Agostino Bonadeo era nato a Montegioco nell’alessandrino l’8 novembre del 1914. Fu cappellano militare in Russia con il 3° bersaglieri e svolse la sua attività anche alla Regione Militare a Roma e all’Ordinariato.
Il suo libro di memorie sulla Russia è il terzo in ordine di tempo apparso scritto dai cappellani militari, dopo quelli di don Gnocchi e Del Monte. A differenza dei primi due, apparsi a cavallo tra la guerra e il dopoguerra, il testo di Bonadeo contiene anche l’esperienza della prigionia nei vari campi di concentramento sovietici e rappresenta gran parte del libro nonché forse la parte più significativa.
Il suo libro sulla Russia Sangue sul Don ha avuto almeno 5 edizioni, la prima edizione è del 1947 (poi 1950, 1951, 1958 e 1979 che è l’edizione qui presa in esame). Nei primi anni 50 fu rititolato Moloch con una copertina quasi truculenta. Un mostro rosso con le orecchie a punta, le zanne, gli unghioni che afferra le baracche e i reticolati di quello che è un campo di concentramento, con garritte e un cancello sormontato da una stella e una falce e martello. Un unico omino, triste, passeggia tra i reticolati. Ha tutta l’aria di essere una copertina da guerra fredda. Diversa era anche la copertina della prima edizione: la scritta rossa sangue sul Don esce da un cielo cupo e sotta sul terreno un elmetto italiano con un piumetto insanguinato. La terza edizione (1980), ha una copertina meno traumatica, più ‘classica’, forse anche in considerazione del mutato orizzonte culturale italiano a 40 anni dagli eventi. Cielo notturno con una luna velata, reticolati e garritta, una croce di legno ficcata in terra e la neve che ricopre tutto, anche la sommità dell’elmetto, senza piume.
E’ diviso nettamente in due: nell’edizione presa in esame (1980) la frattura tra la fase combattentistica e la prigionia arriva a pagina 95, con il capitolo intitolato ‘Prigionieri’. E tendenzialmente è migliore la seconda parte rispetto alla prima, nel senso che la parte bellica conserva un tono retorico e la solita scansione glorificatrice del sacrificio, mentre nella seconda il rapporto con la cronaca dei fatti, per quanto più aderente alla sua sensibilità politica, scorre più coerente.
La vita di Bonadeo durante la Repubblica fu tutt’altro che marginale. Il suo nome appare negli atti della Commissione Parlamentare d’Inchieste sulla Loggia Massonica P2 come testimone audito nel 1983[1] per le sue relazioni con figure vicine al Generale comandante della Guardia di Finanza Raffaele Giudice per lo scandalo dei petroli, vicenda dei primi anni 70. Don Bonadeo entra la nella vicenda in merito alle pressioni per la nomina a capo della Gdf di Giudici. Dal verbale di interrogatorio risulta una sua appartenenza alla Associazione Cavalieri della Nuova Europa, così come una stretta relazione con la moglie di Giulio Andreotti nella associazione Pasfa, Patronato Assistenza Spirituale Forze Armate. E’ lo stesso don Bonadeo a confermare la sua conoscenza con il Generale Giudici per via della comune attività militare, così come forse si ipotizza una sua vicinanza all’Opus Dei.
Nella prefazione a firma Mario Marazzini si spiega che
“Questi ricordi non mirano certo da accendere nel cuore di superstiti ed italiani tutti, sentimenti di odio, di divisione, di desiderio di vendetta, ma piuttosto tendono a provocare nell’animo dei lettori una grande ammirazione per chi tanto valorosamente combattuto, un vivo senso di pietà verso chi ha tanto sofferto, un ardente speranza che in avvenire non si rinnovino le atrocità qui descritte, gli animi si plachino, le divisioni scompaiano”[2].
E’ una posizione politica molto chiara: sarà per questo che nel testo di Bonadeo non sono mai citate le parole fascismo, Mussolini, nazismo. Ciò che conta non è inquadrare queste memorie nella storia patria, ma rendere omaggio a chi ha combattuto, evitare ogni sorta di vendetta (contro chi poi?), e mettere tutto nel dimenticatoio, rimuovere. Perchè la Patria è una sola. Non c’è una sola frase sulle motivazioni di queste morti.
Ed è evidente che sia così perché il cappellano Bonadeo dopo un inizio nel quale fa capire la sua posizione intermedia tra i caduti e le famiglie:
“Non torneranno più. quante anime innocenti tenderanno le loro manine in attesa del babbo lontano. No, il babbo, allo sposo, il figlio, non torneranno più; sono laggiù. lontano per sempre dalla casa, dalla Patria… Stroncati dal piombo nemico, le loro ossa giacciono disseminate nella steppa”[3],
ossia individua quelli che secondo lui hanno pagato il vero prezzo di questa tragedia, cioè coloro che restano, gli innocenti, la misura privatistica, apolitica liquidata con un semplice piombo nemico, unico responsabile. L’accusa è al piombo nemico, reo di aver disciolto le ossa dei martiri in un nulla come la steppa, terra nemica, anonima.
“Mamma, perché hai messo i fiori innanzi la fotografia del babbo? Presto papà ritornerà … La mamma trattiene con uno sforzo le lacrime. Sì, caro, tornerà … presto. No, non si possono scordare i nostri soldati; è un tradimento dimenticare il loro eroismo, un torto non valorizzare le lunghe sofferenze che gli uomini, le circostanze hanno determinato con un trattamento inumano. Il Signore degli Eserciti accolga il loro spirito ed ogni conforto a chi piange e attende”[4].
Il signore degli eserciti conferma la misura marziale del cappellano militare e della sua funzione di testimone della qualità bellica del suo ruolo. E l’eroismo che si vuole esaltare così come le sofferenze che sono colpevolizzate agli uomini per il trattamento ‘inumano’, restano senza un responsabile. Il ‘danno’ della morte quindi per Bonadeo immediatamente occupa la memoria che resta come assenza: il quadro con la foto del caduto è un Lare familiare, perché dimenticare è un tradimento. Nuovi santi, nuovi altarini.
Il distacco dall’Italia e l’arrivo a III bersaglieri impongono al cappellano un taglio in linea con il lessico dell’epoca, quell’attaccamento alla Patria quasi sempre maiuscola e il reggimento, che passa anche attraverso la celebrazione di due eroi che si congiungono nel ricordo, il colonnello Caretto e don Mazzoni.
Il suo è un arrivo tardivo in Russia, che si compie alla fine del settembre 1942: il 14 dicembre è a Millerovo, nei comandi delle retrovie ma pronto a recarsi in prima linea. Quando vi arriva a bordo di un camion che trasporta munizioni l’azione pastorale consiste nel rassicurare il maggiore che tiene la linea che le munizioni non mancheranno, ossia il suo compito è stato prettamente militare ma poi, quando si avvicina ai feriti che devono essere trasportati indietro ostenta una sicurezza del ruolo che gli fa dire
“una carezza, una parola di fede, rendono il loro volto sorridente”[5].
A Bonadeo non manca il dono della chiarezza, specialmente per quello che ritiene essere il suo ruolo tra i soldati e in quel frangente, che è la febbre per una missione speciale, il suo ruolo:
“Vorrei accelerare il giorno della mia consacrazione: anche la Patria è un altare. Sarà il mio altare ricco di Marmi, circondato da cuori palpitanti di amore, oppure, un povero altare vicino a rombo del cannone per custodire la fede del soldato che lotta amore per la patria?”[6].
