Il blog sulla campagna di Russia

Cesco Tomaselli

Spiegare agli italiani cosa fosse successo in Russia non era affatto facile. Nell’impossibilità di un ‘processo’ immediato, e che sarebbe stato un atto d’accusa al Regime, l’unico percorso fattibile è quello impadronirsi della memoria pubblica, stilare a tavolino una strategia difensiva che serva da alibi per la storia. Il Fascismo lo sa e sin da subito mette in campo politici e intellettuali.

Come piegare la memoria a favore degli eventuali responsabili, salvare l’intera classe dirigente dalla peggior disfatta italiana della seconda guerra mondiale?

Serve una oculata e sapiente operazione di riscrittura e riordino degli eventi, incanalare i fatti in una direzione che già annuncia una revisione storiografica. All’operazione si presteranno in parecchi, specie i cronisti che dopo la velina del 30 gennaio ispirata dallo stesso Mussolini “Prendere occasione dalla citazione del bollettino tedesco per esaltare gli alpini e il loro generoso e eroico sacrificio”[1], darà il via ad una serie di articoli che verranno incontro ai malumori della piazza sulla sorte dei nostri soldati.

Ma per dare una sterzata definitiva è necessaria una versione ‘ufficiale’ che ufficiale non sia.

Non è infatti un caso se il primo memoriale sulla Campagna di Russia, destinato a segnare la via successiva delle rievocazioni sui fatti del 1942, è quello di un famoso giornalista del Corriere della Sera: il veneziano Cesco Tomaselli. Ha 50 anni, decorato nella Prima guerra con gli alpini del Vicenza, lo stesso reggimento di Cesare Battisti, veterano di Spagna, ha un rapporto diretto con il suo direttore Borelli, come testimonia il carteggio privato tra i due[2].

L’inviato era già stato sul fronte Est nel 1941, e aveva composto corrispondenze al seguito dell’avanzata dei tedeschi, di cui nutre grande stima e simpatia, come testimoniano anche alcune sue corrispondenze da Berlino. Stavolta sceglie di occuparsi solo della sua seconda visita al Fronte Est, e non menzionare ciò che aveva seguito con le armate tedesche nel 1941. Scelta non casuale visto che lo scopo del suo libro, Battaglia sul Don, stampato da Rizzoli nel tardo autunno 1943 in più edizioni, è quello di focalizzarsi sulle drammatiche vicende degli italiani dopo la disfatta dell’inverno. Tomaselli è un big, un giornalista di punta non solo del Corriere, ma di tutte le guerre del fascismo. E’ un uomo vicino al Regime, ne condivide larghi tratti, ha continuato a scrivere sul Corriere anche durante Salò, anche se avrà una carriera nel Dopoguerra.

Il testo è per gran parte una rielaborazione delle corrispondenze sul Corriere: non è come nel caso del capitano Meille una semplice raccolta dei testi pubblicati. Tomaselli aggiunse nomi e luoghi che per motivi di censura non aveva potuto inserire, li  rese più colorati e letterari con quadretti e aneddoti che non sarebbero potuti entrare negli articoli[3]. Cita ufficiali degli alpini poi caduti[4], e per meglio comprendere il suo libro è bene tenere le corrispondenze sul Corriere come traccia temporale e schematica.

Insieme a Gianni Calvi del Popolo d’Italia è l’unico giornalista italiano presente nel dicembre-gennaio in prossimità del fronte del Don. Tra il dicembre e il gennaio visita effettivamente le trincee delle divisioni italiane di fanteria e alpine, e come base avrà i comandi dell’armata, tra Rossosch, Millerovo e Starobielsk. Sono annotazioni non secondarie: mentre Calvi farà effettivamente la drammatica ritirata con la Tridentina salvando la pelle, lui riesce ad evitare la rotta restando nelle retrovie e le sue informazioni saranno quelle della struttura militare. Il 10 dicembre è a Starobielsk, al comando d’Armata, in precedenza era stato in linea 20 giorni, e il 16 dicembre torna verso la prima linea del XXXV corpo d’Armata. Tomaselli è testimone della difficoltà di inviare le notizie in Italia: in un articolo sul Corsera pubblicato il 2 gennaio racconta fatti il 16 dicembre: ed è la conferma che l’attacco vero è iniziato. L’Italia a quella data sa. Se “gli artiglieri su distinguono dalla corporatura più massiccia”, come da una corrispondenza del 17 gennaio 1943, alcuni articoli verranno pubblicati addirittura al suo ritorno in patria tra l’aprile e il maggio. La vicenda del Vallone della Morte di Arbusov per esempio appare il 27 aprile 1943. 

Sin da subito nel libro il lettore viene a conoscenza di nomi che diventeranno famosi, quei luoghi appunto delle retrovie come Millerovo, Kantemirovka, Tcerkovo, Rossosch: o Sceliakino e Warwarovka, che entreranno nella memorialistica sia come emblemi che come campi di battaglia. Millerovo è “questa grande città militare radicata in terra straniera”[5], la stessa città dove era sbarcato nel novembre

«Il ricordo di quell’arrivo a Millerovo è ancora avvolto, come compenetrato, della gelida purezza mattutina, che ci aspettava fuori della fusoliera, perché l’impressione fu di entrare in un blocco di vetro per rimanervi infissi tutta la vita»[6].

«Quello che incominciava era dunque il Donbass, il famoso bacino tra il Nipro e il Donez, che parlava il duro linguaggio delle miniere ed degli altoforni, dell’antracite e delle colate roventi. Quanto ne ho sentito parlare a Mosca hai tempi del primo piano quinquennale! Era uno dei giganti della Piatilekta, i suoi impianti, i suoi stabilimenti, le sue città che si chiamavano Krivoj Rog, Nipropetrovsk, Gorlovka, Stalino, Voroshilovsk, Voroscilovgrad, stavano ancora al di qua della realtà che già la radio, la stampa, il cinematografo, gli altoparlanti, e le canzoni ne avevano fatto il substrato della mistica siderurgica sovietica. Era una cosa impressionante girare per le vie di Mosca, fra lo squallore delle botteghe vuote, delle vetrine che offrivano alla vista soltanto chitarre, busti di Marx e di Lenin, bandiere rosse, volumi di sociologia, e sentirsi addosso, rovesciato dalla propaganda, tutto il peso di quelle tonnellate di carbon fossile, di ghisa, di acciaio, di quelle condotte forzate, che la fotografia ingigantita con deformanti prese di scorcio, di quei torrenti di metallo, di quegli uragani di chilowatt, di quelle foreste di camini, di quel subisco di magli, di ponti, di rotaie, di mantici, di torni. Qualche cosa doveva pur uscire da tanto delirio, non fosse altro perché il capitalismo europeo e angloamericano, sospinto dalla necessità di risolvere la sua crisi, aveva fornito al Cremlino i suoi migliori tecnici, le sue più perfezionate macchine, alla sua esperienza, i suoi brevetti, di modo che bisognava essere ciechi o insensati per non capire che un giorno la Russia avrebbe imparato a fare da se, e quel giorno si sarebbe fatalmente rimessa in marcia sulle antiche vie dell’espansione slava»[7] .

