Ne ha sessanta di anni Attilio Frescura, nome noto delle lettere italiane del tempo, autore di un fortunato libro autobiografico durante la Prima Guerra mondiale, Diario di un imboscato, (sei ristampe), antiretorico e di successo editoriale. Redattore della casa editrice Cappelli, e infatti Diario di un passeggero clandestino fu pubblicato nel 1943 proprio da Cappelli, scrittore e giornalista stanziato prima a Bologna poi a Milano, Frescura era di famiglia cadorina e benestante. A Milano divenne dirigente del Dopolavoro Provinciale e collaboratore del Corriere della Sera: per il giornale dopo il ritorno dalla Russia realizzò almeno otto articoli sulla sua esperienza al Fronte Est per le pagine di lettura domenicali. Pubblicista sì, ma lui in Russia c’è andato come “uomo della strada” ci tiene a sottolineare. Morì il 18 ottobre 1943, recita il necrologio, per un colpo arteriosclerotico.

Era classe 1881, già all’Accademia di Modena, futurista e interventista; prima di diventare scrittore fu proprietario di un negozio di occhiali a Verona con la sorella. Aveva due anni di più del Duce quando ripartirà rocambolescamente per la Russia da volontario, e nel descriversi dirà “Anche noi cadorini siamo inquieti e giramondo. ‘Su da noi’ molti sono gli insofferenti della mediocrità, della monotonia. La solennità cattedratica delle montagne ci dà la contemplazione del pensiero, non quella fisica, non quella morale. Noi amiamo ripetere le leggende; ma anche costruiamo nella realtà”.[1]
Su di lui più direttamente dirà “nato in regime liberale, cresciuto in regime democratico, urtato dalla incompostezza sovversiva, sono giunto alla convinzione che soltanto un regime di disciplina può giovare alla prosperità di un popolo”[2].
Col tempo sono emerse le sue relazioni editoriali con Italo Svevo, di cui curò l’edizione de La coscienza di Zeno, segno di una vita tutt’altro che marginale nella cultura del tempo, eclettica e del tutto conformista, anzi più realista del re, nei confronti del Regime. La sua lealtà nei confronti del fascismo è dimostrata dal suo nuovo diario relativo alla partecipazione con lo Csir e la sua collaborazione ad un testo edito dal sindacato giornalisti di Milano recensito dal Corsera nel giugno 1942 dal titolo ‘Distruggiamo il bolscevismo’, pamphlet che accoglie testi di vari scrittori tra i quali Virgilio Lilli, (anche lui in procinto, all’epoca, di partire per la Russia). Pur essendo un diario di guerra, ha un evidente interesse di tipo politico, in quanto sarà anche vero che “non sono venuto in Russia per una inchiesta”, ma Frescura è uno dei tanti fascisti convinti incuriositi dall’esperimento comunista che può, finalmente, vedere con i suoi occhi il nemico così odiato[3]. Avrà, diciamo, la fortuna di poterlo vedere dalle retrovie e non essere ‘impegnato’ dalla linea combattente[4].
Il vero valore del testo di Frescura è quello di rappresentare il pensiero delle seconde o terze linee del fascismo, e quindi del sentire comune di quella massa di intellettuali, quadri intermedi, professionisti, di origine piccolo borghese che erano la colonna portante del consenso al regime. Frescura esprime insomma un concentrato ideologico popolare, prezioso perché più vicino alla realtà immaginata e pensata in quei settori, in continua connessione e alimentazione con i livelli superiori: ne semplifica i contenuti rendendoli più chiari e immediati. Il linguaggio non è aulico, ridondante, ma diretto, essenziale. C’è un passaggio che racchiude una mentalità tipica di una certa parte della classe dirigente fascista, forse la più conservatrice, ma che assume un particolare valore proprio in contrapposizione con l’esperienza al Fronte Est e il confronto con il comunismo sovietico.
L’argomento della condizione femminile è infatti paradigmatico di un sistema di pensiero antitetico: “Il romanticismo, per quanto mi è stato possibile osservare, accompagna l’amore delle genti nordiche; dei meridionali è la passione. I popoli del settentrione accettano l’amore come una necessità biologica, e alcuni paesi lo considerano addirittura alla stregua di altre necessità: un invito a letto vale pressappoco un invito a colazione (o a pranzo, secondo l’età e lo stomaco). Vuol dire che un invito non stabilisce il diritto a stabilirsi a pensione. In alcuni evolutivi civilissimi popoli, la donna considera sconveniente che un uomo, preferito la sera innanzi, il mattino di poi si arroghi il diritto di salutarla; presso di noi, invece, l’avvicinamento è sempre accompagnato da convenzioni, per cui l’uomo non sorride quando la donna si rammarica dell’abbandono parla di stima, ecc. La donna meridionale, insomma, raramente considera un incontro amoroso come un’avventura, ma come un dramma. Qui siamo in Russia: nordest d’Europa. Donne settentrionali. Nemmeno il bolscevismo è riuscito a uccidere romanticismo. Il quale nella donna russa può giungere però a forme di dedizione, di esaltazione, che noi definiremmo patologiche. Sino ad oggi grandi bellezze noi non ne abbiamo viste. La contadina è alta massiccia pingue, anche enormi seni spropositati. La donna cittadina è piccola magra macilenta, già vecchia a vent’anni. (tipi, ambedue, fondamentalmente castano biondo, occhi grigi, naso all’insù). L’aspetto desolato deriva da cause evidenti: il lavoro la denutrizione e l’abbigliamento. Il lavoro. A prescindere dalla scarsa percentuale di uomini, fenomeno conseguente alla guerra, sta di fatto che il regime sovietico, il quale ha dedicato alla donna una giornata di festività, all’8 marzo, considera la femmina alla stregua del maschio. La civiltà moderna toglie la giovane della casa per avviarla agli uffici, ciò che fa eludere il matrimonio attraverso il miraggio di una indipendenza economica (e che il lavoro della donna sia un bene o un male, qui è fuori luogo discutere). Il lavoro femminile resta per noi un fenomeno che non ha ancora aspetti, asprezze, stridori rilevanti; e tendenzialmente noi accettiamo che la donna lavori soltanto come periodi di transizione, periodo che il matrimonio, più tardi, trova dovrà troncare. In Russia, invece, la donna è permanentemente lavoratrice. La si vede nelle occupazioni meno adatte, come i lavori stradali, alla conduzione del tram, ecc. Lo spettacolo di una donna consunta della fatica, curva sotto un peso spropositato, è cosa che rattrista. A innumerevoli professioni, a tutti i mestieri, alla donna è avviata: negli uffici, nelle professioni liberali, dal gabinetto di odontoiatria alla bottega del barbiere; dalla fabbrica al sindacato, dal magazzino alla direzione del partito, dalla cazzuola del muratore al fucile del soldato. Queste fatiche tolgono ogni grazia, invecchiano”[5].

Qui c’è una intera concezione della vita, prima ancora che politica, una struttura mentale. E non si tratta neanche di trarre giudizi da questo passaggio, quanto di incastonarlo bene a testimonianza di una angolatura dalla quale verranno poi estratti da lui stesso giudizi e commenti. Identifica il Frescura uomo e scrittore, legato al pensiero politico e umano di quel periodo storico di quella classe dirigente il paese. La visione gerarchica della vita, per esempio, sarà riconfermata più volte.
Il tema dell’età e del destino dell’uomo che alla soglia di una stagione declinante della vita cerca nuovi impulsi è sempre presente, interventismo esistenziale mai sopito, valore persino per scelte politiche.
