono stato io, sembra dire subito Del Monte. E poiché questa parte è evidentemente scritta successivamente la tragedia degli italiani in Russia, quell’io al quale rispondere non è evidentemente il cappellano militare, ma il corpo spirituale che è in lui, e che lui convintamente rappresenta, la Chiesa. Che è stata base ideologica paritaria del fascismo in quell’impresa.

Non lo diciamo espressamente, ma quei dubbi ci consegnano una coscienza di essere dalla parte sbagliata della vicenda. Per questo forse il rifiuto a voler fare ‘una storia’ di questa esperienza, il volersi soffermare solo sulle questioni ‘spirituali’, sulla tragedia umana dell ‘uragano’, con la sua distanza a discolpa. E quindi che accadrà se ‘storicamente’, ‘laicamente’, dovessimo perdere? Cosa andrebbe in crisi, il mio rapporto con la storia, con la materialità che mi ha portato fin quassù, o con il mio lato psicologico profondo, con la somma di quei valori psicologici strumentali che mi hanno sorretto sino ad ora? Qui i valori umani cioè civili prendono il sopravvento e quel richiamo all’ideale frontiera può essere una presa di distanza dalla realtà e delle regole della realtà: una barriera. Non serve neanche spiegare perché tutto questo sia accaduto, giacchè io non ho nessuna responsabilità in questo dramma umano, non è colpa mia, e quindi meglio concentrarci su che cosa c’è di buono alla fine di questa tragedia, nel senso cristiano del termine. Abnegazione, distinzione del bene e del male, distinzione della mia anima dall’esterno, perché alla fine quello che solo conta è fare i conti con la propria coscienza. Ma in quel cimitero iniziale si nasconde forse un altro segreto, che sta alla guerra in quanto appartiene assolutamente alla guerra: la massa dei sotterrati ci dice che la morte, qui, è un fatto collettivo e che ormai è di competenza dell’altro, appartiene agli altri. Quindi non siamo soli nella morte: e questo è un altro dei cardini del cristianesimo. Dalla comunità dei credenti ossia dei viventi, a quella dei morenti, cioè del riscatto ultraterreno. In perenne contrasto e contraddizione con uno dei punti fermi della religione cristiana, secondo cui lo spirito è superiore al corpo, e nell’anima risiede la ragione ultima dell’uomo: si può ‘morire’ se lo spirito si salva, perché se si muore nell’idolatria del sacrificio per una causa superiore alla materialità non si muore del tutto. La luce eterna e la vita eterna. In perfetta sintonia con una parte dell’ideologia del fascismo, che pure sul corpo – si veda la mistica del corpo del Duce – aveva fondato una legittimità politica.

Processo che deve ripartire anche da una ridefinizione di sè. Costruendo nuove ragioni dall’anonimato nel quale piomba qualsiasi individuo che da una vita civile finisca in quella militare, perché

Sono qui, confuso tra i soldati senza casa, senza nome, senza nulla; senza diritti e senza difesa, perché ogni uomo in guerra deve vivere così. Con l’abito, tutto era convenzionalmente sacro in me e fuori me; in più c’era l’ambiente, l’abitudine, la compagnia, l’occupazione Ora, più niente. Sono uno qualsiasi. Tutto il mio passato e tutto il mio presente si riassumono e si concentrano nella rossa croce che porto sul petto. diventando di fuoco la chiesa”.

Massa oscura, senza diritti, quei diritti che costituiscono la ragione principale della vita civile, livellamento, uscita dallo status, divento un simbolo che rappresento solo con un segno sulla divisa, uomo tra gli uomini, impossibile autodeterminarsi. Va in crisi il ruolo precedente, la visione di sé stessi all’interno di un gruppo, l’esercito, il reparto, del quale non si sente ancora parte. E’ quella struttura sociale che ha fini propri e Del Monte in questo momento deve autodeterminarsi. Con un complesso di colpa evidente in quel ‘e se avessimo perso?’.

Il testo di Del Monte è molto interessante laddove elabora in maniera inconscia la costruzione di un rapporto tra due gruppi distinti, ma con evidenti simmetrie, quali l’Esercito e la Chiesa. Entrambi sono gruppi specializzati di lavoro: nei due gruppi c’è una condivisione di finalità che di per sè sono la fonte della validità di quel gruppo. Per entrambi gli estranei sono potenzialmente dei nemici o degli infedeli: è la logica totalizzante degli scopi finali ad unirli più di quanto si possa immaginare. Per l’esercito la ‘verità’ consiste nella negazione dell’altro e nella sua uccisione, e questo porta inevitabilmente a quel processo per il quale chi vince ha ‘ragione’. Una validazione di sè stessi quindi. L’integrazione tra queste esigenze di gruppo in Del Monte si rivelano nel suo voler tornare ad essere al più presto ‘prete’ in quanto si sente la sintesi, la rappresentazione del corpo mistico del gruppo. La benedizione ecclesiastica alla Campagna anti bolscevica è insomma assolutamente coerente con le finalità ultime della realtà religiosa da un lato, ma anche con l’intollerabilità dell’esistenza di un diverso modo di concepire l’esistenza, il bolscevismo ateo. Forzando un po’ la mano si potrebbe dire che fascismo, esercito e chiesa si unirono, come ha intuito Hillman, perchè la loro “psicologia monoteista è giocoforza tesa all’unità, la sua psicopatologia è l’intolleranza della differenza”[8]

“Del resto, più nulla. Stasera dormirò, gomito contro gomito, con il tenente di amministrazione. Qualche volta ci scambieremo, per errore o per convenienza, l’elmetto o gli scarponi. (Durante il viaggio non potrò nemmeno dire la messa; e allora, insensibilmente, m’immergerò ancor più nella vita di tutti.) Domani mattina il medesimo attendente ci porterà un’identica tazza di latte condensato; e a me verrà la stessa voglia di scaraventarla lontano. Poi ci sarà la comune, lunga, interminabile sosta al finestrino, le stesse riflessioni, le stesse noie, i medesimi desideri, le medesime nostalgie.

Dov’è dentro di me il sacerdote, mio Dio? Come mi pesa questa spersonalizzazione! C’è un impeto di fede che fa groppo al cuore; una pienezza di vita religiosa che urge dentro di me e, non volendosi polverizzare, mi fa sospirare il giorno in cui può trovare uno sfogo. Quando dirò la messa nella steppa, col vento che mi farà l’accompagnamento e il cannone che mi suonerà (magari) il Sanctus? E potrò fare la predica sulla strada o sui binari del treno e confessare dietro a un carro armato e parlare di Dio fra i gemiti dei moribondi? Costruirò allora la mia chiesa; come prima, sulle ansie brucianti degli spiriti oppressi e con le pietre rosse dei cuori feriti. Sopra queste pietre ti poserò, Signore; forse senza cotta e senza stola e senza ceri accesi; ma sarà cotta e stola e cero acceso ogni spasimo della nostra vita per te[9].

Qui si rivela la reazione verso una ‘situazione estrema’, quella nella quale si è catapultati in una realtà non solo nuova, quella tra la vita civile e quella militare, che è transizione valida anche per un sacerdote, ma in un mondo che si rivela fondato su sistemi valoriali opposti, su ruoli sovvertiti, sulla conseguente ‘riconversione’ dell’individuo da soggetto già organizzato in una struttura sociale civile ad una come quella militare dove è richiesto altro, dove si deve ripartire da capo, dove ci si deve conformare. Anche perché soldati non si nasce, ma si diventa[10]. E il primo effetto di questa trasformazione è la distruzione dell’individuo civile, l’individuo ante-militare. La costruzione della ‘chiesa’ può anche essere vista come una ripresa non solo di ruolo personale ma anche di potere psicologico, liturgico, sulla massa dei combattenti, ossia la pienezza della vita ‘del’ religioso a cui la spersonalizzazione pesa così tanto perché influisce sul gradino sociale che deve essere recuperata per ottenere di nuovo un potere anche materiale.

“La prima volta che uno si veste in grigioverde, è come la prima volta che dorme all’addiaccio.
Sembra di affogare, nel grigioverde; e di trovarsi soli, indifesi contro il mondo. Folate di vento da tutte le parti. In quindici anni la veste nera sembra che si connaturi quasi con noi: diventa il clipeum salutis, validissimo, secondo l’espressione di San Paolo, a estinguere gli assalti della materia.
Ma in grigioverde? Ecco la mia nuova veste di uomo. Il mio sacerdozio sembra tutto sepolto dentro di me: esternamente, fa capolino solo per quella croce rossa che porto sul petto. E davvero troppo poco”
.