Un dubbio solo apparente: triade perfetta patria religione e fede, in entrambe. L’Altare è la ‘casa’ plastica della fede da custodire, il luogo di una consacrazione nel quale non c’è contraddizione perché entrambe legate dall’amore, in quanto il soldato che lotta, e che muore, lo fa per la fede e per la patria. Ma sarebbe riduttivo descriverlo come rappresentante di quel connubio di cattolicesimo nazionalista che permeava tanta parte del clero dell’epoca:
“… giovane sacerdote, una piccola croce sul petto è l’unico segno esteriore del mio eterno sacerdozio. Mi sento timido e orgoglioso ad un tempo. Altare e Patria legati da un unico sentimento: la fede. Sono le espressioni più alte più pura che possa ambire nell’animo di una persona vivente. Sarò sacerdote e sarò soldato. La mia mano benedicente si eleverà sul valoroso combattente che chiudi gli occhi fissi alla bandiera per aprirli alla visione eterna di Dio”[7].
Viene da molto più lontano la sua posizione, viene da una visione che alligna nella mistica del martirio cristiano:
“Sono fiero dell’onore che mi viene fatto; sono felice di poter svolgere pericolosamente la mia missione”,[8]
e il cristiano sta là dove c’è la morte:
“Ma non sai che è semicircondato? I russi hanno sfondato e tengono fortemente impegnato tutto quel settore del fronte”. “Non importa, io devo raggiungere il reparto; se c’è pericolo ci sarà più bisogno del cappellano”.[9]
oppure
“Signor colonnello, vorrei raggiungere i reparti operanti, il posto del cappellano è dove si muore”[10],
afferma quando gli si ordina invano di restare in un ospedale nelle retrovie. E non è solo una forma di interventismo o meno che mai di esibizionismo. E’ nella ragione profonda del cristianesimo essere vicini, essere la stessa cosa, dei ‘combattenti’ in quanto tali se si tratta di affermare l’esistenza di Dio. La sua presenza è laddove l’ideologia deve insistere fino all’estremo sacrificio: è un prete combattente, ne condivide tutta la sfera psicologica. E questa psicologia la sottolinea molte altre volte ed costituisce uno degli archetipi del libro:
“La notte sembra eterna, il fuoco non cessa un istante, l’alba del nuovo giorno sarà ricca di grandi avvenimenti. Recupererò i morti, dirò una buona parola delusi bersaglieri, la parola della fede della Patria; coloro guarderò in faccia il nemico, e, abbassato il capo in un mesto silenzio, innalzai il mio pensiero a Dio”[11].
Se uno potesse estrapolare questo brano dal contesto materiale, la notte eterna potrebbe diventare il buio senza la fede, il fuoco infinito il peccato sotto forma di Inferno, l’alba l’ennesima resurrezione dalla quale risorgeranno ‘i morti’. A brutto muso contro gli infedeli che saranno intimoriti dalla mia forza che deriva da Dio e basta.
E infatti:
“E la forza della fede nella Patria che sopravvive a tanti sacrifici, solo Cristo può dare tanta forza al suo ministro … presto sarà l’alba, forse una delle più belle, forse l’alba del premio eterno”.[12]
Non solo: il premio eterno è ovviamente la morte, perché non c’è premio migliore che morire per quello in cui si crede:
“Io andrò l’attacco con loro, pronto a morire accanto a questi uomini che stanno dimostrando di essere non solo dei soldati, ma degli eroi. La nostra sorte fra qualche minuto sarà decisa”. [13]
Un cappellano che va all’attacco è un soldato, un uomo di guerra, non è un uomo di pace, non è un uomo al di sopra delle parti, è lì per evangelizzare, il crocifisso è impugnato come una spada o un fucile, e il martire è l’eroe, il fine della sua azione. Senza la morte, non del cappellano, ma dell’oggetto d’amore del cappellano, quella fede non si reggerebbe. E come inevitabilmente accade quando si frequenta questa visione mistica, la subliminazione estetica è una delle logiche conclusioni:
“Mai come in questo momento la vita mi sembrava tanto bella. Sentivo quasi la gioia e il desiderio di soffrire. Pensavo con entusiasmo ai santi e li ammiravo attraverso le anime ingenue e semplici le mie bersaglieri che sorridenti generosi si avvicinavano alla morte”[14].
C’è nel combattimento e nella sfida alla morte quella ormai nota convinzione che quelli siano gli attimi più importanti della vita di un individuo, che niente avvicini più al nucleo primordiale dell’esistenza che metterla a repentaglio. Scommettere se stessi.
Sadismo e masochismo poi appaiono tra le righe gettando il loro sguardo tra gli innocenti, gli ingenui, coloro che non sanno, ignavi del sacrificio. Qui non è importante se veramente i bersaglieri andassero a morire col sorriso, e qualche legittimo dubbio sovviene: ma che Bonadeo interpreti la bellezza col sorriso della morte violenta. E l’ammirazione verso gli ingenui, i semplici manzoniani.
“Tutti i sintomi della paura sono scomparsi, mi sembra di essere tornato piccolo e di giocare alla guerra come facevo un giorno spensieratamente, in attesa dell’ora della scuola, sulla piazza del mio paesello. Oggi però non è più un gioco, sparano realmente, il pericolo può anche essere il gravissimo, la morte può essere anche vicina; la lotta non tarderà molto, sarà dura, sanguinosissima. Sarà l’ora del sangue. Gli elmetti lucenti si piegano sulla neve, un ondata di commozione passa per gli animi, esita sui volti … Il Cappellano si leva nel nome di Cristo e traccia un grande segno di croce . ‘Io vi assolvo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo …’ . Si rialzano tutti, un senso di fiducia e di rinascita li trasfigura. Vanno incontro alla morte e non hanno paura”[15].
Basta, secondo Bonadeo, il segno della benedizione per togliere ogni paura ai morituri. Il suo non sentir paura può essere interpretato in parecchi modi, dalla sbruffonaggine all’incoscienza, ma quel richiamo al gioco invece dice molto di più. La preparazione ludica al sangue non è passata invano, è ruolo del maschio di una determinata realtà sociale, non è una finzione, ma uno status. La violenza finta alimenta la violenza vera, come in un video gioco. Non si ferma, Bonadeo, di fronte al dubbio che dalla finzione si debba passare alla realtà, ma anzi sarà l’ora del sangue, l’ora in cui va in discussione il bene primario degli esseri umani, ossia la vita. La guerra è nel destino degli uomini, dei maschi. Siamo nelle ore dell’attacco russo sul Don, nelle giornate cruciali per lo schieramento italiano.
“Li ho guardati fissi negli occhi i bersaglieri, nel momento solenne della mia suprema benedizione e ho letto nel loro cuore l’ardore di chi sa compiere il proprio dovere fino a l’immolazione, fino al sacrificio supremo”[16].
Bonadeo non impugna, come un commissario politico sovietico o un carabiniere durante la prima guerra mondiale, un mitra o un moschetto per ‘costringere’ i soldati a combattere, ma la funzione somiglia molto, è una coercizione diversa ma non per questo, secondo quello che lui racconta, meno invasiva. Nel suo parlare di immolazione si comporta come un vero commissario spirituale, morale, psicologico, che spinge al sacrificio supremo perché non hanno alternative. Lo chiede la Patria, la fede, il dovere. Un dovere stabilito altrove e ad un livello che sembra politico ma che di ‘politico’ ha poco. E’ immanente, trascendente, universale.