La prima parte del Diario parla della sua partecipazione alla Campagna contro la Francia nel 1940, poi Frescura racconta la sua esperienza in Russia forzando la mano sin da subito, calcando su una volontà vitalista antitutto: “Evadere dalla vita grama, dell’ordinaria amministrazione, dalla subordinazione del sissignore che umilia, a differenza del signorsì; e tuttavia puntare poco sulla grande posta. Alla mia età, quanti anni, quanti mesi, quanti giorni ci potevo rimettere? Se non finirò sotto un tram o sotto una automobile, o per una tegola sul capo, quanto potrò durare a non mettermi a letto? A me, sei il lettore consente una parola drastica, la guerra mi frega di poco”[6].
Il testo è sotto forma di diario, giorno per giorno, ma forse rimasticato via via, con annotazioni generali[7] “Campagna monotona, case di legno, tetti di paglia. I contadini vestono come i nostri ciociari”[8], o considerazioni del tutto metafisiche “che spavento da la carta geografica”[9]. Ma anche litanie propagandistiche: un ufficiale italiano gli dirà “nessun popolo ha la nostra umanità, la quale ci viene dalla civiltà più antica”[10], “Galline, galline, galline, ovunque. Soldati e galline. Per quanta guerra ne mangi, tante stupidamente starnazzano nelle carraie”[11] .
Frescura farà parte dei servizi, presso il 2° Autoraggruppamento d’Armata (in precedenza Frescura era un carico al XXIX Autogruppo Pesante che aveva alle dipendenze 4 reparti di mezzi pesanti nella disponibilità dello stesso Comando d’armata), e che all’inizio dell’avanzata sarà di trasporto alla Pasubio, poi si dedicherà alla Torino.
Ripetuta insistenza sull’età “forse perché io son vecchiotto”[12], “Lui maturo, io vecchio, fessi entrambi”[13], “o care rondini, o care rondini, ditele voi che anch’io mi consumo d’amore e di vecchiaia, ahimè”[14]; il discreto maschilismo già citato “felici gli uomini le cui donne sanno tacere”[15], con gli occhi che poi rivelano questa virilità sfuggente fissandosi spesso sulle donne, qualunque siano[16], e descrivendole sempre in maniera carnale, fisica. O chiedendosi se quella che chiamano ‘l’estate delle donne’, qual repentino alternarsi di giorni caldi e freddi che annuncia l’inverno sia detta così “forse perché la donna, dopo breve maturità, rapidamente declina?”[17].
L’inizio è aneddotico e ridanciano, “Io sono in divisa, e non so con quanto diritto, e vado alla guerra mercé i chiaroscuri della subordinazione; ufficialmente, sono in congedo assoluto per malattia, così come ufficialmente tra qualche giorno, preso nel inesorabile ingranaggio delle truppe operanti, piaccia o non piaccia, e magari anche nolenti, sarò arcimobilitato e comandato di un’auto gruppo, il mio bel XXIX”[18]. Ma in Russia non ci doveva stare: non è un militare di carriera, ha una età non da richiamato, di fatto, racconta lui stesso, si è mobilitato da solo. Non si sa come. Il sottotitolo del libro è ‘la mia strana guerra’, insomma è un imboscato alla rovescia, fuggito dalla vita civile vista come insopportabile (come nel 1914). Quando la sua presenza verrà segnalata e notata l’irritazione sarà palese “speravo che non mi si cercasse con tanto fervore”; che può accadere ora? Una denuncia, arresti in Italia, peccato che non si voglia chiudere un occhio su questo ‘strano’ volontario. “Sono partito, si sa, perché non ho saputo restare sordo al grido dei miei Autieri, che mi chiamavano”[19]. Ricerca di comunità, ansia di ricostruirsi in identità di gruppo, una polis fondata sulla solidarietà e su valori affettivi. Un classico della letteratura militare. E lui lo rimarca con forza, spessissimo.
Quando un suo commilitone viene decorato con una croce di guerra (una croce, non a caso), la commozione per l’evento raggiunge sentimenti che sono paragonabili all’amore per le donne. “Appena usciti, stacco la mia Croce di Guerra e gliela appunto sul petto. Cerimonia intima, senza una parola, in un corridoio con pochi personaggi: lui ed io, e un solo spettatore: il bravo tenente Miglierina che ha le lagrime agli occhi. (Ma forse anche Bonino, e, diomiguardi, anche io?). Bisogna vincere la commozione; e allora gli dico: ‘Questa è la guerra che preferisco’”[20]. Il gesto di togliersi la propria medaglia e appuntarla sul petto del commilitone è donare qualcosa di sé all’altro per raggiungere un’estasi, una comunione, una unità affettiva. E’ far vivere se stessi negli altri, allargare al prossimo la propria vita, estenderla, renderla reciproca. E quindi esorcizzare la morte con la vita negli altri, ecco la commozione. E’ un gesto di eternità dell’individuo. Preferisce ‘quella guerra’ perché cancella la morte.
L’immensità della Russia diventa ansia d’attesa, poi la verità si rivela: “Improvvisamente, una croce col trofeo dell’elmetto tedesco. La guerra”[21]. E’ la madre terra che chiama, che esige il suo contributo e come per molti, la strada è segnata dalla morte, ricorda che la vita non è che un filo sottile. Per molti, lo scriveranno, la prima croce su un tumulo di terra è lo choc iniziatico dal quale non si torna più indietro, cadono le illusioni di una letteraria avventura, prende senso la realtà della guerra. C’è da chiedersi se questo choc non dipenda dal fatto che la psiche umana vede nella terra la residenza dei morti, e laddove si seppelliscono i morti, lì c’è ‘casa’; una tomba di un commilitone non potrebbe alienare il concetto di casa? E se qui muoio, questa diventa casa mia.
Ed è una guerra nuova, nella quale si incontrano subito i campi di concentramento per gli ebrei. Non vuol sentirsi un estremista o un fanatico, Frescura, però ci tiene a dire che “Il fenomeno ebraico degli altri paesi (anzi, della Russia, perché gli altri direttamente non conosco) non è, certamente, quello italiano; da cui forse la minore asprezza di provvedimenti relativi. Ma in Russia, quanto odio hanno seminato!”[22]. La Shoa la vede subito, come la vedranno tutti gli italiani in viaggio verso il fronte “Passa una lunga teoria di gente con valigetta e fagotti. La cacciata degli Ebrei. Sono migliaia e migliaia. Passeranno, trascicando i piedi, sino all’alba. Quanti? Per dove?”[23].