Qui si può anche ipotizzare quel bisogno esistenziale realizzativo, di lasciare una impronta di sé, ma è solo questione di tempo, quello necessario per adattarsi ad una nuova divisa, dall’abito talare alla diagonale. Solo che i due ‘pensieri’ convivono, la prima impronta da ‘civile’ per quanto incoerente con quella militare non può sparire e crea una tensione interna. C’è un ulteriore e decisivo passaggio che deve essere compreso: i cappellani militari sono soldati a tutti gli effetti, come vedremo, ma non effettuano quel passaggio radicale di trasformazione che una normale recluta subisce nel suo percorso addestrativo. Il solo fatto che fossero inquadrati come ufficiali, senza aver fatto nessuna scuola militare – anche per l’ovvio ruolo di pastori d’anime o di commissari spirituali del gruppo – comporta che la loro nuova identità si formi sul campo e che sia il frutto di un processo empirico. Nel passaggio successivo questo concetto emerge con chiarezza.

“La visione dei primi prigionieri di guerra che lavorano nelle stazioni dell’Alta Slesia ci richiama a una realtà che l’euforia dei primi giorni di viaggio ci aveva fatto dimenticare. Per di più, oggi, quinto giorno di treno, entriamo in Polonia. Un’ondata di freddezza ci circonda: gente che va e gente che viene senza degnarci neppure di uno sguardo. Pare che abbiano tutti con noi dei vecchi conti da aggiustare. Soltanto la sfilata dei bambini non cessa mai; e aumentano le richieste di pane e di sigarette. È impressionante, la mattina, svegliarsi in qualcuna di queste stazioni deserte, circondati da nugoli di ragazzi mal vestiti che, con voce monotona, lamentosa e insistente, ci chiedono da mangiare. C’è attorno un piano segreto negli uomini e nelle cose e persino nel cielo. Un’atmosfera malinconica o severa, non si capisce bene, fa da sfondo a questo quadro in cui si muovono i pochi superstiti di una grande tragedia. Le donne ci passano vicine senza voltarsi mai; gli uomini sono tutti di corsa, sembra che qualcuno o qualche cosa li chiami lontano. Povera Polonia! Terra di grandi passioni e di sublimi eroismi, periodicamente destinata a spaventosi lavacri di sangue. Quante gesta gloriose conobbero queste strade, questi prati, questi boschi! Tante generazioni non possono essere sacrificate invano. Ricordo gli entusiasmi dei primi anni di ginnasio per i leggendari falciatori della morte; e i numerosi de profundis che si recitavano allora tra una scuola e l’altra per questi uomini vestiti di bianco, morti sulla neve nel tentativo di opporre il loro petto come un valido baluardo alle barbare ondate del Nord. La Polonia non muore”[11].

La realtà prende il sopravvento. La cattolica Polonia è vittima del proprio alleato, è nel recinto del proprio mondo valoriale, è una avvisaglia di una frattura che si compirà più avanti.

“Vive ancora sotto le macerie dei suoi edifici distrutti, nell’anima della sua gente senza volto, all’ombra delle sue chiese abbandonate. Fumano ancora, a Varsavia, i grandi quartieri bombardati. Qualcuno che perlustra ansiosamente l’orizzonte se lo è domandato. Ci sono ancora le stigmate sanguinanti del generale sconvolgimento: ponti, strade, edifici, binari sono rimasti come li ha ridotti la guerra. Ci fermiamo quattro ore sotto l’immensa tettoia di ferro della stazione e contempliamo la città tra alcune sbarre sconnesse che reggono i ponti. Di qui assistiamo al tramonto. Triste tramonto sulla Vistola! Acque tristi, case tristi, uomini tristi. Timidi raggi di sole che muore, siete il simbolo degli ultimi strazi di una storia che non vuol finire; e che non è la storia di un popolo solo, bensì di tutta l’umanità dolorante. Come questi uomini, che corrono a casa perché è già l’ora del coprifuoco, sono la figura di tutta la gente vessata dalla guerra che cerca vicino al suo focolare i pochi valori della vita che la violenza non ha ancora distrutti. Da Varsavia in poi ogni sosta è una stazione di via crucis su cui l’umanità trascina la sua croce”. E poi ecco il testo ‘rivisto’ dopo il taglio sugli ebrei di prima.

“Eccoci al mistero pauroso degli ebrei. Gente ormai senza casa, perché i tedeschi li hanno sfrattati. Senza nome, perché sono distinti soltanto con un numero di matricola. Senz’anima, perché sono trattati come bestie da soma. Senza volto, perché la loro faccia è sostituita dalla famigerata stella gialla me portano sul petto. Girano e sembrano storditi per qualche triste visione. Forse hanno assistito, appena qualche giorno fa, alla dispersione dei loro familiari; o forse prevedono l’avanzarsi fra pochi giorni di nuove bufere?

Non sanno niente. Sanno però che la loro vita di uomini è finita. La fine materiale verrà dopo lo sfruttamento delle loro energie fisiche per qualche fortuito incidente sul lavoro. Uomini, donne e ragazzi sono ammassati come animali sui vagoni che li conducono al lavoro. Molti, piuttosto che soffocare in quel chiuso, si aggrappano ai ramponi, ai catenacci delle carrozze. Qualcuno cade: ecco, è un ragazzo di dodici anni. Nessuno se ne cura; lo vede, mentre è investito dal treno, una ragazza più grandicella. Forse è la sorella; si mette le mani nei capelli per la disperazione sta per buttarsi, ma gli altri la trattengono e la ricacciano nell’interno del vagone. La tragedia è finita!”[12]

Il tema ebraico è onnipresente nelle cronache di viaggio verso la Russia, c’è la netta evidenza della Shoa incipiente. Ma non si assiste – nemmeno a trent’anni di distanza – a nessun piano ‘politico’ della vicenda, prende evidenza anzi un disimpegno morale che utilizza un linguaggio in cui quello che non viene detto è addirittura più importante.

Guardate cosa fanno i tedeschi ai cattolici polacchi, le ‘stigmate’ sono polacche, la Polonia è il nuovo Cristo. Riguardo agli ebrei: qualunque cosa potessimo fare noi italiani, niente avremmo potuto fare: è un preciso indebolimento della propria responsabilità, e rende le eventuali proprie colpe sempre lievi e in fondo passive. Ci si auto assolve così.

Ma c’è anche un altro lato non detto: la promulgazione in Italia delle Leggi Razziali aveva calato dall’alto sul paese provvedimenti che avevano sconcertato gran parte degli italiani e messo in crisi il rapporto con la Chiesa cattolica. L’antisemitismo del Regime creava un nuovo nemico, che andava a rafforzare i temi della purezza razziale italiana. In quasi tutte le memorie post belliche l’apparizione del giudeo, la descrizione delle miserabili condizioni e della tragedia alla quale andavano incontro, vanno nell’esatta direzione opposta a quella dell’identificazione del ‘nemico’. Crolla così di botto quella visione minacciosa che la propaganda tendeva a costruire: gli ebrei, se mai ce ne fosse stato bisogno, spariscono all’istante come archetipo del pericolo. Quale reale minaccia potrebbe mai venire da questa massa di morituri? Non è da quella direzione che può arrivare nessun ostacolo al soldato italiano. 

Stessa cosa, se ben si vede, andando avanti in Russia. Ossia quando si arriva a contatto con il nemico ‘militare’ designato, ogni tentativo di disumanizzare il nemico, di bestializzare l’avversario – fenomeno essenziale per una condotta aggressiva in guerra, dove l’odio non è un virus ma una necessità – salta definitivamente. Il contatto con il russo, civile è chiaro, lo rende umano, cioè simile a noi.

“In cambio domandano pane, sapone, vestiario e qualsiasi altra cosa. È terrificante lo spettacolo di miseria di questa popolazione; e la povertà aumenta man mano che ci avviciniamo al centro della Russia. Frotte di bambini ci soffocano con il grido: Pan, dai.

«Che vuol dire?». Ci incontriamo per la prima volta con la lingua russa. «Signore, dammi».

Più giù, verso l’Ucraina, quel borghese pan, signore, sarà sostituito dal rivoluzionario kamerad, camerata. Qui il bolscevismo non deve avere lasciato troppe tracce di organizzazione. Se si eccettua lo sfruttamento abituale, in particolare il reclutamento di uomini per i grandi lavori collettivi, deve aver lasciato relativamente in pace questa gente, che ha continuato a vivere nella propria tradizionale miseria, resa più grave e più generale solo per l’assenza degli elementi meglio adatti al lavoro.

Trovo un pope, che è rientrato in Gòmel’ nella solennità del suo abito talare dopo il passaggio dei tedeschi; lo avvicino e gli domando in tedesco e in francese dove sta e quale sia il suo ministero, ma non riusciamo a intenderci. Parla solo il russo.

A Bobrújsk c’è la prima celebrazione del Santo Sacrificio in terra di Russia per gli uomini della tradotta. Su un terrapieno vicino ai binari, i miei uomini hanno preparato l’altarino; ma questa volta senza fiori, in austero stile di guerra. È una sosta spirituale che tutti desideravano. In pochi giorni abbiamo visto troppe cose, abbiamo provato troppe emozioni. Ci siamo allontanati tanto da noi stessi quanto dalle nostre case e dai nostri cari”[13].