Durante i combattimenti della Ritirata per esempio si sentirà dire dagli ufficiali:
“Padre, i bersaglieri superstiti vogliono vederti, a parlare con te…”[17].
Eppure, si veda la paura di cui sopra, l’avventura non era delle più semplici e delle più invitanti:
“A sentire la parola Russia i miei amici rabbrividiscono”[18]
E i russi
“La conversazione lentamente scivola sui russi, sul loro coraggio, sul loro modo di vivere. ‘A proposito cappellano, lei armato?’. ‘Io no. ‘Lo so, intendevo armato spiritualmente’, e sorridendo aggiunge: “vi potrebbero far cambiare idea a quelli…”[19]
Cioè ci vuole armatura ferrea, struttura mentale solida per sostenere questo tipo di lotta. Il nemico è serio.
Ma lo sono anche gli italiani di Bonadeo, e qui il mondo bersaglieresco regala orizzonti ed emozioni davvero in linea col pensiero del cappellano.
“Nella steppa, di fronte alla morte, li ho visti ricoperti di fango e di valore, ma sul volto era impresso lo stesso sorriso di quella lontana mattina di primavera della piazza del mio paesello. Così li ho sognati… così li ho portati nel cuore… così gli ho visti morire…”[20]
“Sono passati 5 anni”, scriverà poi dopo la guerra nel suo libro “ho condiviso con i bersaglieri le ore eroiche della lotta, ho passato con loro i lunghi anni della prigionia e oggi ricordo con entusiasmo ai nuovi bersaglieri le gesta di chi li ha preceduti, immolando eroicamente la propria vita per la Patria. L’epopea della campagna russa si compendia e si sublima nella mia mente al pensiero di Rassipnaja ed agli episodi del Natale 1941, don Mazzoni, il cappellano delle 2 medaglie d’oro, i tenenti Taralli, Reverdito e tanti altri con la più alta decorazione. Serafimowich, e il colonnello Carretto, un binomio che fa fremere il cuore di ogni vecchio piumato. E Mescoff che ha consacrato il Terzo con l’immolazione e il suo supremo sacrificio. Ricordo quel giorno con religioso rispetto e con gli occhi velati di lacrime penso alla gloriosa eredità dei piumati d’Italia”[21].
Carretto. Figura mitica. Medaglia d’oro, ma anche figura paterna,
” Non avremo più un colonnello come lui… Non ti ricordi quando passava col suo bastone si fermava delle ore a parlare con noi? Sempre presente, un vero padre”[22].
E se ti fidi di un padre, se cedi ‘sovranità’, se la relazione non è altro che amorosa, fai qualunque cosa per lui, anche morire. Come Caretto sarà la figura del colonnello Signorini degli alpini: adorato, amoroso, paterno. Carisma coinvolgente, avvolgente, percepito come esempio di tutela e non di brutale sfruttamento.
“Saluto in qualche modo i bersaglieri e preparo il mio altarino. A pochi passi da loro, sotto un grosso albero proprio di fronte al campo di girasoli il Signore degli Eserciti tornerà nuovamente ad immolarsi per dare forza a chi crede e spera”[23] .
Il Dio bellicoso riprende il suo potere, anche se metaforicamente nel gesto dell’eucarestia, ma lo fa come arma, come atto di fede e di speranza, ossia come ineluttabilità del destino del credente. Dio è quindi il signore degli eserciti, ossia il Dio della morte e non solo della vita.
“’Signor tenente è stata dura, ma l’abbiamo spuntata, quelli non debbono mai passare!’ … Il sacrificio di questi eroi, il sangue da essa versato che rossa questa terra e le acque di questo fiume, saranno il buon seme da cui germoglierà la pace e la concordia tra gli uomini?”[24].
Ma perché il sangue versato alla terra e diluito nel fiume – cioè la morte violenta – devono fecondare la pace e la concordia? Perché questo sacrificio che sa di offerta votiva umana? La pace non viene invece dal rispetto per la vita? Perché per un cristiano c’è solo una pace e una concordia e può esserci non dalla composizione delle diversità, ma dalla affermazione totale del proprio credo: non devono passare. Gli altri.
E ‘l’altro’ è il russo, il negatore di Dio.
“… il cuore mi batte forte. Vedrò finalmente russi in faccia, chissà se mi faranno paura … Passerò qualche giorno in postazione coi bersaglieri, saranno certo molto contenti”[25].
Il nemico sconosciuto, il nemico atavico, prende forma, rischia di umanizzarsi, ma l’uomo prete si chiede solo se di fronte a quegli uomini anonimi, l’altro che prende forma dopo un ventennio di bombardamento propagandistico, producano un sentimento, la paura. E una risoluzione possibile è rientrare in un’area di protezione per quanto esposta, la prima linea, e non dubita nemmeno che la sua figura possa essere affermativa, paterna, amichevole, psicologicamente positiva.
“Cappellano, non che dubiti un istante dei miei bersaglieri, ma sono inquieto, vorrei che il tempo volasse, che quei russi facessero vedere subito tutta la loro forza. Nel furore della battaglia, non si ha tempo a pensare a tante cose, ma quando si attende in questo modo…”[26].
Quando poi l’ufficiale gli preannuncia lo scontro in qualche modo deve appalesarsi la realtà dell’altro, la verifica di una ansia, l’orizzonte oscuro e gravido di tensioni nascoste, quando insomma non si è nella mischia e ci si annulla nell’unica cosa che ha senso, sopravvivere, attaccarsi alla vita, quella paura di prima diventa uno mostro sconosciuto, un salto nel vuoto. Per lui i bersaglieri nel suo scritto appaiono risolutivi delle sue ansie, e infatti, gli dirà un ferito:
“E lei cappellano ci verrà a trovare vero? Quei maledetti russi mi hanno messo fuori combattimento, ma spero che salderemo presto i conti!”.[27]
I maledetti russi e salderemo i conti: Bonadeo mette in bocca questa frase ad un bersagliere, e ci può stare che nell’empito della battaglia, nell’esaltazione dello scontro, si possa pensare una cosa di questo tipo, ma qui va segnalato che il cappellano scrive queste cose senza nessuno spirito critico nel 1947, al ritorno dalla prigionia. Lo scopo di una affermazione è evidentemente quella di costruire un prototipo di soldato italiano, di salvaguardare il suo valore bellico e l’onore, è una frase ad uso e consumo delle forze armate prima ancora che della ricerca della verità. E’ insomma una verità costruita intorno ad un mito, quello del bravo soldato.
E fin qui non c’è alcun conto da pagare con la morte. Se in altri scritti di cappellani può intuirsi un dolore esistenziale di fronte alla morte, anche se mediato dalla fede e quindi dalla ‘utilità’ di una morte come espiazione per i vivi, come redenzione, in Bonadeo invece costruisce una utilità evangelica della morte trasmettendo un’autentica olografia risorgimentale:
“Italia… Mamma… Aiuto “, dice in apertura del capitolo ‘Il sacrificio supremo’, dove i bersaglieri sono sopraffatti, cioè battuti dai russi il 21 dicembre. “Padre, mi saluti la mia mamma, la mia fidanzata, la mia sposa, muoio contento”[28].