Prima lezione appresa: non sminuire il nemico, anzi, se possibile parlare bene per far comprendere lo sforzo eroico dell’impresa italiana. Fornire il contesto globale, formidabile, del nemico. Come da indicazioni del Minculpop di Pavolini. Seconda lezione: non è stato il fascismo italiano, nato invece proprio come combattente ‘genetico’ del comunismo bolscevico, a permettere la rinascita della Russia, ma le democrazie liberali. La responsabilità storica della ripresa dell’espansionismo russo è da ascrivere quindi al capitalismo demoplutogiudaico. Ciò che non è detto è che il fascismo ha solo fatto il suo coerente dovere di oppositore mondiale del comunismo, come in Spagna. C’è da fare una ulteriore considerazione; il libro esce durante la Repubblica di Salò, a Milano. Difficile quindi poter pensare a scarti significativi, a prese di coscienza diverse.

Non c’è mai la parola ‘Crociata’, così abusata nei testi più schiettamente propagandistici, ma la presenza del cristianesimo come arma è latente.

«»La vigilia di Natale, un ora dopo che i russi cessavano il combattimento, il nostro cappellano celebrò qui dentro la messa della mezzanotte. Poiché la volta non era ancora abbastanza alta, ci mettemmo ognuno in ginocchio e così stiamo per tutta la durata della funzione. Non avevamo candele, quel po’ di luce che rischiara la scena era una lucerna a petrolio appesa a una baionetta. Puoi tutti facemmo la santa comunione. Fuori era un gelo che spaccava i sassi. C’erano i gemiti dei feriti russi, che i loro compagni non erano riusciti a portar via. ‘Giornalista, scrivi, questa è la guerra’. Parlava un santo? o un’eroe? In lui e nei suoi alpini i due attributi si confondevano. Nella miseria della spelonca aleggiava lo spirito di una dedizione come agli albori della cristianità. Eppure questi erano degli uomini, erano dei soldati, erano dei guerrieri. Questa trasfigurazione mistica del combattente avviene in tutte le guerre, ma è di particolare evidenza nella presente, qui in Russia, dov’è il senso dell’infelicità si trasferisce dagli uomini alle cose, e imbeve anche gli ridenti della natura»[8].

Questo annotava il giornalista in una corrispondenza sul Corriere nel gennaio, poi finita nel libro, ricordando una visita agli avamposti di un reggimento alpino sul Don e riportando il commento di un ufficiale, scrivi, questa è la guerra. Ossia un misto di sangue e misticismo, tana-cappella illuminata da una luce caravaggesca, dove gli eroi sono tutti santi per santa madre chiesa, perché combattono per la Croce, in un paese che ha fatto dell’ateismo una religione di stato. La comunità inginocchiata nella spelonca ricorda la natività di Gerusalemme, presepe armato che fuori sente il lamento degli infedeli, che non raccolgono i loro feriti neanche nella notte di Natale, a segno della loro barbarie. Missionari, e missionari anche gli alpini, popolo umile, come si vedrà. 

In linea si muore, ma la presenza del Cristo tra le pallottole è nella ragione stessa della morte. Perché è presente un altro dio, ed è il Dio della Guerra.

«Il giovane padre china il capo in segno di ubbidienza, poi mi si accosta e dice ‘Non posso non fare così, ci sono ragazzi che commuovono per il loro attaccamento alla fede. Direi anzi che questa è fortificata dal fatto di trovarsi in presenza di un nemico che ha fatto strazio dei valori religiosi. Sapete che da quando sono in linea ho impartito 150 volte la santa comunione? Con l’appetito che hanno mangerebbero i sassi, digiunare sino al mattino, voi mi capite, insomma la cosa va osservata da tutti i lati…»[9] .

Il buio dei rifugi illuminati dalla fiammella della fede, verrebbe da pensare, come metafora dello smarrirsi nell’orrore della morte. Perdersi, cosa comune per un cronista di guerra. Non era difficile in quel contesto, e Tomaselli ci viene in soccorso:

«Una fitta d’angoscia risponde di dentro al pensiero di essere colti dall’oscurità, o dalla bufera, in questa landa brulla e gialla, dove l’uomo è assimilato al topo, all’insetto, alla minima espressione biologica. Mi sorprendo a riflettere sulla tenuta dei segni a cui ci si affida per rintracciare il cammino. Un filo telefonico è già un indice di strada maestra. Le tabelle con le sigle dei reparti, o una cifra, o una freccia variamente colorata, soccorrono i crocicchi nei minuti di perplessità, quando la carta smesso di suggerire non passa nessuno. Ma la guida più sicura è ancora la memoria. Qui non è lecito di essere distratti, è imperdonabile trascurare quel caposaldo di orientamento che sono l’autocarro capovolto, la carogna del cavallo, il trattore colpito, e allora ti avviene di ritrovare la strada in grazia di una croce di legno sopra una zolla cosparsa di fiori secchi, tu non benedici una sepoltura, ma un ombra d’uscita dalla terra, che in piedi ti addita la vita»[10].

Non è il primo che parla di croci come di segni di via, come la morte indichi la strada al vivo, mappa mentale per non perdersi nel nulla di un ambiente ostile non solo per le condizioni materiali ma per quelle esistenziali. Il rischio della guerra è annullare la misura della propria umanità, bruciare i ponti alle spalle della coscienza civile. La croce al crocicchio riporta l’orologio dell’io al segnale giusto, la radice profonda. E quando un giorno le cronache racconteranno dell’umanità del rapporto tra soldati italiani e popolazione ucraina, una spiegazione c’è:

«In Russia, anche questo mi aveva fatto osservare l’autista, non esistono locande, osterie: perciò la gente si mette in cammino affidandosi all’ospitalità del prossimo. E’ la filantropia della miseria. Nessuna forma di umana solidarietà, pensavo tra me, è più vicina di questa lo spirito del vangelo»[11].