Oppure:

“«Mio Dio» pensano i miei soldati, «chi ci salverà in mezzo a questo groviglio di cose dove regna solo la violenza e l’odio?»,

come se la guerra non si fondasse su principi di violenza e di odio nei confronti del nemico.

E quindi la riduzione a frammenti nell’universo:

“Che cosa siamo noi, in mezzo a queste migliaia di treni che corrono, in mezzo a queste sfilate interminabili di carri armati e di ordigni di guerra?».

O anche:

“«Che differenza c’è, o Signore, tra noi e questi uomini disgraziati che tornano prigionieri, trattati come bestie su questi carri chiusi?». Caro soldato d’Italia! Non ho mai sentito di volerti bene come ora che ti vedo in terra straniera, rattristato non tanto per la lontananza di tua madre che è a casa sola, ma per il silenzio e per il dolore di altre madri e di altri soldati che soffrono, forse ingiustamente. Quello che i grandi uomini non capiscono neppure, tu l’hai inciso nella sostanza della tua coscienza, che ammette il combattimento fino al sacrificio eroico di te stesso, ma che esige e dona il rispetto che mitiga anche le più austere leggi della guerra. Hai sentito delle pietose storie di massacri; hai osservato scene raccapriccianti. Non indagare: confortati solo che la tua gente non è così. È una grandezza d’animo degna della più pura tradizione d’Italia, perché scaturisce dall’essenza della romanità e del cristianesimo”.

Ecco il ‘bono soldato italiano’. E la risposta politica è altrettanto netta: il soldato italiano è nella stessa condizione di quei disgraziati prigionieri russi, quasi all’ultimo gradino della storia, ma qui sorge il sospetto di una scrittura postuma, giustificativa, compensativa.

“«Ha ragione, signor tenente». Ma se si pensa, poi, che anche noi ci troviamo in mezzo a questa tempesta di brutalità… «Questo è il più severo contributo che diamo alla guerra. Ma notate che questo alto patrimonio spirituale è superiore a ogni minaccia e a ogni difesa.”[14].

‘Non indagare’, tu sei diverso, tu hai la romanità dentro. Gregge inconsapevole, come i prigionieri, perché in fondo anche il soldato italiano è un ‘prigioniero’. Secondo Del Monte l’italiano possiede la fortuna di un alibi millenario.

Nel marasma alienante di questa guerra il soldato italiano deve anche trovare una ragione, e per il cappellano Del Monte è evidente la crisi profonda, per niente marziale.

“Sembrano tutti trasfigurati. In mezzo a questo mare in tempesta ognuno si crea una piccola isola di serena intimità: le lettere delle mamme, dei fratelli, degli amici. Non credevo che una lettera potesse portare tanta letizia. Ci sono due che non hanno ricevuto: senza troppi riguardi si appartano, avviliti.

Ora mi sono chiuso anch’io, per un momento, in me stesso, a colloquio con i miei corrispondenti. Nella lettera di casa, leggo la raccomandazione accorata di mia madre che mi dice di avere riguardi, non espormi al pericolo, non girare da solo e non mettermi in luoghi umidi. Un amico mi scrive sotto l’impressione della mia improvvisa partenza. Dice che gli sono sfuggito dallo sguardo come un aquilone portato via dal vento. Lui non mi vede, ma guarda fisso verso il mattino: di qui ritornerò”[15]. Quello della posta sarà uno degli argomenti di relazione, di continuità, con la vita lasciata alle spalle tra i più citati e discussi nella memorialistica. Uno dei pochi anelli di congiunzione con il mondo valoriale alternativo a quello militare, e l’arrivo della lettera da casa ha una funzione lenitiva, consolatoria, ricostruttiva di identità.

“Qui i parrocchiani sono ragazzi dispersi in mezzo alla tempesta, senza casa né genitori. Non c’è una chiesa, non c’è una campana; di notte si sente il rombo del cannone e la voce della guerra e l’ombra della morte che passa… Ma non passi anche tu fra queste tende e in cuori? Io ti devo preparare la via…»”[16]

Mare, tempesta, un gregge, evangelico, ma non di peccatori, ma anzi di vittime, vitalissimamente vittime.

“Quante scene di corruzione anche in mezzo alla guerra!… Mio Dio, amo di più la prima linea, dove tuona il cannone e infuria la mitraglia, ma dove la carne insanguinata ritrova la sua originaria virtù!

Eppure una voce grida dentro di me: «Calma e pazienza». Sarebbe troppo comodo andare in guerra e vedere i cuori purificati come per incanto: la redenzione dell’anima avviene solo con spargimento di lacrime e di sangue. Ma come risolvere questo problema? Devo prendere quella donna a quattr’occhi e rovesciarle tutto il mio sdegno? O non sarà meglio che mi trattenga perché può essere la fame a suggerire la prostituzione?”.[17]

La guerra come Golgota, la Maddalena ai piedi della croce, il martirio come unica forma di salvezza: la vita insomma come sacrificio ineludibile, come se la sola via di uscita sia il rischio continuo della prima linea. Si è ‘vivi’ solo quando si è ‘morti’, perché solo così si è redenti dal peccato. Una estetica spirituale autentica che passa anche sopra il capo chino sulle vittime. Come spiegare quindi razionalmente l’invio di questi ragazzi di vent’anni a migliaia di chilometri da casa?

Quando Del Monte entra più intensamente nella realtà sociale della guerra, i suoi occhi si posano con evidente sgomento nei confronti della società sovietica, in quella che resta attorno alle macerie della guerra, ma sufficiente a lasciargli sia forti impressioni che pensieri netti. E tutti in qualche modo difensivi.

“Nel visitare i giganteschi impianti industriali di Górlovka si prova una particolare esaltazione: quella che dà la materia quando l’organizzazione v’introduce un’ombra di vita. Fino a ieri, molte decine di migliaia di operai erano sperduti fra queste montagne di macchine: piccoli ingranaggi vivi in mezzo a mastodontici ingranaggi metallici. Ma l’ordinario rapporto fra l’uomo e la macchina qui sembra mutato. È la macchina che impone il suo ritmo, non l’uomo. Il gruppo centrale dell’industria di Gòrlovka è destinato all’estrazione e allo sfruttamento del carbone. Vi sono però anche massicci padiglioni meccanici: forse fabbriche di trattori? Finora non abbiamo ancora fatto in tempo a visitarli: troppo estesi e troppo complicati. Ci vuole un mese per passarli in rivista, anche superficialmente. Del resto, troviamo molto faticoso ridar vita con la fantasia a questa zona di Görlovka.

Ieri siamo stati al mercato di Rýkovo. È più grosso di quello di Görlovka, ma per il resto non c’è differenza. Insieme a un microscopio di precisione si vende, per esempio, una stringa usata e un vecchio interruttore per la luce elettrica. E dappertutto lo stesso squallore, lo stesso sconforto, la stessa muta apatia generale”[18].

 E’ la macchina che governa il ‘900. La lotta tra la materia e lo spirito che lascia sgomenti coloro, come il cappellano Del Monte, che si imbattono in un ‘nemico’ prima di tutto psicologico e politico, quel nemico che per primo ha messo in discussione la preminenza della religione sulla Terra. Cos’è l’uomo operaio? Un piccolo uomo al servizio di un’altra divinità, che molti viaggiatori e reduci saranno lucidamente capaci di comprendere come prima ancora del socialismo. La tecnica, il nuovo credo religioso impugnato dalla Rivoluzione nelle mani di Stalin, e non si tratta solo di ‘materialismo’. C’è proprio un orizzonte salvifico che si sposta dal soprannaturale al naturale, ed è per questo che viene sentito così pericoloso, perché ne mina – illuministicamente – le basi primarie. L’ampiezza degli impianti costruiti dai Piani Quinquennali diventa ‘troppo estesa e complicata’, non è più l’uomo al centro dell’universo ma questa costruzione umana la cui logica, al di là dell’effettiva realizzazione ed efficacia, è quella del paradiso in terra e non in cielo, la cui funzione teorica è quella della produzione di beni materiali, reali, ‘finitivi’, per nulla promettenti benessere celeste, nessuna salvezza psicologica immanente. E’ l’altra chiesa, ai suoi occhi, quella comunista, che si impone con una visione che pur sempre genera ‘esaltazione’, ossia che ha una forza ideale ben chiara. E che messa così diventa un nemico mortale per la fede della resurrezione in Cristo.