Tutto sta per finire:
“Signor tenente, ho scritto alla mia mamma, incoraggiandola un po’! il capitano mi ha promesso una licenza appena ristabilito il fronte e rinsaldate le nostre posizioni! lo crede possibile lei signor cappellano?”. “Ma certo, mio caro, la licenza è un diritto per il soldato! E quando sarà possibile tu pure andrai, forse più presto di quello che non possa immaginare”. La mia ipotesi è un poco azzardata ma il cuore giovane del bersaglieri, sono certo, mi ha creduto”[29].
Una bugia feroce diventa una ipotesi azzardata, e lui sa che lo sta dicendo ad un ‘innocente’, un povero figlio di mamma che morirà di lì a poco. Ma il suo compito, lo ammette lui stesso, è quello di supportare psicologicamente il combattente e qualunque menzogna è funzionale al tenere i soldati uniti e pronti a sparare, non a fuggire o a deprimersi. Il morale prima di tutto, e a qualunque costo.
“C’è sul volto di tutti si vede la tristezza di non poter fronteggiare il nemico e il dolore di dover lasciare quel terreno su cui migliaia di morti urlavano ai vivi di rimanere, affinché le loro ossa fossero svegliati da cuori Italiani” [30].
Ora, è evidente che il comportamento bellico dei bersaglieri italiani in Russia, da un punto di vista dell’efficienza militare e dell’onore del corpo, è stato positivo, ma qui il problema non è esaltare o denigrare, quanto interpretare il pensiero di un uomo di fede, che ha la croce rossa sul taschino della divisa grigioverde. Qui la sconfitta è vissuta senza nessuna visione ulteriore, è estrapolata da ogni contesto, come fosse una partita di pallone: i morti in terra russa sono in relazione ai vivi che restano, come invasori, e che nella veglia alle tombe dei commilitoni confermano la volontà non solo aggressiva e dominante del militare, ma anche l’appropriazione di una terra.
Ecco altre frasi che confermano la lettura della volontà del cappellano.
“Fa uno sforzo per alzarsi in ginocchio ma cade tra le mie braccia mente la cuffia gli scivola a terra… l’adagio piano piano, gli tolgo l’elmetto per dargli sollievo al capo. Con mano tremante prende ad accarezzare il suo piumetto, mentre l’altra annaspa in cerca della cuffia … “Mamma! Mamma! Aiuto!”. Cade poi inerte con la testa china sulle mie spalle. A quel supremo appello alla madre che gli aveva dato la vita, odo l’eco che risponde: “Italia, Italia …” [31].
“Inginocchiato vicino ai moribondi impartisco loro l’ultima benedizione e porto loro conforto con le parole della fede. Tutti si trovano in stato di particolare esaltazione, il successo sembra certo” [32].
“Hanno il volto bagnato dal sangue ma sorridente. “Padre, dobbiamo farcela anche questa volta”.
“Improvvisamente giunge l’ordine di tenersi pronti per il fuoco, li benedico spiritualmente e vado verso il comando” [33].
“Era grave, Padre, le sue ultime parole dette al tenente sono state queste: ‘Voglio morire combattendo, e questo è mio dovere – mente il tenente cercava di sollevarlo la sua voce si faceva sempre più fioca: “Mamma, Maria … Italia – e lentamente spegnendo si ripeteva – Gesù … Mamma – Quando giungemmo, già il suo spirito proteggeva i nostri passi“[34].
Illuminante il lungo passaggio che riguarda la coscienza degli ufficiali del fallimento e della tragedia imminente, non solo la sconfitta militare in quanto tale, ma anche esistenziale.
Alcuni ufficiali gli confessano che stanno pensando al suicidio e il cappellano risponde così:
“Non credo che parliate sul serio, un ufficiale dei bersaglieri non fugge neppure di fronte alla morte sicura. Si potrebbe sapere il motivo di questo scherzo?”. “Vedi cappellano, sono delle cose che si sentono e non si possono dire …”. “Bene, bene, ma sapete che la vita è un dono di Dio e che non siamo padroni di togliercela: mi pare poi che una simile azione sia degna di un bersagliere? L’eroismo si dimostra combattendo fino all’ultimo, anche l’ultima cartuccia deve essere sparata contro il nemico. Pensate alla gloriosa tradizione, agli eroi del vostro reggimento”. I loro volti sono più sollevati. “Quando saremo più tranquilli, vi farò una conversazione sulla Divina Provvidenza, per adesso coraggio e in bocca al lupo”. Un altro ufficiale chiede di essere confessato e il cappellano dopo averlo fatto si sente dire: “Grazie, caro cappellano“, e abbracciandomi come un fratello: ‘Ricordati se torneremo in Italia, se tu dovessi arrivare prima, va subito a casa mia da mia moglie e abbraccia i miei piccoli: Giorgio e Ezio’. Sto per piangere”[35] .
La vita è un dono di Dio meno che in guerra, gli uomini possono togliersela proprio in nome di Dio. Noi non possiamo toglierci la vita, ma il nemico sì. Il tracollo psicologico, l’onta del fallimento conduce l’uomo a mettersi in discussione, dicono gli ufficiali del III in netta crisi morale. Il rimprovero vero non è sul valore della vita, la molla che secondo Bonadeo rasserena gli animi è sull’onore: che direbbero gli altri? Non pensate al buon nome del reggimento? Tutto crolla, la guerra è persa, la prigionia è dietro l’angolo, ma se è necessario bisogna sparare anche l’ultima cartuccia, poi a quel punto si può anche morire. O meglio: si è legittimati a morire. Non prima di esserti confessato dei peccati terreni. Viene da pensare all’8 settembre o alle belle navi risparmiate nell’ultimo confronto con gli alleati. Anche perché è la Divina Provvidenza che governa gli uomini, non la volontà degli esseri umani. E anche qui la figura psicologica del cappellano, quanto lui stesso ne vuole sottolineare il ruolo e l’importanza sta nel finale, in quella delega affettiva che, se ti salvi prete, abbraccia tu i miei cari per conto mio. Un surrogato paterno.
“Padre se non dovessi tornare farà lei da padre al mio Luigino”, conferma[36].
Poi tutto tracolla, prima ancora della sconfitta militare, c’è il baratro morale della imminente prigionia. La privazione della libertà personale nelle mani del peggior nemico di sempre. Bonadeo come visto è sul Don, il reggimento ripiega su Kalmenkoff , poi Meskoff, con 4 mila italiani: lui quando può medica i feriti e fa un pezzo di strada con le slitte del dolore. Si cerca di fuggire, e i russi hanno sfondato il fronte, si combatte, vengono circondati, poi tutto finisce. Ma prima:
“Una notte di tempesta in cui lampi, tuoni e fulmini solcano l’universo rende esattamente l’idea della tragica situazione. Non so il motivo ma non ho nessunissima paura, mi sembra di galleggiare sicuro in mezzo a quella furiosa tempesta. Una scheggia colpisce un altro bersagliere che mi cade vicino. Mi guarda quasi sorridente esclama: ‘Morirò cappellano? Sono contento perché ho fatto sempre il mio dovere’. Sul suo petto brillava una ricompensa al valore”[37].