L’antisemitismo di Frescura trasuda ogni volta che incontra gruppi con la stella gialla. Nell’Ucraina meridionale incontra un nucleo che trascina a braccia un camion tedesco nel fango “sono ebrei, come indica – se non bastassero i segni caratteristici della razza – la stella a sei punte che recano non soltanto sul petto, ma anche sulla schiena… mi sembra di leggere odio disperazione paura: non so. Forse tutto assieme… E’ una razza tenace, piena di albagia nella prosperità, umile nella sfortuna”. E poi “ne ho conosciuti di buoni italiani (qualche ebrea – sono molto belle le ebree, quando sono belle – m’è piaciuta. Non c’è da sorridere: questo, per chi non giudica alla superficie, è un elemento formidabile nella valutazione)”. L’estetica regola tutto, perdona tutto. Specie se sollecitata dal testosterone. “Ma ho dovuto convincermi (e io con difficoltà mi arrendo alle opinioni correnti), che l’ebreo è un buon Italiano, buon Tedesco e via dicendo, fino a che la contingenza supera i confini della patria adottiva, dopo che di cuori, pensiero, azione, denaro, vanno alla ammirevole solidarietà della razza. Noi Ariani abbiamo molto da imparare”. Poi torna sull’incontro con i poveri ebrei e dice “quando è fuggito l’occhio dell’Ebreo, ho incontrato quello del tedesco che mi sorrideva come per intenderci, il colloquio è continuato col camerata Ariano. Forse il tedesco non mi ha capito; io, sì. Volevo dirgli che capisco la dura legge della difesa. Questa è la guerra gli ebrei di tutto il mondo – francesi, tedeschi, inglesi, russi, americani, ecc – contro i popoli ariani: capelli crespi contro capelli lisci. Dopo quasi 2 millenni, è ancora vivo in loro lo spirito sognatore e furibondo che informa le tavole della legge di Mosè e vive le pagine del Vecchio Testamento, dove tutto e furia feroce, ribellioni, orrore. La storia del popolo ebreo altro non è che un apocalittico contrasto tra l’accumulare ricchezze e incitare le sommosse per dividerle”.
E ora un altro fendente, per giustificare la presenza in terra di Russia della civiltà italiana. “Il comunismo è nelle parole delle leggende ebraiche e nelle parole del primo Testamento. Lenin è un discendente di Giuda, più fortunato del nazional-comunista che ha tradito e venduto il crocifisso Cristo, il primo cristiano. Stalin non ha guardato soltanto a Gerusalemme, ma a tutto il mondo, pensando che per riedificare il tempio di Salomone occorreva sovvertire e distruggere due continenti. (E formulo l’augurio che non possa scegliere l’albero a cui appiccarsi)”[24] . Perché è notorio che “Il Governo della Russia appartiene agli Ebrei”[25]. E il furore antireligioso bolscevico “errore ebraico, anticristiano, che gli Ebrei scontano oggi duramente”[26], va spegnendosi appena arrivano gli italiani con il riapparire consueto di icone donne nonni e bambini che assistono alle messe. Ed ‘ebreo’ è il partigiano visto che “il terrorismo è arma essenzialmente bolscevica, cioè ebraica”[27].
Come non dare ragione quindi al comandante Von Kleist, che nell’agosto dirama una rigida circolare che riguarda tutto il fronte del Nistro e nella quale si stabilisce di stroncare con la forza ogni forma di resistenza partigiana? “’Dal punto di vista dominante per ogni azione e per tutte quelle misure di sicurezza che dovranno essere prese, è la sicurezza assoluta del soldato tedesco italiano e romeno’ (dure ma sacrosante parole dedicate a quanti, per avventura, torcessero agli occhi casti di fronte alle esecuzioni di massa) si stabilisce che ‘La resistenza passiva o attiva della popolazione civile deve essere soffocata sul nascere con misure severissime’ e specifica che, se del caso, occorre ‘contrapporre un comportamento sicuro e senza pregiudizi’. Che nessuno inorridisca: le mezze misure servono a poco, e in guerra per nulla. E tu, che torci gli occhi casti, lasceresti sgozzare, a uno a uno, gli uomini che ti sono affidati?”[28]. “Fucilazioni di ebrei a seguito di accertamenti relativi ad eccidi contro paracadutisti tedeschi: agenti della Ghepeù, ed Ebrei, stessa cosa. … chi semina vento raccoglie tempesta… ‘La realtà è questa – dice un ufficiale tedesco – che dopo le repressioni, d’incanto cessano gli attentati e tutto rientra nell’ordine. Noi abbiamo il diritto di difenderci, il dovere di tutelare i nostri soldati. Per noi, un soldato Tedesco vale cinquanta Ebrei. Ne varrà cento, anche mille, se occorre’… parole dure. Ma non c’era nulla da replicare”[29].
La legittimità delle rappresaglie, di massa, non va messa in discussione, perché “Accennando alla resistenza passiva o attiva della popolazione, il comandante della XI armata Von Kleist intendeva riferirsi agli ebrei, i soli che abbiamo un conto aperto con i tedeschi. Non l’hanno, di certo, gli ucraini, i quali tutti di buon animo accetteranno, fuorché i russi… e i rumeni”[30]. Perché i romeni portano via, i tedeschi requisiscono, gli italiani pagano. Poi però “avevamo predato qualche gallina durante il viaggio” è costretto a dirlo, dopo 13 ore di marcia per fare 140 chilometri nel fango. La tensione antisemita non accenna mai a diminuire: “…ebrei cattivi, ebrei comunisti: comunisti ed ebrei, tutta una cosa. Una cosa cattiva”[31], farà dire ad un vecchio giudice ex zarista ucraino. “Bisogna avere presenti i moncherini che testimoniano dei Rossi, quando siamo portati a ‘torcere gli occhi casti’ alle esecuzioni di massa”, scriverà al termine di due pagine nelle quali narrerà le atrocità a cui sarebbero stati sottoposti prigionieri dell’Asse da parte dei bolscevichi, barbarie che neanche gli abissini “perché i Sovietici, infine sono Russi, anche quando sono ebrei”[32]. Quando si rifiuterà di dare una mano ad un prigioniero italo-russo in quanto ebreo, scriverà “So come si opera contro gli Ebrei. Per ogni Tedesco martirizzato o ucciso a tradimento, venti cinquanta cento Ebrei: la dose cresce col proseguire della ferocia sovietica”[33], applicando con largo anticipo la legge delle Fosse Ardeatine.
“Io non ho visto la crudeltà dei capi bolscevichi, Ebrei feroci degni di ogni ferocia. Sudditi tedeschi, innocui contadini di lontana origine tedesca, sono stati perseguitati, fatti segno a orrende sevizie. Il bolscevismo ebraico si è coperto di ogni delitto. Si racconta di stragi paurose, di pauroso accanimento; i tedeschi applicano la pena del taglione. E’ questa pena del taglione cui noi assiste assistiamo”[34][35]. Nei confronti degli ebrei Frescura non allenta mai la presa; opera una prima operazione di distinzione tra italiani e tedeschi, gli ebrei “Vita dura, dicono. E si capisce. Noi, invero, li abbiamo scomodati ben meno”[36], cioè noi siamo stati magnanimi, e specie quando racconta l’aiuto che verrà dato ad una giovane ragazza ebrea, Basea, che verrà trattenuta come interprete, la commozione del capitano che la protegge per la somiglianza con la figlia rimasta in Italia: ma alla fine se ‘questa è la guerra’… “E’ risaputo che i Bolscevichi appendono i prigionieri alla nuca, su pali uncinati. No, non è voce sparsa per incitare la resistenza; i Bolscevichi sparano alla nuca, appendono alla nuca. Bolscevichi ebrei, o Basea…”[37]. Frescura più avanti però parlerà di questa ragazza come di una moritura. Lui sa.