Questo è uno dei passaggi illuminanti:

“Anche in villaggi modesti, sperduti nella campagna, la scuola è organizzata esemplarmente. Chiese, non ce ne sono. La scuola ne ha preso il posto. In generale, nove classi: tutti devono frequentare; i migliori poi continueranno a spese dello Stato. In nove anni la mente del giovane viene totalmente assuefatta alle nuove idee bolsceviche. Il carattere fondamentale dell’insegnamento russo è il tecnicismo: la cultura umanistica è spenta. Si studiano le macchine, le leggi meccaniche, la fabbricazione di utensili e di attrezzi per la vita civile e per la vita militare; ma sempre alla cruda luce dell’esaltazione economica. Questa è la nuova religione: produrre senza soste, senza limiti, senza confronti. Mutare la Russia in un vulcano che lanci le sue macchine e i suoi prodotti in tutto il mondo e portare a tutti la felicità nuova di cambiare … l’uomo stesso in una macchina. Per questo abbiamo l’impressione di non trovare sentimenti di gratitudine e di umanità nelle persone studiose. Invece dell’umanesimo domina un freddo antiumanesimo”[19].

E come ha ben spiegato le sue idee poco prima, ecco un ribaltamento fisico delle leggi della millenaria convivenza, quella volontà di andare a vedere la pancia del nemico dal di dentro.

“Questa è la Russia. Tutta la Russia, con la voce dei suoi martiri, dei suoi milioni di morti, con la realtà dei suoi milioni di macchine, dei suoi apocalittici piani quinquennali, delle sue mistiche uguaglianze, della sua volontà di dominio. Se mi fermo a guardare lungo questa strada selciata (l’unica – dicono- in tutta l’Ucraina), quando mi batte il sole negli occhi mi sembra che un fuoco divampi laggiù, a oriente. È un mito che sta crollando? O è una rivoluzione che è appena agli albori? Nessuno sa ancora valutare con precisione la funzione storica di questo pauroso esperimento umano. Lenin e Stalin, che hanno portato su nuove basi la vita di duecento milioni di uomini, tagliando nettamente i ponti con il passato, segnano forse le tappe di un nuovo cammino? Non si capisce. I dati esterni sono questi: la civiltà verticale è stata mutata in una civiltà orizzontale; l’uomo nato dalla terra è affogato nella terra; il cielo è coperto, lo spirito è distrutto. Questa è l’arcata principale del tempio della materia, dove si adorano la falce e il martello. Una frotta di bambini emerge dalle macerie di una casa popolare: sono i figli di nessuno.

Uno ha tre anni: faccia stirata, denti sporgenti, ventre gonfio, quasi nudo. Una bambina sembra l’ombra della morte: è strano come ce la faccia ancora a vivere. Tutti portano sul volto le stigmate della fame. Facce macilente, abiti stracciati, fisionomie da appestati. In generale, alla vista di un gingillo o di una medaglietta gli occhi degli altri bambini lasciavano intravedere uno sprazzo di vita.

Questi sono freddi: si muovono appena per prendere un po’ di pane o di minestra: gli è rimasto l’ultimo soffio della vita fisica. Ancora uno stento e anche questo si dileguerà. Ma tutto questo è effetto della guerra”[20].

Il tempio della materia. Il Grande Esperimento sociale della Rivoluzione, innegabile. Ma cos’è che non convince? ‘la civiltà verticale è stata mutata in una civiltà orizzontale; l’uomo nato dalla terra è affogato nella terra; il cielo è coperto, lo spirito è distrutto’, la negazione dell’atto di fede in Dio. Come prova della sconfitta storica ci sono i bambini emaciati e moribondi, anche se ha il coraggio di affermare e non tutti seguiranno il suo esempio, che questa è la guerra, anche se…

E’ con il confronto sia con la guerra in quanto tale che con la Russia come soggetto della sua attenzione psicologica e politica però che Del Monte fa più spesso i conti, e sono conti impegnativi, nei dubbi e nelle risposte.

“Mi spaventa l’uomo del ‘900[21]. Non quello che trovo sofferente lungo le vie di questo spaventoso Calvario insanguinato, ma quello che pontifica, quello che vuol dettare legge. Quest’uomo metallico, in guanti bianchi, che non sa più piangere, né amare, né pensare; che non ha più volto né personalità.

I due tipi più rappresentativi mi sembrano il tedesco e il russo. L’uno ha distrutto il mondo fuori di sé, gli altri; l’altro ha distrutto il mondo dentro di sé, l’io. Comunque sia, è forse più morale il russo; perché abbassa sè stesso per affratellarsi, mentre il tedesco distrugge gli altri per innalzarsi. Il tedesco ci fa paura: guarda il mondo con istinto di odio. Si costruisce un Dio a suo piacimento e tratta il prossimo come uno schiavo. La vita è un’orgia dei sensi; la storia, un prodotto di istinti feroci.

Insensibilmente, è diventato sordo alle voci più umane della natura, si è impietrito fino a non sapere più commuoversi, si è disumanizzato fino a credersi un bruto. Il russo invece, se è veramente come ci è apparso in questi primi incontri, ci muove a compassione. Un uomo che ha lottato disperatamente per salvare qualche cosa di quello che l’individualismo occidentale voleva distruggere”[22].

E’ un uomo in mezzo al guado, è consapevole della crisi. Nella contrapposizione tra tedesco nazista e russo comunista se è politica la critica al primo, è etica la critica al secondo: quindi la prima è nella storia e in sostanza emendabile. E’ nei rapporti di forza materiali, che mutano, si spostano e la Chiesa li ha sempre dominati dall’alto. Molto più pericolosa la visione etica alternativa, che mina dal profondo la psiche umana. E qui si ritorna alla lettera dei vescovi sulla Spagna.

Eppure istintivamente tra il bruto e la vittima sceglie di stare con l’ultimo: emerge un altro dei tratti distintivi della memorialistica di Russia, ossia la sotterranea permanenza cristiana del russo contadino e debole, contrapposta all’ateismo materiale e industriale del tedesco. Si rivela insomma l’inconciliabile critica anti illuminista nei confronti del sistema economico capitalista, che come sopra ha detto in altro modo ha spostato il centro della vita dall’uomo alla materia e di cui il bolscevismo non è che una variante tutta da studiare. Eppure manca totalmente ogni presa di posizione di tipo politico nei confronti di una alleanza con la Germania, sentita come antitesi dell’universalismo cattolico, di cui si teme la religione atea che si vuole sostituire a quella cristiana. Più vicino alla sua sensibilità l’egualitarismo comunista, forse. E che nelle fasi finali e drammatiche della Ritirata gli farà far queste riflessioni:

 “Ma è certo che la nuova filosofia ha colpito l’uomo proprio in questi tre punti centrali: non più un destino individuale, ma collettivo; nessuna fede in Dio, ma nell’uomo; non anima, ma corpo. Il bolscevismo ha del prodigioso. Con una logica assoluta ha staccato duecento milioni di persone dal loro passato; poi, fissato un nuovo tipo d’uomo, ha mobilitato tutta la tecnica moderna per realizzarlo.

Il motivo antiborghese, antioccidentale, anticapitalista mi sembra un semplice accidente, nella storia della sua poderosa avanzata: l’anima del movimento la scorgo piuttosto nel suo inesorabile collettivismo e, più in fondo ancora, nel tentativo di sostituire – a scena aperta – un uomo fatto da noi (quindi tutto materia) a quello fatto da Dio. Penso che l’aspetto esterno muterà ancora secondo i bisogni e le circostanze; ma il nucleo centrale e la spinta interna rimarranno quelli. Guai se uno dicesse che il comunismo è intenzionalmente antiumano: mostrerebbe di non averne compreso l’anima. In realtà, è quella stessa ansia di liberazione trasfusasi nel piano quinquennale e nella civiltà delle macchine. Se l’uomo è solo al mondo, è evidente che dovrà procurarsi la liberazione coi suoi mezzi. Nasce di qui un’esaltazione della tecnica per cui la macchina diventa una divinità. Ma non una divinità in sè stessa, bensì in funzione della felicità collettiva… La sua intima natura si rivela invece nell’importanza che dà al lavoro, messo a fondamento della valutazione dell’uomo: ‘Sono perché lavoro; e sono tanto quanto lavoro’. Quindi eliminazione spietata di tutte le sovrastrutture e superfetazioni occidentali”[23].

Che riemergono violentemente quando si tratta di fare i conti con l’alleato mai amato:

“È sera. Una sera pesante, nervosa, piena di incubi. B. ha messo sull’attenti cinque o sei tedeschi che hanno trattato con arroganza un nostro cuciniere. Il direttore è venuto alle prese con il comandante di una compagnia di sanità germanica. Adesso é calmo, ma ci deve essere stata burrasca grossa. Si limita a commentare scontro dicendo che i tedeschi sono dei villani insopportabili. C’è un bellissimo tramonto. Il sole non si vede più, ma il cielo di sangue, tutto un incendio di luce che si polarizza, con un rosso torno a pochi cirri di nubi, sospesi a un’altezza vertiginosa. Tra queste case l’atmosfera è satura di polvere irrespirabile; ma lassú c’è una limpidezza vitrea, incantata, che rincrudisce il contrasto tra cielo e terra. La radio tedesca continua ad assordarci. Una voce d’Italia non c’è? Niente! «… Vor Stalingrad ist …». Lasciamo perdere. Stalingrado ormai lo sappiamo – è una montatura; e la Germania è una macchina mostruosa: un groviglio d’acciaio in cui lo spirito soffoca.