Questi bersaglieri del III reggimento muoiono solo così, sorridenti e felici di aver fatto il loro dovere, senza dubbi e senza domande. Bonadeo non ha paura, ma forse è solo un tratto traumatico, forse è una difesa inconscia che si tramuta in esaltazione.
Don Bonadeo quindi viene fatto prigioniero e qui inizia un altro libro di memorie, un’altra storia.
“Un cosacco giunge vicino e interrompe le mie riflessioni, forse ha riconosciuto le insegne di cappellano sul petto di don Capra[38] e vedendolo leggermente ferito, con un colpo di mitra lo finisce facendolo cadere sulla neve”[39].
Si presentano così ai suoi occhi quei russi di cui si chiedeva se aver paura. Giustiziano un cappellano italiano.
“Lo sguardo del russo mi fa paura. Non c’è cosa più triste al mondo, non c’è momento più doloroso. Perdere tutto … Perdere la libertà, essere schiavi in mano di soldati spesso ebri e incontrollati nelle loro azioni”[40].
“…gemesschi jest?..pope jest?” La interprete: “…ci sono tedeschi? ci sono preti?”. Il momento è particolarmente grave, un attimo di riflessione: che bello morire perché sacerdote, esco dal gruppo avvicinandomi a quattro tedeschi“[41].
Se i russi poi fucileranno uno ad uno i quattro ufficiali tedeschi mentre faranno finta di fucilare il cappellano italiano, qui la mistica del martirio cristiano si prende tutta la scena e fa scendere in secondo piano l’eliminazione spietata dei tedeschi: che vuole sottilmente insegnare questo passaggio? Che per i russi il vero nemico è il tedesco invasore, non il bravo italiano, per di più prete. Che era pronto a morire per il suo ideale, non in quanto criminale di guerra perché tedesco invasore.
Bonadeo entra nel primo dei campi di concentramento, e il capitolo si chiama ‘Il simbolo odiato’.
“Due pali, una stella rossa segnalano la porta d’ingresso… Ancora oggi, quantunque allora mi trovassi quasi inebetito, ricordo quella tragica visione: una grande stella rossa illumina l’ingresso del campo. Ma perché addolorarsi al pensiero del ricordo dei giorni tristi, dei giorni della morte? Perché descrivere la dura realtà che grava il peso di tanti addolorati cuori? E’ per la verità. Perché le mamme sappiano dei loro figli, perchè conoscano le spose l’anelito ultimo del cuore del marito, la dura sorte toccata prigionieri. E’ un crudo dolore, ma è sacro; sarà questo dolore a creare nel cuore degli Italiani la tomba a quei poveri dimenticati”[42].
In questo caso l’operazione è duplice: creare una nuova simbologia negativa e legarla alle vittime. Una testimonianza ulteriore di martirio. La stella rossa è il simbolo dello stato invaso e nemico di cui ora si è prigionieri perché si è persa la guerra, ma qui assurge a simbolo di oppressione, e per definizione si sta sempre dalla parte delle vittime: e perché non dimenticare? Per scrivere una nuova pagina di martirio cristiano, per riscrivere una ulteriore pagina di ‘verità’. Per posporre questa memoria nell’eredità di chi è a casa, ossia nel terreno politico per eccellenza di interesse. E’ l’Italia il campo di gioco di questa memoria. Ossia il dramma di questi prigionieri italiani deve restare come monito agli eredi, che si ergano a baluardo tra le mura domestiche.
La descrizione delle condizioni va nella stessa direzione, ma Bonadeo non sa che sono costruzioni tipiche dei rifugi invernali di sempre nella cultura russa, sia nei gulag che nelle colonizzazioni.
“La triste abitazione: una buca sotterranee in alta circa un metro con un tetto formato da piccoli tronchi d’albero e terriccio, il pavimento e le pareti di nuda terra dalla quale emana il caratteristico di muffa[43].
Le condizioni materiali della vita, la straordinarietà degli eventi, hanno un effetto depressivo ben noto sui prigionieri: ma ancor più significativi sono gli effetti psicologici se paragonati con la vita di poco prima, quella intensa e attiva del soldato. Pur in lotta perenne con la esistenza era una vita piena, ricca di senso. Qui, proprio perché la guerra è il momento più forte del vissuto di un uomo, lo sradicamento di significato produce una afasia, una smaterializzazione dell’individuo. Una perdita di energia vitale.
“Le ore trascorrono una specie di incoscienza, uno avvicinarsi rapido alla fine. Anche la volontà di vivere e il leggero ricordo del passato sono cose che non hanno più senso. Siamo staccati persino da noi stessi e incapaci di tutto, fuorchè di aspettare. Anche la disperazione è scomparsa, è rimasta solo una grande inerzia mortale, il primo passo verso l’altra vita. La Morte”[44].
L’inazione è morte di sé, è un congelamento delle forze vitali che porta al rifiuto della vita. La vita del prigioniero è nelle mani dei carcerieri i quali ‘devono’ annullare la personalità del recluso per meglio governarlo, per renderlo docile strumento del lager.
“Con forza e avidità riesce ad avere tra le sue mani il piccolo crocifisso; meravigliato lo guarda, lo stringe fra le mani e, dopo una valanga di parole arrabbiate di minacce, lancia la sacra immagine verso il corso d’acqua. Quel gesto come lama rovente, mi strugge il cuore, non è possibile dare dolori più grande ad un sacerdote”[45].
Esattamente come le forze dell’Asse abbattevano le statue di Lenin e Stalin per togliere ‘possesso’ al nemico del territorio, per appropriarsi di un luogo con altri simboli, testimoniare il cambio di realtà e senso, qui il cappellano subisce a sua volta la stessa operazione rovesciata. E’ il russo a togliere simbolo al prete, a renderlo soggetto anonimo e massificato. Quel crocifisso gettato nell’acqua che per lui è segno di appartenenza marca un nuovo territorio. Il vincitore non riconosce nessun valore, anzi, al prete cattolico, è un numero, ed è alienante per Bonadeo.
Nei primi mesi la moria dei prigionieri per fame freddo e malattie è ben nota. La descrizione del comportamento dei sopravvissuti per Bonadeo rappresenta un trauma nel quale confluisce il crollo di un intero sistema valoriale. L’uomo denudato di ogni umanità perde l’intero bagaglio di regole costruito nella vita civile, anche se una parte consistente aveva già dovuto abbandonarla per affrontare la vita militare. La realtà concentrazionaria è un abisso.
“Appena spirati, approfittando dell’oscurità della notte, i cadaveri vengono denudati e buttati fuori dal bunker, nella neve. Spettacolo doloroso e triste vedere assalire propri compagni, con avidità felina, spogliare quei rottami umani dell’ultimo stracci ancora di rivestono. Non avrei mai immaginato che il cuore umano potesse giungere a tanto. Innanzi alla lotta per la vita sembra che il cuore non esista più. Quei derelitti sono gli stessi amici di pochi giorni prima per i quali la sorte fu molto più triste. Anche quello però è un atto di incoscienza, un atto dovuto unicamente all’istinto di conservazione”[46].
Salta l’intera costruzione cattolica intorno al culto dei morti. E spunta un senso di colpa.