La Ritirata nella neve appunto. Isbe aperte a quel popolo marciante e miserabile, nemico ma umano, fratelli nel bisogno. Entrambi popoli di spirito evangelico, l’italiano e il russo. Entrambi sacrificati sul Golgota del potere e infatti, dirà ricordando la marcia della fanteria “L’indomani, giorno di Cristo, riprende la Via Crucis della marcia per vie oblique, delle imboscate, degli scontri” [12]. Il nemico non è dentro quelle isbe di donne bambini nonni. Che diventano casa, quella casa che dobbiamo ricostruire ogni volta. Il nemico è ‘fuori’. E non siamo noi. Proteggersi, acquartierarsi, ricostruirsi. Manca il sacramento dell’assoluzione, ma è implicito.

«Sulla via del ritorno mi trattengo un poco al Morbegno, il battaglione di rincalzo. Prima bresciani e bergamaschi, adesso valtellinesi. E’ il battaglione che ha tagliato 12000 piante, non so se sia un primato assoluto, certo un’impresa che acquista valore dal fatto che gli alberi sono proprio la cosa che le manca in questo paese. Non erano trascorse tre settimane dall’inizio dei lavori che il battaglione era tutto sprofondato»,

racconta Tomaselli in visita agli alpini stanziati sulle rive del Don

«Poichè il terreno in quel tratto è cespuglioso, gli scavi quasi non si notano, si scorgono qua e là dai comuni ricoperti di neve, dei quali spunta un camino e occhieggia una finestrella a mò di lucernario, come negli alberghi diurni delle grandi città. Nessuno sospetterebbe che ivi è accantonato un migliaio di uomini coi loro muli, perché all’aperto non stanno più neanche i quadrupedi, li hanno messi in scuderie interrate, che ne ricoverano 40 per volta. Insomma, sono quasi 150 locali sotterranei, fra piccoli e grandi, e tutti rivestiti di tronchi, tutti asciutti a caldi. Un problema non facile stato anche quando riscaldamento. Ma gli alpini sono costruttori nati, e la fumistica è sempre stato il loro forte. Perciò si sono sbizzarriti in tutto il dominio della partita. Il fornello ottenuto adattando lo scopo fusto di benzina è naturalmente l’applicazione più semplice. Ma la loro ambizione è l’opera in muratura. Hanno costruito stufe del tipo cadorino, stufe cucine, studiate nelle isbe e, e infine, perché l’occhio abbia la sua parte, caminetti a fiamma»,

afferma parlando del formicaio degli alpini.

 «Sanno ingegnarsi, commenta Zucchi, 1’alpino che avevo perso di vista e che adesso ritrovo tenente colonnello e comandante di battaglione; ma si vede che è contento del lavoro che han fatto, ha piacere che le famiglie sappiano che egli ha messo su alpini nel migliori condizioni per affrontare l’inverno russo. ‘Non stanno mai un momento con le braccia inoperosi, sempre che trafficano, che provano, che inventano. Osserva questo’, esclama facendosi portare da un caporale un arnese strano. E una macchina da frumento, semplicissima, elementare, ma rappresenta già un evoluzione rispetto modelli primitivi del contadino russo, perché consiste in un faro di automobile, allungato da un tubo rigato, entro cui fa trito un perno che in origine era la manovella di un trattore. Naturalmente la farina prodotta con tale sistema è una mistura che contravviene alle leggi dell’economia industriale, come l’oro che si cava della sabbia in certi fiumi. Ma gli alpini del Don non sanno del razionalismo economico. ‘Magri ma sani’ è il loro motto, che potrebbe anche essere la massima di un’igienista. perciò ogni uomo della squadra smontato dal suo turno, inforca tra le ginocchia un la macchina antidiluviana, e si alterna per un ora alla penitenza di girare sempre per un verso la manovella. Il risultato è una manciata di farina che con un po’ d acqua, una presa di sale e il concorso della stufa diventa una pizza. Ne tocca un boccone per ciascuno, un nulla. Ma quel nulla li rende felici, come ragazzi che si sono fatti il croccante»[13].  

Qui si assiste ad una conversione di 180 gradi. Quella che risulta essere l’ammirazione per l’abitudine a fare da soli, ad arrangiarsi ed impegnarsi è invece il risultato di una cultura ancora agricola del paese, d’una parte del paese che si è ‘abituata a fare da sola’, isolata nelle valli delle montagne, distante dalla logica industriale. Distante dalla comunità nazionale. Probabile che l’equivalente tedesco avesse avuto una piccola macchina, un macinino a mano prodotto da un industria tedesca. L’aneddoto è drammatico. Dà ragione alla logica della povertà evangelica, la contraddizione è palese:

«Nella gente di montagna, ritenuta tarda per un infondato riferimento all’abituale pesantezza dei suoi movimenti, è molto sviluppata la facoltà dell’osservazione, specie quando questa si rivolge alle astuzie e ai ripieghi imposti dalla povertà, perché montanari sono poveri, quindi pieni di risorse»[14].

Ha confessato. Si tratta di un esercito di contadini, arretrati, soldati di un esercito altrettanto in difficoltà, come si vede dalla città sotterranea, un formicaio che rafforza l’identità di gruppo degli alpini, le fortificazioni così magistrali, l’operosità degli alpini. Siamo agli albori della nascita del mito degli alpini. Tomaselli è tra i protagonisti di questa contorsione della memoria: trasformare la sconfitta in vittoria, riscatto dell’onore militare italiano, la povertà materiale in ricchezza di spirito. Un combinato disposto di propagande varie, ma che qui viene assurto a dignità morale e storica. L’alleanza tra istanze varie, politiche e militari, si salda in un sol boccone:

«Non abbiamo perduto una sola posizione, teniamo duro. Vedrai degli alpini magnifici. Sono gli stessi della vecchia guerra, gli stessi dell’Albania; gente che non si risparmia, ufficiali che pagano di persona. Una calma, una sicurezza, una serenità che ti verrebbe voglia di abbracciarli uno per uno. Uomo contro uomo, ogni mio alpino si sente superiore al russo, anche se armato con il suo fucilone a tamburo, perché l’alpino a sangue freddo buona mira apice’. Il generale mi guarda con quei suoi piccoli occhi arguti e vispi, e non aggiunge altro»[15].