C’è nell’aria un profondo senso di sfiducia: i russi non solo non mollano a Stalingrado, ma minacciano qua e là di scatenare un uragano. Noi ci accorgiamo di essere dei poveri sacrificati: e nel guardare in faccia ai miei uomini, che in silenzio si ritirano nelle brande, tristi ma ignari ancora di quello che ci sovrasta, mi riempio di stizza per quell’alles gute ist Instinkt dell’ufficiale tedesco che fu nostro ospite alcuni giorni fa. Perché dobbiamo anche noi sentire il peso avvilente di quella morale di sangue?

Questa è una sera pesante.

I miei amici non dicono nulla; ma nel volto di tutti leggo un senso di sgomento. In questi mesi è avvenuta una rivoluzione dentro di noi. Prima, ci sfiorava qualche sospetto, faceva capolino dentro di noi qualche dubbio; ora siamo sicuri: gli alleati ci son diventati nemici: e i nemici, ora che li possiamo vedere da vicino, ci fanno meno paura di loro. Dunque, siamo circondati da nemici , in terra straniera, senza un lembo di patria, senza un pezzo di bandiera, senza qualcosa di nostri da difendere, per cui almeno morire”.[24]

Sono pensieri da sacerdote, da italiano, da quel sacerdote ‘entusiasta’ come si descrive lui stesso, nel quale la contraddizione tra missione spirituale materiale emergono in una crisi reale, non immaginaria. Ma non ha il coraggio di affermare che questa non è la ‘nostra’ guerra.

 “L’altro ieri è capitato, ad un’ora tarda, un maggiore tedesco accompagnato da un tenente italiano. Gli altri ufficiali erano già tutti usciti e ho dovuto per forza fare gli onori di casa. Non mi rincresce per le lunghe ore perdute, ma sono rimasto mortificato nel dover constatare ancora da vicino l’abisso che divide i nostri animi. A un certo punto sono scattato.  Con il consenso entusiastico di un ufficiale italiano, il maggiore medico tedesco scherniva con insistenza gli italiani, che, che spinti dal loro il ragionevole sentimento, arriverebbe al punto di trattare i prigionieri come compagni, a mettendoli anche – ed il colmo! – ai settimanali divertimenti che si organizza nell’interno dei reparti…”.  Per questo ci accusate di essere esageratamente sentimentali?” “Naturalmente; e col sentimento non si fanno le guerre”. ” E’ vero. Ma innanzitutto l’uomo non è nato per far le guerre; e poi, nell’alternativa di avere troppo sentimento o di non averne affatto, decisamente scelgo la prima via, perché è sempre più vicina all’ideale dell’uomo”[25].

Qui c’è una misura politica che Del Monte inquadra ma nella quale non trova una coerenza: la scelta di campo è stata fatta a monte e a nulla valgono i fatti a modificare scelte storiche. Una condizione aprioristica, ben documentata negli scritti prebellici.

“I tenenti B. e D. discutono fino a tarda notte, come diversivo, sulle forme politico sociale del dopoguerra. Qualche volta, quando le tesi sono inconciliabili, intervengo anch’io. D. insiste sui principi teorici del socialismo: uguaglianza, distruzione delle classi, divisione dei beni. Gli rispondo che anche la chiesa si schiera decisamente per una più grande giustizia sociale e che ha presentato anche i programmi per realizzarla (a proposito, conoscono gli scritti di Leone XIII?): ma l’ideale uguaglianza assoluta per una comunità così imperfetta e così grande come la famiglia umana è evidentemente utopistico. “Senti, D., supponiamo di venire oggi, mediante ad un’intesa universale, a una partizione di beni in tutto il mondo. Per la naturale diversità dei caratteri, fra 10 anni constateremo che il risparmiatore e il lavoratore si saranno costruiti un capitale, i negligenti e gli scialacquatori avranno dilapidato tutto. E allora ci troveremo dinanzi a questa alternativa: o approvare la differenza di classe o (e sarebbe peggio) togliere ancora a risparmiatore e al lavoratore i propri beni, per farne parte ai fannulloni e così i più elementari diritti umani. La Chiesa, che stima gli uomini astrattamente tutti uguali ma in concreto diversissimi per indole, per capacità e per verità di doti naturali, sostiene e propugna una forma di giustizia che non pretenda un materiale e violento livellamento di classi ma che nasca da un interiore forza dello spirito, ed eleva a presupposto di qualsiasi ordinamento sociale il precetto della carità di Cristo: quod superest, date pauperibus”. Ormai i miei amici lo sanno che io vedo tutto in ordine i miei principi, di cui sono entusiasta. Anche a pranzo, nelle frequenti discussioni, involontariamente, col contegno, l’approvazione o la disapprovazione, rappresento il… pensiero ufficiale della Chiesa”[26].

Neanche quando, come nel caso degli ebrei, l’operato storico dell’alleato nazista arriverà a offendere l’anima profonda del cattolico, sacerdote o italiano che sia.

“Era in partenza in treno di donne. Per dove? Nessuno l’ha annunciato, ma certamente per la Germania. I tedeschi hanno raccolto, passando a casa per casa, tutte le donne abili al lavoro e, senza dire loro la destinazione, le hanno caricato come bestie sui vagoni. Sotto le pensiline c’era un ammassamento di donne: sorelle e madri con i bambini; e c’era un frastuono indiavolato di saluti, di lamentele, di piagnistei. Alla partenza del treno, una povera donna di sessant’anni si è messa a piangere, a strillare; poi, presa forse da un eccesso di disperazione per la violenta separazione della figlia, ha pronunciato ingiurie contro gli invasori. L’hanno giustiziata sul posto. La folla si è squagliata presa dal panico; le ragazze partenti si strappavano i capelli per il dolore”[27].

Qui manca anche il minimo giudizio, è assente una presa di distanza palese, resta nello sfondo, nel non detto.

Cosa resta di questa terza via italiana, cattolica, ‘millenaria’ sul campo? Come vive il piccolo uomo questo scontro titanico tra forze che mettono in discussione la sua stessa esistenza? Prescindendo dall’ovvia considerazione che in Russia non vi può essere nessun ‘lembo di patria’, che sembra nomale essere circondati da nemici a cinquemila chilometri da casa, e che non c’è niente di ‘tuo’ che possa giustificare la legittimità di una morte.

“Eccomi qui, nella più squallida solitudine, a guardare il mondo Ecco la città dell’uomo. E’ tutta terra, tutta fango; non c’è un monumento, non c’è un’opera d’arte, non c’è un campanile. Mio Signore, questa è veramente la casa dell’uomo? Perché non appari qui? Dov’è la tua orma? Non voglio dubitare. Ma tu, mio Dio, che sei così grande e vero, Mi dico: «Che stai facendo? Che pensieri son questi?»; e mi metto a pregare. Ma qualcosa di me rimane lì a piangere, col capo chino sulla ringhiera, e a gridare: «Materia, quanta materia, tutta materia! >>. Oh, la mia cella del seminario! Da due giorni mi escono dal cuore sospiri più cocenti: preghiere che sembrano gridi dell’anima.

«O Signore, tienimi la mano sul capo». «Io non ho chiesto di vedere quello che vedo. Oppure lo chiesi quando ti pregai di farmi incontrare con il mio fratello peccatore?». «Non so, non so!». Qui dentro sembra che avvenga un bombardamento: polvere e calcinacci per aria; che rimane di vecchio, di mio? «Rimanici almeno tu, o Signore!’. In via Lenin, una ragazza, Ljuba, ha parlato di ateismo ai miei soldati. Ieri sera sono andato a trovarla con loro. Desideravo avvicinarla per conoscere la sua mentalità. Mi ha guardato curiosa, sorridendo; e a me mille argomenti sono affluiti alla mente per assicurarla che Dio esiste. Ma non c’è niente da fare. Non c’è nemmeno la possibilità di dialogare. Nega assolutamente ch’io sia capace d’intenderla. Pensa che sia ancora in crisi, come tutti gli occidentali, perché sento il tormento dello spirito. Lei ha già superato questa posizione e ha raggiunto la felicità. È diventata una sacerdotessa della vita. Ci guarda come se fossimo degli zulù da redimere, dei poveri infelici ribelli alla grazia”[28].

 Resta la fede. L’isolamento psicologico impotente. In un luogo dove non c’è la mano dell’uomo, nemmeno un campanile, Dio dove si trova? Come se Dio si riflettesse nell’opera dell’uomo e non fosse concepibile senza l’essere umano? E se non c’è la fede, finisce come con Ljuba: non c’è dialogo. Perché l’una ha la fede nella città del fango materiale, l’altro in quella ultraterrena.