“I morti sono ammucchiati come carne giacciono rattrappite dal gelo assumendo le forme più strane. Solitamente la morte, con un suo pudore dona religiosità alle membra abbandonate della vita. Qui non è così. Guardo smarrito quei volti i cui occhi vitrei mi fissano. La mia mente stanca delle lunghe sofferenze sembra vacillare, ho l’impressione che quegli occhi si muovano nelle loro orbite e tutti convergono su di me meravigliati di vedermi ancora in vita. Sotto il peso di quegli sguardi cado in ginocchio e recitò una preghiera. Sento l’angoscia di migliaia di mamme e offro per loro a Dio quel pesante fardello di dolore”[47].134
E’ in crisi il cappellano di fronte alla materialità della morte, la compostezza della morte civile sulla quale ha forse costruito un intero sistema valoriale e comportamentale qui esplode in tutta la sua drammaticità: la ‘assurdità’ delle forme dei cadaveri sono uno scempio ad un ideale cristiano di trapasso. Non c’è nulla del martirio, non c’è niente di epico o mistico: c’è la morte carnale, materiale, vera. Senza una ‘ragione’. Non c’è un simbolo salvabile, ma solo occhi che si fissano su chi è sopravvissuto scatenando in lui complessi evidenti, tanto da mandarlo in crisi… la mente vacilla. L’unico rifugio è la fede, ma non può non andare con la mente e la coscienza verso quelle madri, genitrici, che non rivedranno mai più quei figli. Né fa i conti con l’ipocrisia di quel momento perché se nelle pagine successive racconterà tutte le drammatiche condizioni del gulag e la durezza dei carcerieri, l’accusa è per il sistema nel quale si è ritrovato:
“Il nome di Krinowaja resterà indelebile nei pochi, fortunati superstiti. Krinowaja, il campo del cannibalismo dove sotto l’insopportabile morso della fame i prigionieri sono giunti a mangiare i fratelli, dove russi hanno dovuto ricorrere all’opera dei Cappellani perché il senso della pietà vincesse la fame”[48].165
C’è molto di più della semplice cronaca o racconto, c’è l’uomo che mangia se stesso, che si rivolta contro la sua stessa natura. Ebbene, da qui in poi entrano spesso in campo altre forze: quando appare il famigerato campo di Susdal il racconto riprende il suo taglio politico con un più profondo anticomunismo. Con un bersaglio da 18 aprile 1948, rappresentato dagli appartenenti al partito comunista italiano.
“Ben presto le voci più strane si diffondono nel campo. Pare che il maggiore ha detto che non abbiamo una mentalità democratica… Anche Roncato, fuoriuscito Italiano, intensifica la sua attività, vorrebbe convincerci con la forza non sapendolo fare col ragionamento. Per lui la forza del raziocinio è la volgarità. Non ho ancora scambiato una parola con lui, so che odia i sacerdoti, so che ha fatto tanto male a Padre Alagiani”[49].
Più oltre:
“I russi sono spietati e raffinati nell’infliggere torture fisiche e morali a noi prigionieri. Sono russi! Quello che più ripugna però è l’ingegno dei fuoriusciti italiani che, cresciuti educati in un clima di civiltà ed umanità, fanno spietata concorrenza ai bolscevichi… Colleghi passati al nemico, ossessionati dal desiderio di rendersi benemeriti verso il loro padrone che impone loro una’ norma’ così come è imposta a qualsiasi operaio che lavora sulla materia. Quindi: messaggi, mozioni, appelli da fare approvare e firmare dai prigionieri. Tanti articoli da pubblicarsi sull’Alba o sul Giornale Murale, accaparramento di tante spie, tante denunce, tante vittime da consegnare al carnefice”[50].
Torna a galla la civiltà latina ed è inconcepibile che ci si possa comportare come i russi, che sono, appunto russi. I fuoriusciti sono dei traditori degli italiani, sono dei cattivi italiani. Tutto il lavoro di propaganda dei militanti comunisti è prima di tutto antinazionale.
“Non bisogna credere però che i fuoriusciti godano ampia libertà e che siano ben retribuiti per il loro infame lavoro. Questi aguzzini del loro connazionali, spesso vestono uniformi del soldato russo. Tutto sommato si possono considerare anch’essi dei prigionieri, sia pure in una prigione a più ampio respiro, ma pur sempre prigionieri di “un lurido sogno”. Fanno grandi progetti, vorrebbero rifare la mentalità ai prigionieri e a tutti gli Italiani. La dottrina marxista, solo in quella è il nostro avvenire! Così, mentre i prigionieri soffrono la fame, invece di intervenire presso le autorità russe perché facciano cessare quelle eccidio giornaliero, gli esponenti fuoriusciti, ligi all’ordine ricevuto dal padrone russo, si prestano di buon grado a fiaccare lo spirito dei connazionali prigionieri”[51].
E’ lo scontro tra due opposte mentalità: da un lato l’antica abitudine patriottica di anteporre all’interesse ‘nazionale’ ogni questione, dall’altra l’internazionalismo comunista che viene visto come servitù al nemico. Indossare l’uniforme di un esercito straniero, vincitore, li fa parte di un ‘lurido sogno’, e anche qui manca ogni riferimento storico sui motivi del fuoriuscitismo, la dittatura fascista, il Ventennio, la guerra di invasione. Il tentativo di ‘rieducare’ i prigionieri italiani ad una nuova fede, il marxismo, si scontra che l’altrettanto granitica fede che di possa essere una sola Italia che è quella che i prigionieri hanno lasciato a casa quando sono partiti: non può essercene un’altra. Potenza dello scontro tra propagande. Assoluta incomunicabilità tra opposte fazioni e il permanere nonostante la sconfitta militare delle granitiche convinzioni iniziali.
Da un lato appunto la psicologia dell’internato, lo strapiantato da ogni realtà:
“Cerchiamo di comprendere quello che può essere lo spirito di un prigioniero che per lungo tempo e attraverso innumerevoli vicende vive in attesa della libertà. Siamo come naufraghi in un mare in tempesta; i più forti cercano di reagire, i debilitati fisicamente e moralmente non trovano pace”[52].
dall’altro il tentativo di riprendere senso alla realtà rivoltandola addosso al nemico di prima,
“Avevo sempre disprezzato chi abbandona la Patria per asservirsi ciecamente allo straniero; questo sentimento trova una profonda conferma. Ecco quanto il fuoriuscito Ossola, nell’estate del 1945, dice a noi che ci rifiutiamo di lavorare per i russi: “Se non andrete a lavorare, le armi di convinceranno”. … E’ ogni giorno più difficile conservare la propria personalità. Le poche notizie politiche che ci vengono lette disgustano perché completate da commenti falsi e offensivi”[53],
e qui essere comunisti non significa volere un paese diverso, una Italia fondata su altri valori, ma essere anti italiani. Come tipico della propaganda fascista post 1919 che divise il paese in due: i buoni e i cattivi. E’ una coazione a ripetere gli stessi stereotipi. La colpa è essere fuggiti da un paese che i comunisti li metteva in galera, ed essere andati nel paese della Rivoluzione comunista. Che vita e che futuro abbiano avuto questi fuoriusciti è altro discorso.
E’ un momento duro per i prigionieri italiani, Bonadeo dopo mille ostacoli riesce a celebrare Messa:
“Molti hanno le lacrime agli occhi, sono lontani per un istante da quelle mura pesanti dall’umiliazione in cui sono obbligati a vivere, pronti ad offrire il loro sacrificio come Cristo sul Golgota. I cari colleghi piangono, cantano, piangono e pregano”[54].