In sostanza sono gli stessi militari a costruire l’architettura, il disegno strategico della difesa d’ufficio del combattente italiano. È lo stesso generale Ricagno, il comandante della Julia, a dare la linea di quello che sarà il giudizio eterno prima di tutto sull’alpino. La sua ‘diversità’, la sua ‘unicità’, il mito nasce qui.  Una autodefinizione che, è vero, parte da lontano, ma che qui non ammette appelli.

Nel racconto dell’offensiva russa sulle nostre linee e delle tante ritirate Tomaselli fa una perfetta descrizione delle zone,  pagine e pagine di verosimili descrizioni di battaglia il cui scopo non è tanto la veridicità degli scontri, assai documentati, frutto della evidente lettura dei rapporti stilati dai superstiti e dalle testimonianze raccolte prima nelle retrovie e poi in patria, quanto la continua esaltazione dei combattenti, corollario di quanto affermato prima: è uno dei caposaldi strategici dell’onore del soldato italiano, e di conseguenza dei comandi militari. E’ un compito che assolve benissimo, non va dimenticato che per quanto giornalista, era maggiore degli alpini, era stato volontario durante la Prima Guerra Mondiale, due medaglie, e di mestiere seguiva le guerre. Questo è il ‘suo’ campo.

L’intenzione è manifesta e appare sulle colonne del Corriere l’11 dicembre 1943, già in piena Rsi.

«A distanza di un anno, le cose si vedono con un altro occhio: così quella che parve un’immeritata sventura toccata le nostre armi diventa, nel gioco dei rapporti e nella proporzione dei volumi, un episodio relativamente modesto. Il che, lungi dallo scemare valore al nostro sforzo, ne aumenta anzi  l’importanza, in quanto oggi si sa, mentre s’ignorava allora, che il piano di campagna sovietico prevedeva come prima fase il forzamento del Don, e che pertanto, dati mezzi accumulati, qualsivoglia truppa, per armatissima che fosse, non avrebbe potuto reggere più di tanto. Motivi di fierezza. Alcune nostre divisioni durarono in battaglia sette, otto, persino nove giorni consecutivi; e poichè avevano ceduto il terreno a carissimo prezzo, avrebbero potuto in breve ristabilire la situazione, se questa non fosse stata compromessa fin dall’inizio da una deficienza di riserve, e questa deficienza non fosse dipesa da un insieme di fattori, che oggi sfuggono all’esame. Sia come si voglia, la battaglia del Don è un fatto d’armi da riportare con fierezza. Essa fu attesa e affrontata dei nostri soldati con animo impavido, né poteva essere altrimenti. Un anno in Russia aveva fatto del Csir, un corpo di spedizione esemplare per coesione organica, resistenza gli strapazzi, spirito combattivo…. otto giorni durò quell’inferno, e gli ultimi ad abbandonare il Don furono quelli della Pasubio. Ma quanti morti, di qua e di la’… Con forze assottigliate, che in nessun modo si potevano rinsanguare perché non c’erano più riserve, con armi inferiori, con equipaggiamento insufficiente e inadatto, soffrendo privazione atroci, patimenti inauditi, raspando con le unghie la terra gelata per farci del misero scudo, masticando neve, morendo di piombo, di gelo, di febbre, di sfinimento delle spaventose notti stellate, in cui termometro scendeva 40 sotto 0, tenendo nervi e volontà, muscoli e spiriti al limite del sovrumano, i nostri soldati onorarono la consegna, che era di resistere sul Don. Non è il caso di dire di più, perché sul campo di battaglia compiere il proprio dovere è tutto. Per questo, la data che oggi ripassa col turno della ruota del tempo, mi pare che non sia da dimenticare. Nelle aberrazioni che talvolta fanno smarrire la ragione e un popolo si possono infrangere idoli, calpestare simulacri, rompere con mani sacrileghe gli strumenti della propria salvezza, ma nessun furore, per insensato che sia, potrà mai distruggere ciò che è per natura sua incorruttibile, vogliamo dire il patrimonio di valori ideali, che ci ha lasciato un retaggio dei morti, non fosse altro perché sono i più lontani in terra, i morti del Don dovrebbero essere i più sacri nella memoria»[16].

Tradurre, esemplificare, chiarificare questo articolo è arduo: nessuna parola della Ritirata, delle decine di migliaia di prigionieri che mancano all’appello, il sacrificio umano vale di per se, e va rispettato per definizione, perché ciò che conta è fare il ‘proprio dovere’ che ti viene chiesto di assolvere, loro erano troppo forti, che colpe abbiamo?, e la sacralità del morto lontano, i morti sono tutti uguali verrebbe da dire. Prima di tutto la pietà, poi per il resto c’è poco da dire.

Ma questi concetti li aveva anticipati nelle corrispondenze e confermati nel libro, quando è iniziata la battaglia vera, a dicembre.

«Chi potrà ridire tutti gli episodi di valore singolo, personale che fecero gloriose quelle ore? chi potrà rintracciare della testimonianza dei reduci l’applicazione del umile fante che fino all’ultimo istante vide russi cadere davanti alla canna della sua arma, e a un tratto non vide più nulla?»[17] .

Tutti bravi, tutti ammirevoli, magnifici soldati. Sì, “Magnifici per serenità e abnegazione i marconisti, instancabili gli artiglieri, che al termine della battaglia avranno sparato 70000 colpi”[18]. Sconfitti, ma con onore: “Sulle linee della Pasubio non c’è stato smarrimento, le armi automatiche hanno prontamente aperto il fuoco, l’artiglieria ha sparato con precisione, con efficacia. Come prova non poteva andar meglio”[19].

  Tomaselli nel parlare delle vicende della Pasubio inaugura un altro cardine della memorialistica della campagna di Russia:

«Conviene ritornare sugli avvenimenti, non fosse altro per fortificare nei lettori la consapevolezza di quanto fu offerto e sofferto dallo spirito e dalla carne dei nostri uomini su questo atrocissimo campo di battaglia. Io dico dirò sempre che nessuna guerra italiana, in nessun tempo, richiese ai combattenti un così supremo superamento di sé per compiere il proprio dovere fino all’ultima esigenza»[20].