L’unica salvezza per Del Monte è ‘isolarsi’, ricostruire un ruolo, ritrovare il senso pubblico del suo essere cappellano in Russia. Tipo:

“Siamo in zona neutra: non vediamo, non agiamo, non tocchiamo con mano; e questo ci innervosisce. A mensa la conversazione si fa più animata. «È meglio seguire le truppe o fermarsi nelle retrovie in funzione Ospedaliera?». Tre sostengono che per le cure mediche siano più adatte le posizioni arretrate; i giovani preferiscono la prima linea. «È una vita rischiosa, ma più piena’”[29].

E anche ritrovarsi soldato della fede:

“Eppure questa è la strada dei miei fratelli peccatori. Ora vivo con loro, soffro con loro, combatto con loro e, se sarà necessario, morirò con loro… Devo lavorare da solo, nell’ombra, nella notte. Gli altri hanno compiti materiali, interessi umani, ambizioni terrene. Se vivono onestamente, hanno un vasto campo d’azione; se non sentono la voce del dovere, vivono alla meno peggio, in attesa della fine. Ma io sono un volontario delle battaglie dello spirito, non della carne. Io non lancio bombe, non guido truppe, non curo i corpi, non mi preoccupo di lavori organizzativi: io proietto tutta la mia attività nel campo dello spirito; io curo le anime; io riedifico templi spirituali distrutti, io cerco Dio il resto; ma sempre nell’intento di raggiungere il mio fine, che è la redenzione dello spirito. Quando si presenta l’occasione posso intervenire anche in tutto per me e per i miei fratelli peccatori.  Io devo essere un donatore di Dio. Che cos’è questo dubbio che mi tormenta? Poiché qui imperversa diabolicamente il male, o Dio, dovrò rimanere con le mani brancolanti, vuote di fede e di spirito? Questo è il volto più spietato del male: nelle parole degli uomini, nella loro condotta, negli avvenimenti del giorno, negli incontri con chi soffre, c’è il riso beffardo del negatore che predica la materia e tenta di vanificare Dio dicendo: «Se ci fosse, non trionferebbe il male!»’. Ma forse non lo sapevo quando mi assunsi questa missione? Non sapevo che avrei dovuto lavorare come l’ardito sotto la mitraglia nemica, entusiasticamente, fino alla mèta? Questa è l’ora delle tenebre.

Ma anche da solo, o Signore, anche senza luce, anche senza darmi ragione, per il momento, di tante cose, ricordando che sono come no dei miei fratelli peccatori, continuerò a essere sacerdote, pregandoti di dare a noi, poveri peccatori, la tua grazia. Il mio ospedale è il mio monte, dove lotto con l’angelo”[30].

Eccola, la saldatura tra milizie cristiane. La negazione di Dio è il più forte cemento che possa legare i combattenti secondo l’etica cristiana. La missione è una sola, non ce le sono altre. Qui Del Monte realizza il ritratto perfetto del crociato. Il suo sentirsi volontario dello spirito lo innalza al grado più alto del combattente, il suo dedicarsi al tempio spirituale è la sintesi più politica, quasi materiale del suo ruolo. Il suo è un lavoro notturno, ossia interiore, inconscio, attiene alle motivazioni sotterranee. Qui imperversa il Diavolo, ma non ci dice se il diavolo sia la guerra, il nazismo, il comunismo ateo, la morte in quanto tale. Non ci dice di chi, laicamente, la colpa di questo male. Ma qualcosa si può capire: predicare la materia e negare Dio. Semplicemente

E’ quindi, per l’uomo di fede, quasi scontato e facile sapere dove andare, quale direzione prendere all’interno di questa crisi esistenziale:

 “Nel fondo della mia vocazione avrei cercato una risposta: calma, serena, in pieno accordo con la vita. Intanto, morire un po’ ogni giorno, così da non accorgersene neppure; mutando il peso della morte quotidiana in una gioia di elevazione spirituale mediante la grazia. Invece adesso la morte si scatena dinanzi a me nel suo aspetto più brutale. I russi cadono a plotoni affiancati, come il grano al tempo della mietitura; la gente muore di fame; i prigionieri muoiono di strazi e di vessazioni; i bambini inciampano in ordigni di morte; i nostri soldati si spengono a migliaia sotto le tende o nelle corsie. E il dramma di ognuno si prolunga dentro di me: che cosa vuol dire questo trionfo della morte? È la materia che si sgretola, che si disorganizza; ma è proprio soltanto una dissociazione di molecole? Dunque, tutto materia. Mi ribello violentemente a questa supposizione. Signore, io credo nello spirito.

Credo nell’anima. Credo nel cielo anche se qui tutto è materia, è corpo, è terra. Ma la materia ci affoga. Trionfa dappertutto: nella guerra, nelle parole degli ufficiali, nelle paure dei soldati, negli ordini dei comandanti superiori, nella negazione di ogni legge, di ogni misura, di ogni riguardo. La guerra – si sa – è lo scatenamento dell’irrazionale e della brutalità. Ma questa guerra di Russia è un tripudio della materia: tutto è mostruosamente, spaventosamente materia. Non c’è uno sprazzo d’umanità, non c’è più un raggio di giustizia. Altrove la lotta può essere una dignitosa prova di forza; qui lo sfogo osceno della parte più bassa dell’uomo”[31].

Si può riuscire a non mettere in crisi la propria vocazione solo se si rafforza l’atto di fede, se si nega la realtà che si ha davanti agli occhi.

E se ogni tanto il pendolo del dubbio fa capolino, come in questo caso

“Un lamento di morte mi fa balzare dalla branda. È un fante della S. che sta per morire. Oggi mi ha raccontato di casa sua: la mamma e la sorella non ammettono nel modo più assoluto che lui in Russia …! possa morire. Morire in Russia è la peggiore delle prove. Cinquemila chilometri dalla patria sono troppi: un altare troppo freddo, un sacrificio troppo crudele”[32],

c’è sempre una negazione a metà: assurdo morire qui, perché la morte è meglio che sia un concetto domestico, spendibile. Difficile spiegare perché si deve morire qui, a cinque mila chilometri da casa, e per quale ragione.

In soccorso di Del Monte, o forse sarebbe meglio dire che Del Monte arriva in soccorso del dubbio esposto, c’è un ‘modello’ usato garantito.

“Il tenente H. degli alpini è stato operato di peritonite. Ora è finita. Si è disposto e preparato alla morte in un modo commovente: sente che è giunta l’ora. «Cappellano, vorrei scrivere a casa per l’ultima volta.». Dimmi, scrivo io o mi detti tu?». «Detto io’. «Eccomi’. «Caro papà, cara mamma, cara sorella, prima di morire vi mando l’estremo saluto. Non piangete, ci ritroveremo ancora tutti, io ho fatto il mio dovere. «Caro papà, mi rincresce di non poterti aiutare nella tua vecchiaia, ma ti ringrazio per tutti i sacrifici che hai fatto per me. Scusami se non sono sempre stato buono, ma ti ho voluto molto bene. «Cara mamma, non so che dirti, ti bacio. Non piangere … Sii fiera che muoio per la patria; il Signore ti conforterà … Ti bacio ancora … «Cara Olga, ti vorrei dire molte cose, ma non posso. Conforta papà… e mamma, e …». C’è un aggravamento; mi getta le braccia al collo: gli dò l’ultima benedizione. Il foglio della lettera è bagnato di lacrime … Ora è spirato. E la lettera? La completerò e la spedirò nel giorno della sepoltura”[33].  

Anche De Amicis, con l’aggiunta cattolica, avrebbe potuto scrivere una cosa del genere. Nell’accettazione della morte è rappresentata una struttura sociale, un patriarcato e una eucarestia nelle lacrime. Vero o falso che sia l’episodio, autentica è la mentalità sociale e culturale che l’ha ispirata. Perchè innestata su un radicato modo di pensare che affonda le radici nel Risorgimento, che ha costruito una identità unitaria. E che a utilizzarla sia una gerarchia ecclesiastica la dice lunga sulla sua genesi e sulla pervasività sociale.

Come ci si pone quindi al servizio di questa mentalità? Sì, certo, con l’esempio, tramutando le parole, il catechismo cappellano, infatti:

“Ma poi ho perduto la fiducia nel parlare, nel predicare, nei mezzi ordinari di accostamento alle anime. Vale più l’atto di carità. Portare Cristo in un bicchier d’acqua, in un pezzo di pane o in un mantello per ripararsi dal freddo. Quando l’uomo si trova nella condizione di avere bisogno di un bicchier d’acqua o di un pezzo di pane è nella condizione di saper vedere Cristo. Allora il formalismo e le convenzioni sono un’ingiuria. Beati coloro che hanno sete… E beati coloro che sanno dissetare! Se uno mi chiama di notte, sento la gioia di andare a fare una predica difficile. Gli porto un po’ di Dio con il sorriso dandogli in cachet per un insopportabile mal di testa”.[34]

Con una supplenza organizzativa. Qui il non detto è l’abbandono del morituro e del sofferente, l’inadeguatezza delle strutture militari, i limiti delle risposte materiali, l’altruismo che diviene paradigma di una carità e non come dovere di una organizzazione.