Il binomio bolscevismo-ebraismo è uno dei filoni portanti del libro, ma in alcuni punti pende decisamente verso quest’ultimo. “Risalendo dalle ragioni dell’odio russo, giungemmo a farci una ragione anche dell’odio tedesco; e finimmo per convincerci che se nelle forme (lo so che il modo ancora offende) la crociata contro gli Ebrei poteva assumere il non nobile aspetto della vendetta, nella sostanza quella crociata era ed è soltanto difesa. Se Russi di Ucraina, o gli Ucraini che dir si voglia, ricordando di essere stati spogliati spadroneggiati perseguitati dai capi, nella stragrande maggioranza ebrei; si ricordano il lutto che v’è in quasi tutte le case (lunga innumerevole spietata la strage compiuta dagli ebrei attraverso l’ebraica CeKa, attraverso l’ebraica Ghepeù, attraverso l’ebraico Nakovedè); si ricordano di essere stati spinti a questa terribile guerra dagli Ebrei; si ricordano, insomma di quante lacrime grondi e di che sangue il gioco in umano da cui non erano ancora sono liberi da cui non ancora sono liberi; i tedeschi a loro volta sanno che l’assedio alla Germania è stato posto degli Ebrei di Parigi Londra di Washington, ma soprattutto dagli Ebrei di Mosca, quando la Germania ha voluto liberarsi degli ebrei di Berlino…)[38] .
L’antisemitismo è il contraltare del cattolicesimo con la spada, vessillo che Frescura indossa ogni volta che può e di cui condivide l’impronta antirazionale: l’evoluzionismo è la “vieta teoria darwiniana”[39]. L’alleanza tra regime e chiesa si celebra non solo nelle messe per i soldati, con la massiccia presenza dei cappellani tra i reparti, ma nelle parole che questi ultimi riserveranno sempre ai soldati. Frescura confezionerà una delle tante icone tipiche della memorialistica successiva intestandola a don Rocco, cappellano del 184esimo ospedale da campo, assegnato alla Celere. Nel novembre del 1941 fa dire al prelato “ha rivolto agli Autieri qualche parola che mi è sembrata particolarmente notevole, perché ha esaltato quel sentimento di bontà, che fra tutti, distingue il soldato italiano. Una bontà che non è indice di debolezza, che non è segno di fiacca virtù militare (basterebbero i prodigi dei nostri Fanti della Pasubio, della Torino, della Celere per formare la gloria di un popolo) ma che viene alla nostra razza da una civiltà bimillenaria, da Roma madre delle genti del diritto e della sapienza”[40].
Il mito fondante la bontà del soldato italiano viene rafforzato persino dal titolo del capitolo che riguarda dicembre e che è intitolato proprio ‘Italianskji, brava gente’. Questo titolo verrà persino ripreso per libri successivi, perché come slogan è efficacissimo. La parola italianskji, in russo, legittima il riconoscimento dagli avversari, allontana da sè il privilegio, o il peso, dell’autocitazione. Lo dicono i nostri nemici, non noi, è il senso della parola. Prima ancora di verificare se tutto ciò fosse vero, è interessante leggere i contenuti di questo mito, perché in questo caso la narrazione è tutto. “La guerra può talvolta costituire l’occasione da cui prorompe la delinquenza, ma ciò costituisce l’eccezione, la rara eccezione, di cui tutti, riprovando, sentono l’orrore, e che dev’essere e viene fermamente repressa. Ma è vero che nella totalità l’azione di guerra del soldato italiano sempre si accompagna alla misura alla bontà alla pietà. L’italiano combatte il nemico, ma quando il nemico è alla sua mercé, abbassa le armi e, per istinto, soccorre il vinto, lo rialza lo sfama. Il nostro soldato non può togliere cappotto coperta scarpe denaro od altro al prigioniero (questo, per lo meno, fanno i russi). La brutalità è a noi sconosciuta, e ci ripugna. Combattere contro il vinto è barbaro; abbattere il vinto è tanto facile quanto inutile; percuoterlo spogliarlo è bestiale. Battere maltrattare offendere una donna è dire: per noi, anche il più umile il più incolto il più rozzo, questo è inconcepibile”[41]. Manca l’istinto che porta alla disumanizzazione dell’avversario o non ci sono le ragioni ultime di questo processo? E se avesse saputo come invece era in quelle stesse ore il comportamento dei tedeschi, avrebbe parlato così della ‘delinquenza’? Ma è a conoscenza della sorte degli ebrei, solo che questo non rientra in quel quadro valoriale, perché c’è un valore ancora più importante: Stalin non può chiedere nessuna pace neanche per salvare la Russia perchè “Stalin è comunista, cioè senza patria. E senza patria è il suo stato maggiore di Ebrei. A Stalin nulla importava, nulla importa della Russia: Stalin mirava all’Europa anzi al mondo…”[42].
C’è da chiedersi se questa umanità italiana sia concepibile con quanto scritto più avanti, se la parte del buono italiano e del fedele alleato che aiuta i civili e non maltratta i prigionieri non strida con quel concetto di ‘innocenza’, di purezza cristiana (a parte gli ebrei, e i comunisti, e i partigiani): la sorte dei prigionieri russi, questa massa di ‘innocenti’ benchè comunisti ed ebrei e partigiani, è da inquadrare come? Sono uomini o sono ‘ebrei’? Cioè hanno dignità umana o no? Frescura qui racconta dei campi per prigionieri nelle mani dei tedeschi, a cui anche gli italiani consegnavano le loro prede di guerra. “Nella rimessa tranviaria sono rinchiusi prigionieri di guerra, che quantitativamente sono prelevati per i lavori, secondo le richieste dei comandi militari. Non credo di far torto a nessuno se dico che allorquando vengono radunate le colonne richieste dal comando italiano, si accendono liti furibonde per essere tra i primi, per non essere inclusi. Anzi, forse faccio torto a noi, perché indubbiamente la guerra non è un’opera filantropica, umanitaria. (Ma è vero che i prigionieri sanno che presso gli italiani si riceve vitto caldo e buono e, magari, qualche sigaretta e che, infine, sul lavoro non morranno)… Quel recinto è la bolgia dei dannati. La denutrizione il freddo le fatiche l’accorpamento piegano gli uomini a branchi. Quando la sorveglianza consente, i prigionieri si affacciano al muro e mostrano i volti disperati: volti barbuti ischeletriti di uomini ricacciati alla animalità. E invocano pane (klieb, gridano)… Avvengono scene selvagge. La canea, imbestialita. (Tutti avevano un focolare una donna un piccino. Ora non hanno nulla, nemmeno un nome, ora non sono nulla. Li attende la fossa comune, senza una Croce. Già non esistono più. La guerra) “[43].
Come nel caso degli ebrei, Frescura è consapevole della fine dei prigionieri, è cosciente del trattamento inumano dei tedeschi, vede con i suoi occhi la fame e l’imbarbarimento, e lo sterminio a cui vanno incontro. Sono già dei campi di sterminio. Ma sono dei già dannati, e non c’è pietà cristiana per i già morti. E non è pietà quell’orgoglioso affermare che gli italiani però sono diversi dai tedeschi, che gli stessi russi sanno che con loro non moriranno di piombo o fame, ma puro opportunismo che allontana ogni forma di complicità dall’orrore. D’altronde non è colpa dei tedeschi se tutto ciò accade perché: “Le convenzioni dell’Aja e di Ginevra… ma questi sono anestetici per il tempo di pace: sono la perfidia dell’ipocrisia umana. Il prigioniero è un numero. Condizione professione, preparazione, grado, talvolta sono nulla. I mezzi di trasporto servono per la guerra, le case ricoveri per la guerra. I prigionieri sono mandati innanzi come mandrie e siccome non si possono distogliere molte forze, pochi uomini devono provvedere alla disciplina e alla sicurezza, e alla necessaria disciplina si ottiene soltanto incutendo paura, e la paura si incute con l’inesorabile durezza. Non si possono predisporre ospedali per i malati durante la strada. Bisogna sgomberare marciare per 30 km il giorno e se piove, tanto peggio. Se non ci sono recoveri, notte all’aperto, senza cappotto, senza coperta chi non ne ha. La Germania deve consentire le risorse locali per la popolazione civile: come provvedere anche i 3 milioni di prigionieri condannati dai sovietici alla fame? è cosa paurosa, ma bisogna riconoscere che l’Armata tedesca fa più che miracoli: quasi un miracolo. Questo campo è una meraviglia d’organizzazione di ordine di pulizia. Volti irriconoscibili per gli stenti l’abbrutimento la degradazione: e chi potrebbe scorgere ravvisare più una nobiltà qualsiasi? Costoro avevano una casa, una lurida capanna sovietica, non conta, un pezzo di terra o un impiego, forse una cattedra, e nella casa ciascuno era signore della sua donna e dei suoi figlioli: ed oggi quegli che già levava la voce autorevole a rimprovero, oggi ha paura”[44]. La prima parte di questo paragrafo avrebbe potuto scriverla uno delle migliaia di prigionieri italiani catturati durante le Ritirate. Qui c’è l’ouverture delle Marce del Davai, cambiano solo le divise e le direzioni, ma per il resto non si può curare la gente quando cammina nella neve, e solo pochi soldati dell’Armata Rossa guidavano le mandrie degli italiani verso i lager di Tambov ecc. I prigionieri si sa, sono numeri.