Come risolve Bonadeo questa crisi? Con la mistica del martirio cristiano e con la religione come supporto ideologico prepolitico. Tanto che riporta una accusa dei russi:
“Voi cappellani siete le spie del Vaticano”[55].
E si ritrova ruolo e identità, in questa realtà concentrazionaria, riaffermando quel valore costitutivo:
“Nei momenti tristi si ritrova forza nella fede. Si prega con fervore, le preghiere apprese dalla tenerezza materna, nell’infanzia, a fiorano spontaneamente con lo stesso valore di un tempo anche sulla base di quelli che, se da anni non le ripetono, si accorgono per oggi non averle mai dimenticate. Il pensiero rivolto a Dio sia associa a quello della mamma”[56]
La liturgia psicologica porta a ricostruire un legame ancestrale con maternità cristiana, qui rappresentata fisicamente dall’icona materna, ma in realtà intesa come Madre Chiesa, binomio generatrice di identità assoluta, irrinunciabile. Non c’è italiano che non sia cattolico, non esiste in italiano che non si riconosca nella cadenza della preghiera, nel catechismo sociale del cristianesimo.
E’ una posizione prettamente politica, ma Bonadeo vuole però convincere il lettore che così non è. C’è un passaggio illuminante che lo spiega benissimo. Quando un ufficiale russo nel campo di concentramento tenta di ‘rieducare’ il cappellano, il sacerdote italiano gli risponde così:
“Il momento critico è giunto. Mi faccio coraggio e con modi garbati cerco di convincere il maggiore che non ho le qualità di scrittore, che non voglio fare politica, che la mia qualità di Cappellano mi impone di tenermi estraneo a ogni forma di politica”.[57]
Se per un marxista la religione è una sovrastruttura, per un Cappellano è una verità, e quindi non è ‘politica’ nel senso interpretato dal comunista. Sta oltre la politica. E che la cosa in quel frangente, dopo anni di terrore, sia in parte condivisa da molti prigionieri sta in questo passaggio:
“Siamo informati delle elezioni in Italia e subito l’ordine di partenza. Siamo felici! Ammassati innanzi al porticato di ingresso sotto il sole cocente sentiamo un ufficiale russo che ci parla dell’Italia: ‘Le elezioni in Italia sono finite’ e con un tono di trionfo legge risultati definitivi e termina gridando ‘Viva la nuova repubblica Italiana! Pochissimi rispondono … … si pensa unicamente alla patria e alle persone care; s’attende e si spera“[58].
Il destino del paese in quel momento passa in secondo piano: l’entusiasmo dell’ufficiale russo che ha combattuto una intera guerra proprio con una visione politica non ha nessun valore per i reduci italiani. C’è inevitabile solo la misura individuale della vita, la ritrovata libertà personale, la ripartenza di una esistenza.
Quando dopo la lunga prigionia si avvicina il tempo del rilascio e del ritorno in patria, Bonadeo non perde comunque quell’evidente spirito nazionalista, e lo fa anche per esorcizzare la sconfitta:
“Un gruppo di ufficiali Italiani improvvisamente deve partire; sono i meno desiderati dell’ufficio politico, la loro sorte sembra quanto misteriose triste; ma essi non temono perché sono italiani, perché sanno godere del soffrire per l’Italia”[59].
Non manca nemmeno l’italiano buono e pur dopo la guerra persa l’icona del buon popolo russo, ma qui ucraino, con il quale ci si può intendere se solo non ci fosse l’accidente del bolscevismo:
“Il popolo, molto buono ma sospettoso nei nostri riguardi, lentamente comincia a capire lo spirito buono dell’Italiano e, alla diffidenza, sostituisce una pietà e una comprensione particolari! Abbiamo così la possibilità di vedere personalmente la vita del cittadino sovietico, di sentire direttamente da lui tanti piccoli episodi tragici e comici allo stesso tempo” [60].
Più si avvicina il ritorno più il ricordo di chi non ce l’ha fatta a sopravvivere assume una misura esistenziale.
“Brutta è la notizia data a una famiglia per la morte di un loro congiunto ma peggiore è la parola disperso. Troppe cose racchiude in sé. La morte dà una misura al dolore. Il pensiero di un figlio disperso non dà pace al cuore di una madre; l’amore materno si ribella al peggio, non sa rassegnarsi a una morte incerta e la speranza che sorge nel dolore rinnova ogni momento la triste notizia di Morte” [61].
Ma il ritorno, al netto di una retorica che non è più nella sensibilità moderna, qui assume un autentico valore politico, che smentisce proprio il presunto agnosticismo di Bonadeo nei confronti della ‘politica’.
“Italia! Patria sentita nella notte di Ismailia sul lago greve del peso inerte di nostre navi non vinte, insufficienti a contenere l’animo dell’italica gente di mare… Patria improvvisamente apparsa a Port Said nel tricolore di uno scafo timido fra alebi e prore eterogenee; supremamente bella nei colori issati a farsi baciare dal sole d’Africa e ad accarezzare dal vento della steppa. Patria, che ti rispecchi nel dolce verde che circonda questo convoglio straniero che ci riconduce… Ritorniamo ad offrire l’anima purificata dalla sofferenza annosa. E tutto è dimenticato: i figli ritornano e mai furono lontani”[62].
Bisogna tradurre questo significativo passaggio, che ci porta sulla strada scivolosa e poco comprensibile, nell’immediato dopo guerra, tipo ‘le belle navi che non persero la guerra’, o ‘il soldato italiano è invitto’: ma anche ‘ebbene dimentichiamo tutti ciò che è accaduto’, senza nessuna analisi su cosa sia veramente sia successo e perché. Meglio non farsi troppe domande e d’altronde la sofferenza ha ‘purificato’ l’esistenza. Pura rimozione. Il martirio riscatta tutto. Non è necessario conoscere i motivi di questo martirio e chiedersi se sia stato giusto o meno: il sacrificio in sè tutto giustifica. Non una domanda sui motivi di questo massacro, sulle ragioni della guerra, sulle responsabilità. Ossia, nessuna assunzione di responsabilità da parte del cappellano e quello che rappresenta. Ora c’è una urgenza superiore che tutto cancella del passato, ed è il pericolo comunista. Sembra incredibile, ma questa totale assoluzione delle responsabilità storiche, talmente rimosse da essere volutamente ignorate, è l’esatto opposto di quella pretesa apoliticità di Bonadeo. E’ una posizione fortemente politica.
E infatti tutto si chiude con un programma scolpito nel marmo.
“Patria, Patria dove sei? Per anni ti ho avuta vicina, ti ho portato con me, in una col mio sangue, che ho veduta ed eri colorata della mia passione, del mio amore … dove sei? Figlio! La voce che non aveva tremato al distacco buio, non trema al ritorno. L’occhio non velato al partire è limpido ritorno. Mamma! Mamma! Figlio! Forse ecco la Patria, nel calore della voce che non trema, nella serena limpidezza dello sguardo, nell’anima materna che ha educato … nell’immutabile amore materno per i figli che non ritornano … nell’amore incorruttibile delle spose vedove … nell’amore orgoglioso dei figli orfani … Sì, ecco la Patria, eccola incorrotta incorruttibile convalescente e già avviata a risalire la china”[63].
Che il clero di quegli anni avesse un forte profilo patriottico è innegabile. Che la prigionia sia un trauma tremendo anche. Sì, c’è un trauma post bellico evidente.
