Introduzione
Sul fronte del Don, durante la campagna di Russia del 1941-1943, decine di migliaia di soldati italiani dell’ARMIR caddero in mano sovietica dopo lo sfondamento delle linee nell’inverno 1942-43. La “questione dei prigionieri” divenne uno dei capitoli più dolorosi e controversi della storia italiana del Novecento: su circa 230.000 uomini inviati, oltre 50.000 finirono prigionieri, ma solo 10.000 circa tornarono in patria. Rinchiusi in campi di lavoro forzato (i famigerati “gulag” o lager), affrontarono fame, freddo, malattie e un regime punitivo orchestrato dall’NKVD, in un contesto di guerra ideologica che negò loro lo status di prigionieri di guerra secondo la Convenzione di Ginevra.
La Cattura Massiccia sul Don
L’offensiva sovietica “Ostrogožsk-Rossoš’” del gennaio 1943 travolse l’ARMIR lungo il Don. Divisioni come “Pasubio”, “Torino” e il Corpo Alpino – “Julia”, “Tridentina”, “Cuneense” – furono accerchiate durante il ripiegamento da Nikolajewka. Circa 30.000 italiani furono catturati in quei giorni gelidi, tra cui feriti abbandonati nelle trincee ghiacciate e superstiti delle cariche della Celere a Isbuscenskij. I sovietici, vedendoli come “fascisti invasori”, li disarmarono brutalmente: fucili gettati nel Don, orologi e stivali confiscati. Marce forzate di centinaia di km portarono i prigionieri a stazioni ferroviarie, caricati su vagoni “quaranta trenta” (40 uomini e 30 cavalli) senza cibo né acqua, diretti a campi in Siberia e Kazakistan.
Vita nei Lager Sovietici
I prigionieri arrivarono in campi come quelli di Oranki, Ivanovo, Kutaisi e Maklakovka, rinominati dai italiani “Albezia” o “Gramsci” per ironia amara. Condizioni disumane: razioni di 300g di pane muffito al giorno, zuppa di cavoli putrefatti e acqua inquinata causarono scorbuto, dissenteria e tifo. Temperature a -50°C in baracche senza stufe; il “gelo dei piedi” mutilò migliaia. L’NKVD impose lavori forzati: taglio legna, estrazione carbone, costruzione ferrovie nella taiga. Propaganda comunista “rieducava” con corsi marxisti, ma la resistenza italiana fu feroce – scioperi della fame, fughe disperate. Uomini come il generale Francesco Gondi, comandante del II Corpo, morirono di stenti; altri, come lo scrittore Giovanni Messe (no, generale Messe tornò), narrarono l’inferno. Mortalità: 80-90% nei primi anni.
La Dimensione Umana e le Storie
Testimonianze di reduci come Umberto Vigi e Nuto Revelli descrivono cannibalismo sporadico per fame, esecuzioni sommarie e umiliazioni. “Pane nero come il carbone, ma ce lo mangiavamo per sopravvivere”, scrisse un alpino della Tridentina. Donne russe nei campi offrivano solidarietà segreta; alcuni italiani impararono il russo e si integrarono come “collaboratori”. La Chiesa cattolica, tramite delegati vaticani, negoziò aiuti umanitari dal 1944, ma Stalin li bloccò fino al 1945. Lettere intercettate rivelano famiglie italiane in attesa vana: “Aspettiamo i nostri eroi”.
Il Rimpatrio e le Polemiche
La fine della guerra accelerò i rilasci. Nel 1946-47, dopo pressioni diplomatiche di Togliatti e De Gasperi, Mosca rimpatriò 10.600 italiani via Odessa, scheletri su navi Liberty. Molti, “contaminati” dal comunismo, furono ostracizzati in Italia come “traditori”. Il governo italiano versò riscatti per i sopravvissuti, ma la verità emerse solo negli anni ’90 con l’apertura degli archivi sovietici. Oggi, l’ANRP (Associazione Nazionale Reduci della Russia) custodisce memorie; processi contro ufficiali NKVD non ebbero luogo.
Conclusione
La questione dei prigionieri italiani in Russia sul fronte del Don è simbolo di un dramma ignorato: non solo sconfitta militare, ma tragedia umanitaria. Di 50.000 catturati, 40.000 perirono per fame e freddo, più letali delle battaglie. Memoriali come quello di Affile e documentari ne perpetuano il ricordo, ammonendo sui costi della guerra totale e sull’oblio post-bellico. Il Don, testimone di quell’inverno, sussurra ancora nomi italiani nel vento della steppa.