Quale cristianesimo trasuda da queste pagine? Quello per il quale la rinascita religiosa delle popolazioni ucraine è la prova della “stolida feroce persecuzione” dei bolscevichi, e quando una chiesa ortodossa verrà restaurata dagli abitanti delle campagne lui stesso confermerà, come per i simboli del comunismo e le statue nelle città distrutte dagli invasori, che i simboli vanno cancellati sul serio, se davvero si vuole voltare pagina, perché i simboli sono sempre vivi nella testa di chi ci crede. Icone e paramenti per i pope non erano stati salvati dai fedeli, ma conservati nei musei antireligiosi: bastava andare a prenderli nelle bacheche ed eccoli di nuovo al loro posto, ribenedetti, e alla loro funzione, anche i pettorali d’oro e le preziosissime gemme. Detronizzazione e distruzione dei simboli, l’Italia fascista invece ha le idee chiare sa come fare: “Mi sono imbattuto in alcuni ragazzi che strappavano una illustrazione da un libro. Ho voluto vedere: era il ritratto di Stalin. Ora questo è certo: che i giovani riflettono il pensiero dei familiari. Il bolscevismo non è certo rimpianto (Non è però questa lo sorte dei vinti, di essere distrutti almeno in effigie?)”[45].
E sul fallimento del comunismo ci saranno pagine e pagine, sull’anticomunismo degli ucraini più di un ritorno, “Stalin, dunque, è fallito”[46], compresa la macabra storia della carestia e del cannibalismo “assassini e cannibali bolscevichi”, che era pericoloso girare la notte, se si era leggermente sovrappeso, testuale, e quindi approfitta del lettore più ingenuo per inventare storie come il trittico dei testimoni insegnante-operaio-signorina, con linguaggi e lessico plurilinguista, nel profondo sud dell’Ucraina invasa. “Prima della Rivoluzione c’era più disciplina. Col bolscevismo gli scolari hanno imparato dai giornali che il torto è sempre degli insegnanti: propaganda rivoluzionaria della rivoluzione”. In pratica è la stessa cosa che certi strati sociali dicevano del ’68 studentesco: “Scuole miste: per il che i ragazzi, piuttosto che studiare, fanno all’amore con le ragazze”[47]. Tutto questo non è accettabile per una mentalità monoteista e totalitaria, fascista e al contempo cattolica, che per sua natura tende ad unificare pensiero e comportamenti e non tollerare diversità e diversi, ovunque essi siano.
Pronti, via: bisogna mettere subito le cose a posto. Siamo in Russia per combattere una battaglia di civiltà, perché la vera religione è la nostra; in un cimitero “qualche stella sovietica, in luogo della croce”[48]. Come per la tomba, la simbologia è quasi tutto. Due fedi che si scontrano. E certe icone bisogna abbatterle per marcare il passo dell’unica ‘religione’ possibile, il vitello d’oro va annientato: all’entrata di Perwoimaisk ecco la statua di Lenin abbattuta, decapitata. Una statua di gesso come i pezzi del museo sparsi per strada dalla guerra, ma intanto che importa?, qui “…tutto è di gesso, i fossili, la statua di Lenin, e il bolscevismo”[49], più avanti verso Dnjepropetrovsk “”forse il ferro sarebbe stato incoscienza: il gesso, infine, è coscienza”. Un mostro di gesso, o d’acciaio, non fa niente è lo stesso, sempre mostro è: “Poco dopo le caserme all’entrata della città, un carro armato pesante sovietico, colpito in pieno da una cannonata, da una bomba, appare col muso che par si avventi ancora; e sembra un mostro enorme che abbia attenta stentato a morire”[50]. Il bolscevismo è il mostro. Ma nelle immediate retrovie gli ufficiali italiani prendono i loro pasti in un autobus ristorante dell’Autoreparto appositamente costruito per il servizio. E un cameriere soldato scambierà un maialetto ucraino con un… pacchetto di sigarette[51].
Fin qui l’orrore della guerra è tutta nel nemico come la tremenda descrizione della autocolonna dell’Armata Rossa distrutta dagli aerei tedeschi (così come sarà eccellente la descrizione di Dnjepropetrovsk distrutta[52]): “Nessun automezzo, nessuno, si è salvato. I bombardieri tedeschi li hanno inseguiti a uno a uno, pettinando più volte la strada. Una forza terribile si è abbattuta sugli uomini e sulle macchine, e tutto è stato dilaniato carbonizzato sventrato contorto sino al parossismo. Una furia tanto tremenda non potrebbe essere immaginata, appunto, che del cervello di un pazzo, o in un sogno apocalittico”[53].
Ricorre alla follia per descrivere la forza tremenda della guerra, ma non è pazzia questa, è solo la guerra, la più razionale delle follie naturali. Frescura tocca con mano il confine tra umano e inumano, ne vede i contorni e li descrive come un allenatore potrebbe spiegare il perché di un gol subìto: “L’aereo rispetto alla macchina ha una velocità che non consente manovre: l’autocarro non si salva, spostandolo di pochi metri: e non si salva l’autiere… gli autieri devono fermare, abbandonare la cabina, buttarsi a terra, fuori dal cono dell’esplosione”[54]. La guerra, dice il colonnello Frescura, non è affatto irrazionale, ma il massimo della razionalità. E ora, talpe, mosche, fetore. A Balta, bombardata, ma col sole e gli alberi sulla strada sarà di nuovo matrimonio tra eros e thanatos quando affermerà che “questo è il volto della guerra: ruina e gentilezza”[55]. Morte e bellezza, eterno connubio “La guerra, mentre distrugge, crea. ( E accanto alla morte, procrea, come la statistica delle nascite in tempo di guerra insegna”[56], e questa però è una vera inesattezza come dimostrano le statistiche della natalità italiana negli anni della prima guerra mondiale, confermati proprio dai dati della Leva militare.