Numerosi convogli sovraccarichi di preda bellica sul passo in direzione opposta la nostra tradotta. vanno verso il cuore della Russia. suoni vagone soldati che tornano vincitori controllo nel bottino: sei di, tavoli, finestre, macchina da scrivere, uffici completi che dalle città occupate passando alla nazione vittoriosa. Sono scene raccapriccianti. 234
Che la signora vorrebbe dire tante cose, parlare del sistema di occupazione fatto di violenza, di rapine virgo di maltrattamenti. la prego di telecomunicazione la nostra permanenza alle autorità Italiane e mi permette di farlo. otto quel momento non è più venuta!245
Due autocarri moto sono pronti per portarci lungo le vie del dolce Vienna. il solito controllo nominativo siamo pronti; sopra ogni autocarro salgono a due soldati armati, fino all’ultimo momento ci devi umiliare la stessa arma che anni prima ciò che ha fatto alzare le mani; fino all’ultimo momento i russi ci vogliono far sentire che la nostra libertà e ancora in mano loro”.248
L’isba sembra deserta, in un angolo una donna stringesse 2 bambini. ” Italia Husky Karasu” . il tenente rispondi al saluto anche a nome mio: ” sgrassati ce”, salute, e ci avviciniamo alla grande stufa al centro del isba. i miei occhi non avevano visto tanta miseria. i bambini sono pallidi e sofferenti, quasi nudi, la donna dev’essere la mamma, indossa indumenti sporchi e stracciati, e tieni gli occhi bassi, non so se per paura per vergogna. L’interno della stanza ridotta all’indispensabile: 2 panche orologio tavolo sono in mobilio di quella e di tutte le isbe … Sono 3 anni che il marito è partito per il fronte da quel giorno più nessuna notizia. ” ci hanno portato via Tutto, e il mio lavoro non è sufficiente per sfamare i piccoli. Da 3 anni non ci danno un vestito, i bambini soffrono, sono scalzi e, – mentre una lacrima scende sulle guance sofferenti, stringe con effetto alle ginocchia di piccolette creature – non abbiamo neppure del soddisfazione di insegnare nostri figli a credere, ci hanno tolto le chiese, hanno profanato tutto il nostro patrimonio sacro tu sei “. Trenta
Io sono state in linea, ho combattuto, mia neanche ferito quei maledetti, li ho visti in faccia questi brutti russi … .ni e pensare che le ragazze sono così gentili . oggi trovato dovrei tornare in prima linea, ma non ho il coraggio virgo dopo tutto quello che ho visto così “ . trentadue
resterò con voi alcuni giorni, mi racconterete le vostre valutazioni … mi raccomando … nessuna paura e più si “ . ” pensi che vuole sposare una ragazza russa; da quando l’ha incontrata 3 mesi fa ha millerovo non pensa che a Lei” . ” nobel ragione padre, e tanto carina con me guardi che bel ricordo!” e mi presenta una graziosa immagine della madonna, formato cartolina . sotto leggermente inciso, sei laggiù nome: sonia Quarantadue
L’isba sembra deserta, in un angolo una donna stringesse 2 bambini. ” Italia Husky Karasu” . il tenente rispondi al saluto anche a nome mio: ” sgrassati ce”, salute, e ci avviciniamo alla grande stufa al centro del isba. i miei occhi non avevano visto tanta miseria. i bambini sono pallidi e sofferenti, quasi nudi, la donna dev’essere la mamma, indossa indumenti sporchi e stracciati, e tieni gli occhi bassi, non so se per paura per vergogna. L’interno della stanza ridotta all’indispensabile: 2 panche orologio tavolo sono in mobilio di quella e di tutte le isbe … Sono 3 anni che il marito è partito per il fronte da quel giorno più nessuna notizia. ” ci hanno portato via Tutto, e il mio lavoro non è sufficiente per sfamare i piccoli. Da 3 anni non ci danno un vestito, i bambini soffrono, sono scalzi e, – mentre una lacrima scende sulle guance sofferenti, stringe con effetto alle ginocchia di piccolette creature – non abbiamo neppure del soddisfazione di insegnare nostri figli a credere, ci hanno tolto le chiese, hanno profanato tutto il nostro patrimonio sacro tu sei “. Trenta
Io sono state in linea, ho combattuto, mia neanche ferito quei maledetti, li ho visti in faccia questi brutti russi … .ni e pensare che le ragazze sono così gentili . oggi trovato dovrei tornare in prima linea, ma non ho il coraggio virgo dopo tutto quello che ho visto così “ . trentadue
resterò con voi alcuni giorni, mi racconterete le vostre valutazioni … mi raccomando … nessuna paura e più si “ . ” pensi che vuole sposare una ragazza russa; da quando l’ha incontrata 3 mesi fa ha millerovo non pensa che a Lei” . ” nobel ragione padre, e tanto carina con me guardi che bel ricordo!” e mi presenta una graziosa immagine della madonna, formato cartolina . sotto leggermente inciso, sei laggiù nome: sonia Quarantadue.
[1] P. 736
[2] Sangue sul Don, p.6
[3] Id. p.7
[4] Id. p. 8
[5] P.41
[6] Id. 10
[7] Id., pag. 11
[8] Id., pag. 15
[9] Id., pag. 29
[10] Id., pag 38
[11] Id., pag. 43
[12] Id. pag. 44
[13] Id. pag. 51
[14] Id., pag. 58
[15] Id., pag. 66
[16] Id., pag. 67
[17] Id., pag. 86
[18] Id., pag. 18
[19] Id., pag. 21
[20] Id., pag. 12
[21] Id., pag. 22
[22] Id., pag. 23
[23] Id., pag. 45
[24] Id., pag. 50
[25] Id., pag. 39
[26] Id., pag. 70
[27] Id., pag. 75
[28] Id., pag. 69
[29] Id., pag. 71
[30]Id., pag. 71
[31] Id., pag. 72
[32] Id., pag. 77
[33] Id., pag. 86
[34] Id., pag. 94
[35] Id., pag. 85
[36] Id., pag. 55
[37] Id., pag.91
[38] Si tratta del tenente cappellano Pietro Capra, benedettino, appartenente all’8a Sezione Sanità, fucilato dai russi a Kolmenkov il 21 dicembre 1942.
[39] Id., pag. 92
[40] Id., pag. 96
[41] Id., pag. 103
[42] Id., pag. 114
[43] Id., pag. 116
[44] Id., pag. 119
[45] Id., pag. 123
[46] Id., pag. 132
[47] Id., pag. 134
[48] Id., pag. 165
[49] Id., pag. 171. Padre Pietro Alagiani era un gesuita cappellano militare della Celere, di origine armena (Il vero cognome era infatti Alagiagian). Fu catturato durante la Ritirata e tornò in Italia solo nel 1954. E’ l’autore, nel 1956, di un famoso memoriale dal titolo ‘Le mie prigioni nel paradiso sovietico’, edizioni Paoline.
[50] Id., pag. 172
[51] Id., pag. 173
[52] Id., pag. 176
[53] Id., pag. 181
[54] Id., pag. 184
[55] Id., pag. 185
[56] Id., pag. 186
[57] Id., pag. 173
[58] Id., pag. 234
[59] Id., pag. 187
[60] Id., pag. 200
[61] Id., pag. 204
[62] Id., pag. 252
[63] Id., pag. 252