Quando poi i fanti verranno travolti dai russi e inizierà l’anabasi italiana, che è un’altra delle sue probabili invenzioni giornalisiche “Oggi tenterò di descrivere l’Anabasi degli alpini”[21], c’è da sottolineare che

«…quegli artiglieri hanno abbandonato di trattori perché consumavano troppo carburante, e agganciato i pezzi agli autocarri. Morire, ma salvare i pezzi. I pezzi trascinati con inenarrabili stenti, sempre pronti a drizzare la canna verso il nemico, e tuonano continuamente, di qua e di là, rincuorando i marcianti»[22].

Bisognerebbe anche capire perché l‘anabasi è solo degli alpini e non degli altri 170 mila italiani in marcia, fanti, bersaglieri, artiglieri, camice nere ecc.

Cosa è stata quindi la Ritirata? Tra gli alpini in ritirata e la Ravenna nel sud estremo corrono 500 chilometri[23]. Come tra Torino e Udine.

«In queste condizioni venne ripresa la marcia. Ma è legittimo d’operare ancora codesto termine? Un corso d’acqua, che uscito dall’alveo si apra un nuovo cammino per linee di pendenza, e svolti, risvolti, e qua tenti di passare, e là ritorni su se stesso formando gomito e occhielli, o un serpente che fugga nella boscaglia sviluppando un gioco tortuoso delle sue spire, non possono dare un’idea di ciò che voglio descrivere. E’ la tortura del labirinto, una tortura mostruosa, delirante, che affaccia la mente sugli abissi della follia»[24].

Si fa ricorso alla natura per spiegare l’innaturale, a metafore alienanti per ammettere il dramma di un mucchio di uomini in gabbia, presi, già prigionieri. Che non hanno un passato e che non sanno se avranno un futuro. Prima di partire all’indietro

«Si è mediatamente distrutto ciò che non può servire per la vita e per il combattimento. Solo i feriti e i congelati saliranno sugli automezzi, tutti gli altri a piedi. Gli ufficiali, senza distinzione di grado, dovranno sacrificare il loro bagaglio, il cui contenuto sarà reso inservibile»[25].

Un passato da distruggere, un’altra morte sotto altra forma, annientamento di se: se l’uomo non porta con se i suoi oggetti, i simboli sui quali ha trasmesso la sua umanità, la sua immagine, l’uomo è finito. O ridotto a numero. Come proprio durante la ritirata. Massa informe. Non si torna più indietro neanche con la mente, e la Marcia sarà una tabula rasa di ogni convenzione sociale, di ogni gerarchia, sconvolgerà relazioni e riporterà tutti a quello stadio di povertà evangelica. Il ricorso alla metafora ha anche il compito di non confessare l’orrore, le immagini aiutano a superare il diaframma tra la parola scritta e il bisogno di comprendere. Forse è perché durante la Marcia la morte non era mai stata così vicina. Chissà, forse al Don era tutto più facile:

«Sei russi hanno lasciato centinaia e centinaia di morti sul terreno, perché venivano avanti compatti, ‘simili a boschi camminanti’, la nostra bella Pasubio è come una vigna nella quale sia passato il flagello della grandine. Fanti, artiglieri, camicie nere, guastatori, mitraglieri giacciono qua e là nel terreno della battaglia, quali morti, quali agonizzanti, le armi scempiate dagli orrendi scopi, le uniformi inzuppate di sangue. I feriti continuano a venir giù, esseri barbuti e stravolti e si sostengono a vicenda, che non parlano, che implorano sollievo con gli occhi della tristezza»[26].

Qui forse Hillman parlerebbe di ‘funzionamento sistemico delle parti’[27], se la guerra trasforma gli esseri umani in pezzi di un meccanismo, ecco il blocco percepito come unità del nemico ‘bosco camminante’, la macchina bellica marciante la chiama, e la disarticolazione degli italiani tutti identificati per parti staccate del medesimo meccanismo, ma a vigna, a grappoli, sgranati. Già disuniti in partenza. Infatti

«La marcia nella sacca è un’avventura esasperante perché non può essere guidata dal buonsenso ma dalla fortuna, e perciò chi ha scelto una via è sempre tormentato dal dubbio che convenisse prenderne un altra. Spesso un paese, un nodo stradale, un ponte erano nel medesimo tempo meta di due eserciti marcianti parallelamente e il primo che arrivava obbligava all’altro battersi per il passaggio, quando l’incontro non era addirittura un caso; come di due che si urtano allo spigolo di una via»[28].

E poi c’è inevitabile lo scontro, nei villaggi tra le isbe, quel

«combattimento prende luce da quella fiamma, che sale alte dritta come una torcia. Eppure è un gioco che dà una certa ebrezza questo stringere sempre più da presso il nemico, questo espugnare le case a una a una, questo guadagnarsi un tetto e un giaciglio a fucilate e bombe a mano, il che sembra di portare la guerra i suoi primordi, quando avevo le proporzioni caratteri di un litigio di tribù»[29].  

Saltano le convenzioni umane, ci si rende bestiali, e qui si sente tutta la ancestralità della relazione che l’essere umano ha con la guerra. E che riguarda qualunque essere umano.

Viene facile alla penna di Tomaselli, gran penna e gran cronista col senso della notizia, lasciare le briglia sciolte su questi temi, che hanno percorsi mentali profondi e tortuosi, e che in lui devono aver fatto risalire dall’anima le personali esperienze di guerra. Il ricorso alla letteratura è quasi necessario per affrontare i conti con il reale di una esperienza che non ha vissuto direttamente ma che si è fatto raccontare. La cronaca è altro, quando è ‘costretto’ a fare cronaca assume un altro tono, e spesso non è felice.

«Intendiamoci subito: nella battaglia del Don italiani e tedeschi furono sempre fianco a fianco.  Se l’assistenza  dell’alleato non poteva svolgersi sempre nella misura che le circostanze richiedevano, ciò è da imputarsi alla situazione generale, alla necessità che aveva il comando germanico di portare aiuto alla valorosa 6ª armata del maresciallo Paulus bloccata Stalingrado, e di ritardare fino all’ultimo minuto la caduta del pilastro di Voronezh, l’altro perno della porta spalancata verso il Volga»[30].