Quella patria che lascia il combattente all’oscuro del suo destino:

 “Da un po’ di tempo si erge dinanzi a noi un altro pauroso interrogativo: proprio nulla di nuovo all’Est? Giorno per giorno, con dolore, con sorpresa, con fatica, abbiamo dovuto smantellare certe vecchie idee di propaganda, che ora non reggono più. La steppa è piena dei fremiti di una rivoluzione non ancora finita? Nelle fabbriche di trattori e di carri armati di Stalingrado, che cosa si sta dicendo? Che cosa si prepara oltre il Don? C’è ancora molta oscurità davanti a noi. Un complesso di elementi discordi c’impedisce una visione chiara in questo movimento che fa vibrare la Russia. Però intravediamo già un altro volto”[35].

Nel pieno dell’offensiva di dicembre l’animo di Del Monte prenderà una piega tutt’altro che rassicurante, scandendo tutta quella crisi interiore che nasceva dalle motivazioni iniziali con le quali il giovane cappellano era partito dall’Italia. Sono dubbi fortemente esistenziali:

Ma non ne posso più. Una congestione spirituale quasi mi paralizza. Da alcune notti non dormo; ieri non ho mangiato, oggi nemmeno; il cibo mi ripugna. Sento una strana oppressione dentro di me quando si parla con pessimismo della situazione. Ma ai soldati ho dato la mano, quasi come una sfida, assicurando che le cose andranno bene. Ai malati dico che sono ottimista; con gli ufficiali sostengo che non è ancora il momento di abbattersi; con tutti mi faccio vedere sereno. Eppure le cose vanno male. Anch’io penso che lo sforzo eccezionale dei nostri soldati non potrà continuare indefinitivamente. L’unico argomento serio a cui mi attacco ostinatamente per sostenere la mia fiducia, e che la provvidenza non può permettere la vittoria i bolscevichi punto ma poi mi domando: ‘Ma perché la provvidenza non può permettere la vittoria dei Bolscevichi?”[36].

 La provvidenza, o la storia? Il soprannaturale o l’assoluto materiale?

Neanche più varranno le solidità di prima, quelle certezze che gli avevano fatto dire alla vigilia dell’attacco di dicembre:

 “Pare che i russi, per varie ragioni, abbiano giudicato che il punto più debole del nostro spiegamento sia quello centrale. Questo spiegherebbe la loro tattica. All’ala destra le divisioni del vecchio che Csir si fanno temere; alla sinistra il fronte degli alpini e giudicato inespugnabile. I russi stessi pare che abbiano confessato di avere di fronte, sugli altopiani di Rossosch, le tre migliori divisioni del mondo. Quindi non rimaneva che tentare la fortuna al centro”[37].

Gli alpini erano le migliori divisioni del mondo, non si sa sulla base di quale effettivo riconoscimento bellico, e tutto ciò si inserisce nella ormai nota e sperimentata rivalutazione del soldato italiano e della creazione del mito alpino, caposaldo di quasi tutta la letteratura di guerra di Russia.

Tra i miti che rispuntano nelle pagine del cappellano ecco l’idea della distesa infinita, del mare, scritta il 17 dicembre:

 “Il dolore e la morte sono come un mare. Ora straripano dappertutto. Tutta la città è un ospedale. Chi conta ancora i feriti? E chi, in linea, conta i morti? E chi sa misurare il dolore fisico e morale? I russi si sono attestati sulla seconda sulla sponda opposta del Don”[38].

E’ la fine, nonostante gli italiani muoiano sul pezzo, quota 192 sia il nuovo Grappa, le camicie nere combattano con ardore, gli ufficiali codardi siano visti con disprezzo. Manca l’ultimo capitolo, quello della tragedia e del dolore strettamente personale, le gravi ferite che nella notte del 19 dicembre lo porteranno ad un passo dalla morte e che rappresentano il punto di non ritorno della storia umana, ma non solo privata, di Del Monte. L’ultima parte di questo diario ‘rivisitato’, sarà intitolato infatti ‘Incontro con la morte’. Sono le ultime 25 pagine, la rotta è già iniziata, non si dorme, ansia suprema, scene ‘pietosissime’, l’incubo dei russi su Kantemirovka, tutti fuggono:

 “O Gesù! Che tempesta intorno! Ma quanta calma dentro di me. Questa, senz’altro, è l’ora della tua chiamata Ecce, adsum[39].

La scelta di rimanere in ospedale coi feriti.

“Dio mio, che spettacolo orrendo è mai questa vigilia di morte?”[40]

Le ore drammatiche della fuga di massa e del destino dei feriti che non si possono abbandonare, l’ennesima dimostrazione di pietà e civiltà italiana quando evita che un partigiano sia fucilato sul posto dopo la cattura

“non fategli del male. Per noi è finita, sarebbe una brutta caparra”, poi “altro interrogatorio, altra perquisizione, altra assicurazione che gli italiani non fanne del male, e la notte anche metaforica in arrivo “la luce ci dava speranza; ma nelle tenebre, che succederà?”,

le prime lacrime versate. I concitati tentativi prima di trattare con i russi che hanno preso d’assalto l’ospedale, poi il disperato tentativo di fuggire con una autocolonna carica di feriti che viene a sua volta assaltata dai russi, una prima ferita, e infine la pioggia delle bombe a mano che lo prende in pieno. Questi, ovviamente, ricordi scritti successivamente:

 “I tedeschi sparano, i russi sparano, gli italiani sparano. La terra ribolle di esplosioni: una pioggia di bombe a mano ci investe e una mi colpisce. E’ finita: sangue, una pozza di sangue. Mi viene una volontà disperata di non affogare nel sangue: ma la testa cade, gli occhi si chiudono e dentro, a poco a poco, tutto è silenzio. ‘E’ questo, o Signore, il morire?’. Sul ciglio del fosso scoppia fragoroso un colpo di un pezzo semovente tedesco…  Poi, più nulla”[41] .

Ma non finisce qui, il diario di Del Monte.

Anzi, proprio perché scritto a distanza di mesi, il resoconto post traumatico delle gravi ferite e il ritorno in patria è una lettura non facile nell’interpretazione e piena di significati. La premessa è che

“Fino a stanotte ero un soldato di linea; adesso sono un anonimo ricoverato in un ospedale di guerra”, e che “adesso sono anch’io un relitto di guerra; sono diventato anch’io un peso morto”. Ma questa flebile vita come tante volte accade dei reduci può diventare un complesso di colpa: “Dio mio, perché non sono morto, forse sono diventato egoista! Sono sulla strada della vita o sulla strada della morte?”[42].

“Sono un uomo finito. Un pover’uomo sporco di sangue e di terra e pieno di morte”, “Tutti corrono intorno a chi muore: io non vedo nessuno per tutto il giorno”[43].

 Eppure questa riduzione a vittima qualunque, questo passare da soggetto attivo a passivo, e dipendere dagli altri, da un lato ferisce l’orgoglio robusto della personalità forte di Del Monte, dall’altro lui stesso deve dare un senso a questa sofferenza e la risolve con una frase che racchiude una postuma mentalità di tipo ‘organico’, dal forte sapore gerarchico, sistematico:

“E al mio vescovo dirai così: ‘Sono ferito e ricoverato in un ospedale di linea. Offro tutto per la conversione della Russia e per le fortune d’Italia”.

Quale il senso di questa sofferenza se non quello della legittimazione della Crociata? Ma anche quell’investimento sul sacrificio dell’oggi per ‘avere’ un futuro un domani, che è anche uno dei tratti distintivi di certa parte della ideologia fascista. Giustificare la sofferenza per proiettarla nel futuro, che poi è anche un tentativo di vincere l’oggi, di negarlo per sublimarlo su un altro piano psicologico.

La forte fede che ha caratterizzato la vita di Del Monte giustifica tutto, ai suoi occhi, e riporta alla mente quella ‘preparazione’ ideologica precedente alla guerra, ma che qui riemerge in maniera carsica ‘dopo’ la guerra. Il testo è stato scritto successivamente il suo ritorno in Italia, su invito dei dirigenti del centro di convalescenza a Bologna dove fu spedito per recuperare: nell’edizione del 1945 c’è una data finale che è il 19 dicembre 1943, un anno esatto dopo il ferimento e in piena divisione del paese in due. Data casuale? Forse no. La confessione si compie come una epifania. Si tratta di 20 quaderni, rivela Del Monte:

“Eravamo un gruppo di reduci che da due mesi erano in Italia ed ogni notte sognavamo sogni agitati come se fossimo ancora nel vallone della morte. Forse non c’era medicina migliore”[44].