“Ma non creare, non frapporre difficoltà: ecco l’assioma del perfetto militare. Partiti da questo assurdo, talvolta sublime, si compiono sciocchezze che, se sono eroiche, non di meno sono, restano, sciocchezze; o, almeno inutilità. (Ma l’eroismo può essere inutile? A discuterne, non si verrebbe a capo di nulla: l’eroismo è sempre utile, almeno come bellezza e come esempio). Nei primi mesi di guerra del’1915, quando per strappare sei ordini di reticolati era stata data ai fanti la dotazione di 2 pinze tagliatrici (forbici da giardiniere) per compagnia, quando alle prime timide obiezioni si replicava: ‘Non create difficoltà. se non potete, strappatele coi denti!’. (Ma, a pensarci su, quegli ordini bestiali hanno generato eroismi bellissimi)”[57].
Follia o assoluta razionalità? “Così è stato il Francia, in Belgio, in Olanda, così in Grecia e in Jugoslavia. in tutta Europa. E così sarà presto anche altrove. La bestia si è eccitata nell’uomo. Caino e le mille e mille e mille volte uccise Abele. E i nati di quelli da millenni si uccidono. E’ la guerra. La guerra che ci sarà, finché ci sarà una donna, finché ci sarà un pugno di grano. E’ la bestia dell’uomo”[58].
Qui Frescura dà incredibilmente ragione alle riflessioni di James Hillman quando riporta Tolstoj e afferma che “per Tolstoj la guerra è governata da una forza collettiva che trascende la volontà umana”[59]: Frescura è uno dei sacerdoti di questa forza collettiva, e ne disegna, sempre seguendo il grande psicanalista americano, l’archetipo perfetto. E’ in guerra per sentirsi vivo, non c’è niente come la guerra che lo faccia sentire vivo. Quando parla delle statue Frescura opera una operazione salvifica “la corona d’alloro al posto dell’aureola (o le croci o le stelle sulle tombe). Le statue dei nostri parchi, i nomi dei nostri viali principali e le festività civili commemorano l’aspetto salvifico della battaglia”[60]. Frescura quindi, due romanzi diari su due guerre sono prove sufficienti scrive di guerra perché “lo scrivere di guerra è un avvicinarsi il più possibile ‘a ciò a cui non si può sopravvivere’”[61], ed è un po’ la stessa cosa della sua ‘ossessione’ per la vecchiaia.
Frescura cita la bellezza per affrontare uno dei temi cruciali della vita militare, gli ordini e l’obbedienza agli ordini, la gerarchia, il non discutere ciò che viene comandato come cardine principale della disciplina. Materia che è in fondo l’anima profonda di tutta la vita militare, della guerra. Vengono dati degli ordini di partenza, trasportare elementi del 81º fanteria verso la linea, ma siamo in piena notte gli autisti sono stanchi e non c’è benzina. Alle legittime obiezioni degli ufficiali dell’autoreparto, il comandante della fanteria oppone gli ordini che hanno ricevuto dall’alto: bisogna obbedire. Ma veramente bisogna obbedire? “Tra i tanti difetti (ma sempre uno di meno degli altri popoli) l’italiano deve liberarsi di una grande virtù: quella di sospettare che di lui altri sospetti. Quando mi si dice: io non parto soltanto se tu mi dichiari che la partenza degli autocarri è impossibile, gli rispondo che è possibile perché nulla è impossibile… E’ possibile, si, ma inutile e pericoloso e dannoso. (Inoltre si sbaglia la strada: confesso che ho le imboccata per fortuna). Nel rispondere che è possibile, parto dal timore che si possa pensare a difficoltà che io frappongo o per poltroneria, o – diciamo la verità sino in fondo – per vigliaccheria”.
Alla fine bisogna partire “.. ‘Perché così è l’ordine’, forse non obbedisci, oltre che al senso del dovere, anche alla legittima preoccupazione che si pensi che egli se la prenda comodamente, sostando…al primo invito, non tentando, non superando tutte le difficoltà? Davvero, in certi casi si ha più coraggio a obbedire che a disobbedire: rendo questa giustizia quel bravo intelligente soldato che il tenente colonnello Mona. Quando il colonnello Piccinini (di cui, nemmeno, oso credermi interprete) avendo l’ordine di occupare le linee entro un termine preciso, esige uno sforzo sovrumano – è la parola – dagli autieri, e contravviene alle disposizioni di massima di non portare in linea gli autocarri, materiale tanto prezioso, e si dichiara pronto ad assumere la linea nella notte stessa, senza conoscere l’andamento ed efficienza, pressoché senza munizioni, con truppa stanca e male equipaggiato e senza artiglieria, forse non obbedisce, oltre che al senso del dovere, anche alla preoccupazione che si pensi che gli se la prenda comodamente, ecc? Davvero in certi casi si ha più coraggio a disobbedire che obbedire… Tutti siamo decisi nel dichiarare, a proposito di un altro, che noi, nei suoi panni, ecc, ma quando capita noi… telegrafiamo: obbedisco. (E anche questo, come l’eroismo, è virtù. Chi sa concludere, è bravo)”[62].
Insicurezza, complessi di inferiorità, anche nei confronti dell’alleato tedesco, senso dell’orgoglio come difesa, sono tanti gli elementi che emergono dall’aneddoto, e che ben rappresentano le caratteristiche della classe dirigente militare italiana. Frescura nel suo libro sulla prima guerra mondiale aveva già ben raccontato tutti questi limiti e difetti, ed era questo uno dei punti a favore di quel romanzo autobiografico di successo, ora però c’è da chiedersi se i Vent’anni di regime che erano partiti da quelle premesse e che avevano promesso di risolvere quegli annosi dilemmi siano stati efficaci o meno. Ossia se dalle parole si sia passati ai fatti, e qualche dubbio permane non confessato anche all’autore: “Per la solita scarsa organizzazione (gli ordini più opportuni, purtroppo, non bastano: ci vuole organizzazione, abitudine all’organizzazione: la nostra genialità, nella guerra meccanizzata, non basta), lo scarico dei muli avviene all’aperto, quello dei materiali ai singoli accampamenti (cioè… a domicilio)”[63]. La forma non basta serve la sostanza, non basta emanare un ordine, bisogna ‘interpretarlo’, capirlo, renderlo eseguibile, ed è esattamente quello che non può accadere nell’Esercito Italiano: lo ha spiegato benissimo Rochat quando indica nella mancanza di autonomia del corpo ufficiali inferiori il tarlo più grande della catena di comando, che, deresponsabilizzata, resta passiva di fronte all’ordine e aderisce alla lettera per timore di, appunto, creare problemi, ossia interferire con la gerarchia; che tende a chiudersi, a difendersi, ad autorappresentarsi e autocelebrarsi.