Piaggeria da repubblichino? O da ammiratore del Reich?

Nel libro la storia è sempre la stessa. Nel fare l’elogio della Tridentina e della ritirata degli alpini “non è possibile raccontare i fatti col consueto vocabolario, di ciascuna parola bisogna svelare un significato nuovo, solenne, che sta sospeso fra l’umano e l’irreale”[31], perché è difficile spiegare l’indicibile. Ma nel frattempo “No, gli alpini non si meritavano la sorte che ebbero”[32].  Fecero l’impossibile quindi:

«E non si poteva non pensare con angoscia alle spaventevoli avversità di terreno e clima che li sovrastavano, per cui veniva da domandarsi se esseri umani, per temprati che fossero, avrebbero avuto la validità di uscir fuori da tanto sbaraglio. Poiché gli alpini sono veramente usciti fuori da un cancello dell’eternità. Sono riapparsi da un punto dell’orizzonte, come i superstiti di una spedizione polare troncata dal naufragio della nave»[33].

Erano morti. Tutti. Sono tornati a vivere e questa è la vittoria. Ciclo chiuso. Essere vivi è la vittoria. Tutto torna. Alla faccia della bella morte. E’ una vittoria Nikolajevka, entra nel mito il grido di Reverberi ‘Tridentina avanti!’ e persino quegli amorevoli padri del comando generale che dovevano arretrare giorno per giorno fuori dalla sacca e che

«le tappe dell’eroico calvario (torna sempre il paragone della sofferenza indicibile e l’ascesa al cielo della vita eterna) erano conosciute giorno per giorno, attraverso brevissimi marconigrammi cifrati e i rapporti dei piloti tedeschi che orientavano la colonna volando con le Cicogne, queste motociclette dell’aria. Il segreto avvolgeva il tenore di questi messaggi, di quei rapporti»[34].

L’ennesimo indicibile di questa tragedie.

Passo indietro. Di una non citata altra anabasi se ne parla, prima a pezzetti per le altre divisioni, e riguarda i bersaglieri della Celere. O meglio, lo si fa per esaltare il comportamento del colonello Carloni, la ‘famosa’ Colonna Carloni, che era composta da circa 2500 italiani e qualche centinaia di tedeschi. Questo ufficiale è passato nelle cronache per aver chiesto di andare  in Russia dove era caduto il figlio,

«Carloni aveva un figlio, sottotenente nel Sesto bersaglieri, che nell’estate del ’41 tenne fede alla tradizione paterna con sì generoso impegno che, ferito una volta e poi una seconda, sanguinando tornò all’assalto, finchè la morte lo stese ancora furente di lotta come l’eroe che i popoli primitivi onorano dandogli il nome di una fiera. Allora il padre chiese di essere mandato in Russia»[35].

Il colonello padre darà negli anni ’50 alle stampe la sua versione della Campagna, dopo l’8 settembre aderirà a Salò. Per tanto, ci dice Tomaselli, ora “è venuta l’ora di vendicare il figlio nella carne dello stesso nemico”[36].

Ha una foga da mistico, Carloni, è in piedi giorno e notte, sta con le mascelle serrate. E fa miracoli con l’esempio. E a Pavlograd, nel febbraio, farà faville contro i sovietici. Tomaselli ne parlò sul Corriere della Sera dell’11 maggio 1943. Qui

«bersaglieri cadevano avvinghiati alla mitragliatrice, artiglieri erano colpiti da pallottole mentre servivano ai pezzi, i portaordini dovevano essere spediti a pattuglie perché almeno uno arrivasse, il cappellano militare, col pastrano mezzo abbruciato da un proietto incendiario, aveva preso il comando di un plotone (in mezzo al ponte una pallottola gli spessò la canna della pistola che brandiva), il tenente colonello dei ‘movieri’ cadeva alle prime raffiche»[37].

A parte il soldato di Dio, crociato, cavaliere di san Giovanni in Terra Santa, lo scontro di Pavlograd è l’ultimo a cui parteciparono gli italiani in Russia: sul data base dell’Unirr alla data 17 febbraio risultano circa 20 artiglieri del 120° morti o dispersi, 6 del Sesto, e due movieri. Tomaselli cita anche il 17° reggimento artiglieria, ma forse si confonde, visto che sul data base alla stessa data risulta un solo caduto del reg, però sepolto a Dniepropetrovsk. Ma questa citazione dice quasi tutto: “I bersaglieri e la colonna Carloni furono colmati di elogi dai tedeschi”[38].

Potrà sembrare strano, ma non lo è, l’ultimo grande argomento del libro di Tomaselli è l’amore. L’amore estetico per la guerra. Cioè l’amore per la guerra stessa. L’inviato del Corriere nel fare il ritratto del comandante del 6° alpini della Tridentina Paolo Signorini realizza un capolavoro perché in pochi capoversi condensa magistralmente l’intero schema psichico del rapporto tra gli uomini e la guerra, le fondamenta dell’inequivocabile attrazione che essa ha per gli uomini.

Il colonnello era “Alto, bruno, armonioso di fattezze come un atleta olimpionico quello del 6º, Signorini, che trascinava col sorriso”[39].

Non per imposizione, ma per relazione affettiva. Non per costrizione, per imperio, per gerarchia, ma per condivisione. Un reggimento come una setta.  

«Signorini aveva una natura delicata ed espansiva, che veniva fuori al primo contatto, come il sapore di un frutto spiccato da un albero sano. Era alto, bruno, bellissimo, splendeva nel suo sorriso, nel suo sguardo quella bellezza che innamora le donne e che non spiace agli uomini, i quali vi vedono espressi alcuni requisiti essenziali per la sintesi estetica di una razza. In armonia con le sembianze erano le qualità interne, massime la generosità e l’ardimento, per cui egli aveva sui sottoposti quell’ascendente imperioso che appartiene alla specie più squisita del fascino»[40].

Ubbidienza che trascende, messianica. Ma che è estremamente funzionale al comando, lo afferma Eibl-Eibesfeldt

«La disposizione a ubbidire, sia essa innata o indotta dall’addestramento, evita che la contesa per il rango sia continua e distruttiva, evento che disturberebbe sensibilmente la vita del gruppo»[41].