E’ una rielaborazione, un rivivere lo stress traumatico per provare a farlo uscire dal di dentro, dalla grotta interiore dove si era andato a cacciare. Ma quel riferimento al vescovo vivrà anche dopo il 25 aprile, segno che la misura politica di quella tragedia non si può arrestare. Un’altra prova di questa misura è l’incipit del XXIX capitolo, numerazione che manca nelle edizioni successive: si passa da “Adesso tutto questo uragano è finito”, a “Adesso, almeno in Russia, l’uragano è finito”, del 1981. Ma cambia anche la frase “Stanno ritornando anche gli ultimi convogli dalla Russia: sono i resti gloriosi di un fatto d’arme che forse trova pochi riscontri nella storia”. Nella successiva edizione sparisce ‘dalla Russia’, che è riportata nell’inizio. Non è solo una questione stilistica: è proprio un riadattamento psicologico. Infatti si passa da “Di noi, nella steppa, non rimarrà più nulla: soltanto i morti dei cimiteri di guerra, le nostre croci e le grandiose mute epopee dei difensori di Cercovo e degli alpini di Rossosh”, a “Nella steppa, di noi non rimarrà più nulla: soltanto i morti dei cimiteri di guerra, le nostre croci e le grandiose epopee dei difensori di Cerkovo e degli alpini di Rossos[45].

 Il ‘di noi’ iniziale rafforza il pensiero, accentra il soggetto, mentre nella prossima edizione è la steppa il focus principale, l’ambiente esterno, che diventa protagonista e causa della tragedia. Che non sarà più ‘muta’ ma sempre grandiosa, per celebrare – ora, qui, con queste parole – le epopee del soldato italiano. C’è qualcosa che non torna nel rapporto con gli uomini però: nel 1945 parlando di un reduce scrive “Dice che si vuole allontanare dagli uomini, vuole ritirarsi nella solitudine”, mentre nel 1981 questo diventa “Dice che vuole ritirarsi nella solitudine[46], omettendo di nuovo la relazione umana.  

Più avanti parlando del ‘grosso’ tenente C. che lo aveva sorretto sulle ginocchia quando era gravemente ferito muta il pensiero del collega ufficiale dal primigenio “Era sempre stato pessimista sulla situazione”, in “Non aveva dubbi sull’esito della guerra[47].

“Mentre le ferite si rimarginano, in attesa di poter riprendere le fatiche dei primi anni di sacerdozio, io rimango solo, nella mia casa sul colle, a colloquio con i ricordi di Guerra. C’è una giubba sbrindellata della mitraglia su quella strada di Mitrofanovka, un calice insanguinato e il breviario ferito da una scheggia. Mi sembrano le tre tappe conclusive del mio viaggio verso il mondo. Quella giubba senza un bottone, sbiancata dal sole e dall’uso, sembrano volermi spersonalizzare; tanto che qualche volta ero costretto a toccarmi con mano, a chiamarmi per nome cognome e a dirmi forte: ‘ tu sei il cappellano?’; perché quasi quasi non lo sentivo più. Ma non era questa la strada dei fratelli? Non era questa la via dell’incontro col mondo? La Croce Rossa sul petto mi copriva la tasca dove ho portato – quante volte ! – il Cristo; fino in mezzo agli spari, fino a sporcarlo di sangue. E pensavo che era giusto; ma pensavo anche che soltanto con quella giubba sbiancata dall’uso, dal sole dalla neve io lo potevo fare. Che ora giace inerte e mi sembra un anticaglia: l’avrei data a un povero, se non fosse stato per quei quattro cinque sbrendoli lì che mi ricordano al vivo la strada di Mitrofanovka, simbolo di tutte le strade del mondo dove attendono i fratelli…”[48].

Mitraglia, calice e breviario come le tre tappe della via Crucis del cristiano. Anzi no, è la giubba sbrindellata, una immagine dell’io interiore irriconoscibile, ‘sbiadito’, a causa del sole e dell’uso, ossia dall’esperienza materiale, reale, come mancante di bottoni, pezzi della propria personalità che nel silenzio si vogliono ritrovare per tornare al punto di partenza, quelle fatiche dei primi anni di sacerdozio, che non si riconoscono guardandosi allo specchio. Quella giubba strappata che non si può dar via perché non ci si può liberare di questi traumi che non ci si aspettava di subire, giacchè quella strada dei fratelli che si era immaginata è stata distrutta dalla realtà. E’ l’impatto col reale, con i fatti degli uomini, con la volontà degli esseri umani. Che è fatta in questo modo, per Del Monte:

“La brutalità della materia in lotta contro lo spirito, su nessun fronte di guerra e forse mai nella storia moderna, e apparso in modo più impressionante che in certi angoli di Russia. Allora anche il cuore del cappellano si levava, come in una ondata di rivolta, la voce del male in lotta con Dio: si sentiva uno struggente bisogno della grazia che venisse, dono gratuito di Dio, operare sulla natura umana, a sedare i frutti della tempesta e a riportare un po’ di vita in quel bagno di Morte. Il breviario allora si stringeva come un bisogno intenso di preghiera, di luce e di Dio; come quando i soldati, negli attacchi, si aggrappano fiduciosi alla corona del Rosario. Negli istanti più tragici, dinanzi a certe manifestazioni cicloniche della forza della natura e della forza bruta della materia, tutti in Russia, anche senza miracoli o interventi straordinari di Dio, hanno avvertito sensibilmente che sopra di noi c’era Qualcun Altro; una forza e una mente che ci superavano. E’ una piccola pagina di una grande storia. Una nuova apologia del cristianesimo adattata all’uomo odierno. Noi siamo diventati uomini visivi, fatti unicamente di sensi. Ci impersoniamo soltanto di quello di cui si impressiona i nostri sensi, perché la mente dentro di noi si è quasi atrofizzata”[49].

Del Monte personalmente, e coerentemente, darà corso a questa crisi spirituale nel dopoguerra con l’impegno a rinnovare la Chiesa che culminerà nella sua fattiva partecipazione di un Nuovo Catechismo, oltre che in una intensa produzione letteraria e culturale. Il nodo cruciale resta là come un macigno: “La storia di questi anni non è una grandiosa rappresentazione dell’insufficienza dell’uomo, e del bisogno che ha di Dio?”.[50]

E non sarà nemmeno solo stilistica l’ultima frase del libro, con quel richiamo panoramico e identitario ai girasoli.

“E quando le campane annunceranno, insieme con l’ora della pace, l’inizio del ritorno, nel duro lavoro di rinascita i morti ci serviranno come richiami di vita: e ai morti parlerà con nuova voce anche la croce sui girasoli[51]


[1] Del Monte p. 172/183

[2] https://youtu.be/_-9bWsL0ggY?si=pFvgjXfCKIXEdR3W. “Io stesso tornato dalla Russia ebbi 15 anni di grande sofferenza perché non vedevo che la Chiesa in un contesto di tempi con quelli che avevamo vissuto con la guerra, la seconda guerra mondiale, la Chiesa fosse al passo con l’uomo, cioè fosse in mezzo all’uomo, avesse a cura l’uomo. Avesse una tensione di trasferire il mistero divino nell’umano perché le storie diventasse Regno di Dio. E questa è una sofferenza molto grande… Tornato dalla Russia ho girato per 10 anni in Europa in grandi centri di spiritualità per riuscire a ritrovare il filo di fede rigoglioso, com’è quando che ero stato ordinato, perché la guerra è stata una bufera una burrasca tale che a molti ha dato l’impressione del silenzio di Dio, ma Dio non fa mai silenzio”.

[3] Pietro Scoppola, La Chiesa e il Fascismo, Laterza 1967, pag. 307.

[4] Scoppola, op. cit., pag. 308

[5] Scoppola, op. cit., pag. 311

[6] L’edizione presa in esame qui è quella del 1981, editore Città Armoniosa, certamente rivista con il consenso dell’autore.

[7] P.11

[8] James Hillman, Un terribile amore per la guerra, Adelphi 2005, pag. 223

[9] P.24

[10] “Prima di combattere il nemico sul campo di battaglia, l’individuo deve affrontare se stesso, i propri limiti e le sue illusioni, per sperare di sopravvivere fisicamente e mentalmente a ciò che lo aspetta”. Lavinia Panico ‘Menti in guerra’, Ibn Editore, 2015.

[11] P.31

[12] P. 32

[13] P.38

[14] P.42

[15] P.56

[16] P.58

[17] P. 59

[18] P. 65

[19] P. 125

[20] P. 61

[21] Rispetto alla prima edizione del dicembre 1945 Del Monte successivamente cambierà spesso le frasi ‘uomini del 900’, ‘società del 900’, ecc cancellando il ‘900’ per mutarlo in attuale o moderna o di oggi.

[22] P. 87

[23] P. 131

[24] P. 130

[25] P. 153

[26] P. 147

[27] P. 141

[28] P. 86

[29] P. 79

[30] P.106

[31] P.109

[32] P. 108

[33] P. 118

[34] P. 119

[35] P. 130

[36] P. 177

[37] P. 171

[38] P. 178

[39] P. 187

[40] P. 188

[41] P. 197

[42] P. 199

[43] P. 201

[44] P. 213

[45] P. 207

[46] P. 207

[47] P. 208

[48] P. 209

[49] P. 210

[50] P. 210

[51] P. 210