Eppure i tedeschi queste cose le avevano dette allo stesso colonnello (e Frescura apprezza i tedeschi). Se l’italiano preme per rispettare l’ordine di occupare la linea il prima possibile, i tedeschi gli dicono che si può fare al mattino e non in piena notte, perché bisognerà fare una ricognizione del terreno. Ma il colonnello italiano tirando fuori dalla tasca l’ordine scritto, insiste. E i tedeschi, racconta Frescura, gli rispondono “Abbiamo anche noi quest’ordine. Soltanto che non lo eseguiamo subito, perché eseguirlo è impossibile: naturalmente quest’ordine lo modificherebbe, in queste circostanze, chi lo ha dato”[64]. Esemplare. Non la lettera del comando, ma il senso, lo spirito, il significato, l’utile. Seguire la ‘lettera’ però mette coperti dalle ripercussioni gerarchiche, dal ‘nemico interno’. Il quale nemico, ossia noi stessi italiani, funziona così (e qui ritorna alla luce il Frescura migliore, quello del Diario di un imboscato, che non fa sconti al potere si potrebbe dire): “Come si sviluppa l’ordine di autotrasportatore, poniamo, un reggimento di fanteria? Tu dici: il Comando del Corpo di Spedizione comunica all’Autoraggruppamento di provvedere agli autocarri necessari, e magari indica l’itinerario. Sarebbe troppo semplice. Lo sviluppo è invece questo: poniamo che il generale dia questi ordini al Capo di Stato Maggiore. L’Ufficio Operazioni dipendente trasmettere l’ordine al Sottocapo di Stato Maggiore dell’Ufficio Servizi; e questo alla Direzione Trasporti Via Ordinaria (Ditravo) che a sua volta, disponendo di almeno un paio di Delegazioni Trasporti Via Ordinaria (Deltravo), a seconda della zona, specificando quanti autocarri debbono essere messi a disposizione, ritrasmette l’ordine all’Autoraggruppamento d’Armata (Aurata), che ne dà incarico alla dipendente Direzione di Movimento (Dimovo) non senza avvertirne il Commissariato Movimento Stradale (Comosta) incaricato delle ispezioni itinerari e disciplina stradale, che a sua volta ne danno notizia alla dipendente Sezione Movimento Stradale (Semostra). La via è lunga ma le apriva le abbreviazioni ci sono: Ditravo a Deltravo, Deltravo ad Aurata (nonché Comostra e Semostra) e Aurata a Dimovo. Semplicissimo”[65].
Sarà molto utile ricordare questo passaggio burocratico quando si parlerà di reduci, di Ritirate, combattenti o imboscati. E sarà necessario anche rileggere questo passaggio, laddove più temi si mischiano e disegnano mirabilmente una parte della mentalità con la quale gli italiani sono andati in Russia: “Donna russa (‘La donna russa è femmina 2 volte) fascino slavo libero amore: a tutto questo certamente molti di noi hanno pensato al momento di venire in Russia. Era una delle attrattive di molti, venuti col Corpo di Spedizione. I più irrequieti, i più sportivi, sono giunti qui allegramente, considerando l’avventura sotto l’aspetto del gran turismo. Turismo di classe, biglietto pagato vitto e alloggio gratis, più indennità di guerra. Una bazza. Che poi si potesse andare incontro a qualche incidente (ghirba congelamento e cinghia) non aveva , non ha molta importanza; ciò fa parte del preventivo di tutte le spedizioni, belliche, scientifiche, economiche sportive: anche questo rientra nelle previsioni di chi ama il rischio. Se poi si aggiunge la volontà di combattimento, si tocca all’acme della felicità”[66]. Sesso e morte, vitalismo estremo, estetica di vita pura: la guerra non è un fatto materiale ma spirituale, la conquista è accessoria, si va volontari perché “sono qui nell’ambiente ideale: privazioni, rischio, attraverso un paese nuovo, dove c’è molto da vedere e da imparare; poter vedere dappresso il fenomeno comunista; vivere in questo paradiso sovietico; conoscere caratteri, osservare costumi; ecco una occasione più unica che rara”. E spunta fuori anche quell’antico rancore del fascismo per le città, focolaio di infezioni operaie, luogo infido, come ha ben scritto Zunino, da cui scappare e rifugiarsi nella campagna, terra e virtù messe assieme. Sarà un caso che il Duce ha vendemmiato a torso nudo? “Anche in Russia, come altrove, profondamente diversa è la concezione dell’amore tra le donne di campagna e quelle di città. Sino al Dnjeper, eccezion fatta per qualche centro più importante… la donna appartiene al contado. Ivi il bolscevismo non ha scavato solchi profondi, sia per la misera capacità di comprensione che hanno i contadini rispetto cittadini, sia perché nel contadino l’amore alla terra comprende l’amore al focolare e, conseguentemente, alla famiglia. Da costoro la pratica comunista non è accettata che sotto specie di costrizione. Contadini delinquenti ce ne sono stati, contadini comunisti, punto. Il contadino, la contadina russa ben raramente hanno ricorso al divorzio, tantomeno al divorzio a ripetizione. Le famiglie costituite hanno serbato i vincoli tradizionali, anche se non li aveva potuto consacrare il sacerdote. La tradizione, il sentimento religioso ed il minor eccitamento sessuale, eccitamento che nelle città si accompagna alla maggior conoscenza, hanno assicurato la fedeltà della donna, per cui l’adulterio è così eccezionale come negli altri paesi. Nel contado, dunque, non si è trovato molta differenza tra queste donne e le altre. Non parliamo poi di libero amore e di fascino slavo, a meno che per libero amore non si voglia considerare la dedizione bruta delle contadine di tutti i paesi; e per fascino slavo quel nauseabondo fetore di caprone che, per taluni, è magari un afrodisiaco… Resta una donna cittadina. E questa ha un aspetto diverso e più interessante[67].
Il complesso per l’alleato, che sa stare meglio nel terreno della guerra per tutti quei motivi comprensibili, da un lato fa ammirare per le belle colonne meccanizzate che passano, ma dall’altro il bubbone prima o poi deve esplodere e “La nostra artiglieria è incomparabile, lo riconoscono anche tedeschi. (si, anche russi, credo)”, dice nelle stesse pagine. E sono incomparabili anche i pontieri italiani “dispongo dei migliori pontieri del mondo”, farà affermare ad un colonello del IX Pontieri che battono anche lo scetticismo degli alleati germanici realizzando sotto bombardamento un ponte di barche in una notte. Italiani popolo di costruttori prima ancora che di guerrieri. Ma, attenzione, “Come macchine, come mezzi, come organizzazione, no, d’accordo. Ma come soldati siamo i migliori al mondo, poche storie”[68], e “i nostri sublimi eroi avanzano. Baionetta, cinghia. No, l’Italia non saprà mai che cosa deve a questi suoi cinquantamila soldati. Gloria, deve e il terrore del nemico e l’ammirazione, la sbalordita ammirazione degli Alleati”[69].
Rispunta anche il mito mussoliniano degli otto milioni di baionette e, parafrasando, anche quello del burro e dei cannoni: “La conquista dell’intero bacino minerario del Donez è stata effettuata dalle divisioni italiane, con un balzo di 200 km. I Russi hanno contrattaccato in forze ma sono stati sanguinosamente respinti dalle baionette italiane. Baionette italiane: si, talvolta noi non disponiamo che della corta arma simile alla diritta daga romana; si, quello che il generale garibaldino Giovanni Messe fa, e vuole dei nostri soldati, è più che eroico. E’ assurdo: al di sopra, al di fuori delle possibilità umane. Ciò che si compie assurge i fasti della leggenda, non della storia soltanto”[70]. Stentorea retorica che riappare qua e là, come un vizio carsico, anche nel meno retorico degli adulatori, puro dettato da cinegiornale. E nella retorica non può mancare il ventennale richiamo alla gloria di Roma Antica, come a margine della visita del fascista belga Leon Degrelle, volontario con il suo battaglione di rexisti belgi che fu ben accolto presso il comando italiano. Qui un volontario italo-belga ringrazia gli italiani. “ ‘Sono volontario per il Belgio di domani ma sono, resto italiano. E come italiano permettete che io vi dica che la fraternità da voi offerta ha lasciato un solco profondo. Questo non sarà mai dimenticato. È un italiano che ve lo dice. Un italiano che ne sente tutto l’orgoglio’. Arma e toga. Antica sapienza romana. E se non è premeditazione, perché è soltanto cuore, tutto ciò è segno del formidabile istinto che viene dalla nostra civiltà millenaria. Siamo sempre il popolo il più grande del mondo. Un poco di pazienza, pazienza, magari, per cinquant’anni ancora, e avremo il sole alto, dopo una lunghissima notte, dopo una lunga alba”[71].