Come c’era riuscito Signorini a creare questa armonia? Tirando fuori il lato femmineo nascosto che è il rovescio dell’aggressività, ma “le passioni sono anche più forti degli istinti, visti fino a quel momento come gli unici con potere motivazionale”[42].

«Quel giorno, sul Don, io conobbi un uomo felice. ‘Il reggimento è il più bel comando che esista,- mi aveva detto poco prima di salutarmi – però non hai il reggimento se non gli dai l’anima’. Queste parole non posso separarle dall’accento con cui furono dette; c’era un quell’accento un impegno e un presagio. Signorini diede l’anima al reggimento e l’ebbe tutto, di migliaia di volti che fece un volto solo, che si specchiava nel suo. Soldato era. Nessuno di noi allora poteva prevedere ciò che avvenne poi, che quel baluardo, che era la linea degli alpini, dovesse essere abbandonato senza combattimento, perché la manovra nemica sui fianchi l’aveva scalzato, che le divisioni non potessero scoccare l’acuminata punta se non facendo cuneo per aprirsi un varco nel mare montante d’ogni lato»[43].

Ci si sente una punta di rivendicazione come di tradimento nei confronti degli invitti alpini, costretti a ripiegare senza essere stati sconfitti sulla linea del fronte. Ma Signorini aveva chiesto l’anima ai suoi soldati, e l’anima aveva dato, non il corpo. Aveva condiviso i patimenti, e non c’è niente come la sofferenza psicofisica in comune che cementa i legami affettivi e psicologici tra le persone. Signorini morirà di infarto durante la Ritirata, non di offesa nemica, non di sangue.

«In testa al suo reggimento Signorini arriva più volte sfidato la morte, mostrando i suoi uomini come deve stare un comandante nel pericolo, cioè sorridendo. Era un sorriso che gli costava un inaudito scorso di cuori, di nervi, di muscoli; ma era pur sempre col il suo sorriso limpido dolci, anche se illuminava un volto inselvatichito dalla barbaccia e limata dei patimenti….’ Non avrai il reggimento se non gli dai l’anima’. Ecco, egli aveva dato l’anima reggimento, con quella la vera sorretto e scagliato e tratto a salvamento, ma l’anima era rimasta al di là del cancello. Ormai che ciò che vive in lui era la parte corporale»[44].

Ma attenzione tutto questo fascino, questo porsi in testa alla sofferenza, addensato nella motivazione per la medaglia d’oro che gli verrà assegnata “Figura leggendaria di comandante cadeva riassumendo in sé l’eroismo, la generosità dei suoi alpini, quando già l’ala della vittoria aveva lambito la bandiera gloriosa del suo reggimento”, sarà vano se dovesse mancare l’elemento primario di questa costruzione mitica e sarà lo stesso Signorini a confermarlo a Tomaselli parlando di un suo collega ufficiale:

«A cinquant’anni, e mutilato dell’altra guerra, ha perduto un figlio in Africa, ed è venuto in Russia volontario, portandosi dietro un altro figlio, volontario anche lui, che fa all’osservatore di batteria, quindi primissima linea. Sono esempi di fede che ti toccano l’anima, e il soldato, credimi, certe cose le sente, per non dire che esige. Qui dove siamo, con quello che ci aspetta, chi non ha fede io lo rimpatrierei con la prima prodotta, via…»[45] .

Primigenio atto di fede. Che non ha nulla di religioso in se, ma risponde ad una necessità strettamente militare: quello della massima coesione dei reparti. In una società strettamente normata come quella tedesca dell’epoca, con una rigida struttura sociale prima ancora che politica, quella coesione era il risultato di una educazione di massa. Nella società italiana del primo ‘900, contadina, con maglia larghe e distanze sociali, la coesione dei reparti è un impegno da ricercare. L’obbedienza e il rispetto dell’autorità, ci dice Giorgio Majorino, sono più facili nelle società organizzate come quelle anglosassoni o nipponiche.

«L’esercizio del potere da parte dell’ufficiale, per esempio, se da un lato può essere gratificante, oppure agire in funzione di difese soggettive, dall’altro è molto più spersonalizzato di quanto sembri. Proprio la rigida struttura di ruoli che contraddistingue l’apparato militare, tramite il sistema gerarchico di gradi e la corrispondenza biunivoca fra il grado rivestito e tipo di reparto comandato, fa dell’esercizio del potere – sia quello decisionale che di quello disciplinare – fatto essenzialmente sociologico, relativo cioè i nodi funzionali di una struttura (il grado il corrispettivo in carico di comando). In altri termini, l’esercizio del potere militare, decisionale e disciplinare non sembra orientato a quella fase di ‘precottura’, che, con altre varie istituzioni assolute (famiglia, scuola, ecc) dovrebbe essere messo in atto per asservire in modo condizionante le persone. Infatti il potere militare è esclusivamente razionale: affermazione che lascerà perplesso chi riflette sugli assurdi e spesso disumani cerimoniali bellici. Qualsiasi comandante, sia psicologicamente sadico-autoritario sia tollerante e comprensivo, sa bene che lo strumento militare è funzione solo della Guerra. Questo significa che un solo un potere assoluto, non di tipo psicologico, ma oggettivo, può spingere i soldati a correre rischi estremi della morte, delle mutilazioni, delle ferite, del rischio di ritrovarsi prigionieri. solo pochi individui, maniacalmente onnipotenti un depressi o depressiva mente disperati, possono accettare l’altissimo rischio di conflitti, e ancora più quelli moderni, realmente comportano»[46].

Signorini quindi veste altri panni per arrivare al risultato finale. Ciò è possibile perché si tratta di reparti alpini:

«La coesione e quindi la tenuta dei reparti sarebbe in funzione dell’efficacia dei legami personali che svilupperebbero tra i soldati. I reparti tedeschi con minore coesione e quelli nei quali era più elevata la percentuale di soldati non integrati (di altre nazionalità o mescolati generazionalmente, giovanissimi o anziani, come era il caso delle unità raccogliticce degli ultimi giorni). Tuttavia bisogna notare che questi due aspetti possono anche essere in un certo modo contraddittori rispetto a questa ipotesi, e cioè da un lato il fatto che esisteva un’unità d’élite tra quali le SS, nelle quali anche il fattore ideologico nazional-socialista aveva un peso rilevantissimo (e si rivelarono in genere come le migliori unità tedesche)»[47].

In altri termini, così accadde ad alpini e camice nere.

Salvare il salvabile, a tavolino, aiutare il Regime ad uscire dal pantano, così obbedirono i giornalisti e i vertici militari. Sembrerebbe tutto chiaro, tutto lineare, ma non è così. La doppiezza della strategia adottata è fin troppo evidente dalla lettura della corrispondenza privata tra lo stesso Tomaselli e il suo direttore al Corriere Borelli.

«Nella stessa lettera, Tomaselli fa alcune considerazioni personali sulla campagna: non è d’accordo con il pessimismo che coglie negli ambienti militari e pensa, invece, che tedeschi riusciranno a fermare russi; ma il giudizio sul italiani è molto lontano dall’immagine ufficiali che ne dà degli articoli. ‘Della nostra armata voi saprete già che da oltre un mese ha cessato di essere un’unità operativa. Al presente si sta radunando per riorganizzarsi nella zona di Gomel; ma di 90000 uomini che le restano è molto se si potranno mettere in piedi tre divisioni. Le artiglierie furono dovute essere abbandonate tutte, dell’armamento individuale si è salvato ben poco. Un buon terzo dei soldati si è alleggerito delle armi, qualcuno è stato sorpreso a vendere il moschetto sul mercato. Ci siamo coperti di vergogna e ci meritiamo il disprezzo con cui oggi ci trattano i tedeschi».

 Le difficoltà a cui vanno incontro i pochi cronisti rimasti nelle retrovie ucraine sono acuiti dalla volontà dei militari di non lasciare troppo spazio ai giornalisti. Fattore lo spiega benissimo quando racconta che a Kiev erano rimasti solo tre inviati e il generale Gariboldi chiederà ai suoi sottoposti di lasciare loro margini ristretti di manovra,

«di far trattare puramente fatti episodici senza nessun riferimento all’attuale situazione militare e alla attuale fase di riorganizzazione della nostra armata, già troppo duramente provata»[48].

Ovviamente non fu il solo Tomaselli a raccontare queste versioni agli italiani, insieme a lui tutta la stampa nazionale seguirà le direttive suggerite dall’alto. Calvi del Popolo d’Italia, il giornale di Mussolini, tra fine aprile e inizio maggio 1943, quando sarà uscito dalla sacca nella quale era rimasto assieme agli alpini, pubblicherà un lungo memoriale a puntate sul giornale, ben messo in evidenza in prima pagina, che rievocherà i fatti secondo quanto stabilito. I contenuti sono della stessa misura di quanto descritto finora. Se da un lato la carta di un quotidiano tende a sbiadire nel tempo, ‘non resta’, va con la precarietà della memoria pur sedimentando idee e convincimenti, e sarà il destino di tutte le cronache degli inviati, instradare con la propaganda, la carta dei libri ‘rimane’. E poi, ‘carta canta’. Anche perché è un prodotto unitario, ha una sua coerenza: ecco perché chiunque avesse voluto sapere in quei mesi tragici della storia nazionale cosa fosse successo ai nostri in Russia, aveva pochi strumenti. Tra questi il libro di Tomaselli è tra i più importanti.


[1] Fattore, cit, pag. 200

[2] Fattore, cit.

[3] Cesco Tomaselli, 17/12/1942, Corriere della Sera, vedi Cesco Tomaselli, Battaglia sul Don, Rizzoli 1943, pag 42

[4] Battaglia sul Don, pag. 52. Cifra Unirr: capitano Dario Chiaradia 8° reg, alpini (28/4/1901, Pordenone, deceduto a Rossosch il 6 gennaio 1943), capitano Quirio Venturini 6° reg alpini (15/1//1897, Parma, disperso il 22/1/1943) ; capitano Antonio Borruto XXXV QG Corpo Armata )° reg. alpini (7/3/1901, Reggio Calabria, deceduto il 25/12/1942); t. colonnello Attilio Actis (24/2/1893, Torino,  deceduto in prigionia a Oranki il 27/3/1943)

[5] Cesco Tomaselli, Corriere della Sera, 28 maggio 1943

[6] Cesco Tomaselli, Battaglia sul Don, Rizzoli, 1943, pag 19

[7] Id. pag. 16

[8] Tomaselli, Corriere della Sera, 17 gennaio 1943

[9] Battaglia sul Don, pag. 59

[10] Id. pag. 40

[11] Id. pag. 28

[12] Id. pag. 162

[13] Id. pag. 61

[14] Id. pag. 180

[15] Id. pag. 185

[16] Tomaselli, Corriere della Sera, 11 dicembre 1943

[17] Battaglia sul Don, pag. 128

[18] Id. pag. 127

[19] Id. pag. 124

[20] Id. pag. 123

[21] Id. pag. 203

[22] Id. pag. 165

[23] Id. pag. 238

[24] Id. pag. 165

[25] Id. pag. 156

[26] Id. pag. 105

[27] Hillman, pag. 71

[28] Id. pag. 137

[29] Id. pag. 153

[30] Id. pag. 170

[31] Id. pag. 211

[32] Id. pag. 206

[33] Id. pag. 203

[34] Id. pag. 221

[35] Id. pag. 234

[36] Id. pag. 234

[37] Id. pag. 243

[38] Id. pag. 244

[39] Id. pag. 212

[40] Id. pag. 63

[41] Irenaus Ebil-Eibessfeldt, Etologia della guerra, Bollati Boringhieri, 1998, pag. 102

[42] Lavinia Panico, Menti in guerra, IBN editore, 2015, pag. 35. La Panico amplia questa affermazione costruendole intorno una serie di motivazioni “Il bisogno di uno schema di orientamento e devozione, ossia di un quadro di mondo e del posto che l’essere umano occupa al suo interno, e di un oggetto di devozione che dia un senso alla sua vita; il bisogno di mettere radici, ovvero di trovare legami con i compagni; il bisogno di unità, con se stesso il mondo, superando così una frattura esistenziale; il bisogno di efficacia, ovvero acquisire competenza per combattere il senso di passività e impotenza davanti al mondo”.

[43] Id. pag. 66

[44] Id. pag. 68

[45] Id. pad. 64

[46] Giorgio Majorino, Gli effetti psicologici della guerra, Mondadori, 1992, pag. 102

[47] Id. pag. 82

[48] Fattore, pag. 199