Una pazienza totalmente diversa rispetto a quello delle interminabili file di donne ucraine che nel gelo invernale, nella tormenta, vanno nelle campagne a cercare da mangiare: “Hanno percorso cinquanta sessanta chilometri in due giorni. Il vento gelido che sibila lungo il Dnjeper gelato, le assidera. Volti pallidi sfiniti. Come resistano, è miracolo. Non una che abbia un gesto di protesta di stanchezza di insofferenza. Attendono. Hanno sempre atteso”[72]. Le donne hanno le stesse qualità fisiche e morali degli uomini che gli italiani hanno davanti come nemici, ma il dato non riesce a penetrare nell’intimo dell’autore, magari per quel pregiudizio maschile, per quell’autocritica che smonterebbe un intero castello ideologico. I russi ‘sono’ superiori in quell’ambiente, non si tratta di ‘spirito’, ma di un insieme di fattori che di lì a poco più di un anno risulteranno decisivi.
Più avanti poi Frescura, rappresentante del più grande popolo del mondo, ammette la totale subalternità della politica italiana in Russia se “la Germania vincerà, impossessandosi definitivamente di questa terra deserta e opima a cui da tanti anni necessità per necessità di vita”, chiedendosi che succederà nel futuro, di fronte all’ipotesi che la Germania possa attuare un piano di immigrazione “per una adeguata distribuzione del lavoro ripartito nel più razionale sfruttamento di questa terra, tanto vasta quanto felicemente produttiva”[73]. E sarà questa la vera rivoluzione. Anche quella dei salumi bergamaschi prodotti dai macellai ucraini, con l’operosa collaborazione dei nostri “sbalorditiva e mirabile è la loro conversazione; uno domanda in ucraino, l’altro risponde in bergamasco, s’intendono a meraviglia: discutono sorridono ridono”, chiara definizione di fraternità contadina, di linguaggio comune, di humus condiviso. Non fa meraviglia quindi che due popoli contadini si capiscano, come tutti rimarcheranno si capiscano durante le Ritirate, che se da un lato i tedeschi pensano alle miniere e agli altoforni, gli italiani mirano al business dei salami ringraziando le tradotte militari, perché “la guerra è veicolo di civiltà”, benchè “non intendo proprio servirmi dei salumi ucraini per trarre più vaste conseguenze”[74].
Italia subalterna, succube, ma non si può dire in questi termini. Intanto va chiarito chi comanda e non siamo noi. “La Germania, paese eminentemente industriale, non rinuncerà certamente all’annessione di queste terre che già le costano tanto sangue… il sangue versato la rende legittima erede della proprietà dello Stato Sovietico”. Pertanto i privati ucraini non potranno sperare di tornare padroni della loro nazione visto che “la condizione aziendale sinora in vigore non è per il momento mutata: vale a dire che resta vietata qualsiasi ripartizione del terreno o ripartizione del bestiame a privati”[75]. Si può anche affermare che il comunismo rimare in vigore ma nelle mani dei nazisti, e che l’Ucraina ha solo cambiato padrone. Ma per l‘autore è già un passo avanti. D’altronde se non proprio d’amore, il rapporto con i tedeschi stabilito da Frescura è di intima soddisfazione “duro col nemico… all’amicizia è fedele… lealtà di un patto liberamente convenuto…affettuosità dei tedeschi, dei duri freddi tedeschi… noi combattenti abbiamo dovuto arrenderci alla cordialità tedesca… leali con l’amico, altrettanto sono romantici e gentili: dalla pietà verso i Caduti, all’amore verso un bimbo una donna un fiore”. Quegli alleati che ti capiscono “sanno i sacrifici, superiori alle nostre possibilità”[76]. Si assiste ad un ribaltamento o almeno in un concorso di colpa sulle cause della guerra, che ristabiliscano non solo ‘la verità’, ma l’imperio del comando reale della storia: nella critica al comunismo-ebraismo, nulla ha fatto per il popolo, si accusa i Soviet di “una cosa soprattutto: ha preparato la guerra; e si è servito di tutto, tutto posponendo alla preparazione della guerra. Era necessaria questa preparazione? Se è vero che la Germania mirava alle ricchezze della Russia, sì. (Ma è presumibile che mirasse invece a una intesa economica; costa meno danaro meno sangue e meno rischio). Se è vero che il bolscevismo, per essere vitale, non può essere limitato, ma deve essere esteso a tutto il mondo (stella a cinque punte) la guerra appare meditata dai Sovieti, sì: guerra al lavoratore contro il datore di lavoro, del lavoro contro il capitale”[77].
Non si può accusare Frescura di non aver saputo intendere il significato degli eventi storici, dai Fronti Popolari al Patto Ribbentrop-Molotov, il Comintern, né di non aver letto a sufficienza Mein Kampf: la sua è una visione coerente con tutta la storia del Ventennio al punto di chiedersi più di una volta se i russi fossero stati meglio sotto lo Zar o sotto Stalin. Sotto lo Zar, il ‘Piccolo Padre’ della chiesa ortodossa: non c’è alcun dubbio: persino i tedeschi appaiono sotto una luce diversa quando rimettono in piedi anche le chiese con questo “”I Tedeschi tendono a differenziarsi dai persecutori sovietici e si accaparrano la gratitudine degli abitanti: al momento in cui i tedeschi determineranno l’assestamento politico, già avranno a loro favore questo importantissimo precedente che darà loro diritto ad un credito morale altrettanto prezioso di quello delle armi”[78].
La sua è una visione acritica per definizione: cosa hanno fatto i comunisti in Russia? Qualunque cosa abbiano fatto, se i tedeschi mirano alle ricchezze ucraine, ne hanno diritto. Il male è il comunismo, non l’imperialismo coloniale dei tedeschi. O degli italiani. “C’è soltanto un aspetto della vita russa in regime bolscevico che io apprezzo; ed è la disciplina. Una disciplina. È vero, frutto di feroce inesorabile repressione; ma per altre vie, meno crudeli alla disciplina si può aggiungere: e sono quelle dell’educazione. Noi italiani dobbiamo lavorare in profondità, non in estensione ancora, sotto pena di salvare soltanto le apparenze, di limitare le nostre manifestazioni, a una divisa e a qualche nastrino. Disciplina civile, intendo. La quale, poi, serve la disciplina militare: e genera organizzazione. Altra attitudine che manca”[79]. Una lode allo stalinismo dall’alto di una società premilitare sin dall’infanzia.
Ma c’è un campo nel quale l’italiano è imbattibile (solito ritornello) ed è sul campo di battaglia sessuale. E non ci sono teutonici che tengano. “Le donne sembravano preferire i tedeschi, venuti prima di noi… gli Italiani, naturalmente, erano di ciò mortificatissimi. Passeggiavano sorridenti coppie russo-tedesche, e italiani solati. Era un aspetto imprevisto, da che è risaputo che anche nei ludi amorosi l’italiano è il primo del mondo; e molte donne forestiere, ciò sapendo per la fama, con gioia salutano gli incontri. Ma il fenomeno poteva facilmente spiegarsi: Molte donne russe conoscono il tedesco o il francese, e molti sono i tedeschi che parlano francese; gli approcci erano dunque facilitati. i nostri non lavoravano che assegni, e quando tentavo un colloquio, adoperavano un vocabolario che, stante la sua povertà, era aggressivo, come: ljubii (amore), krassivaia (bella) – seguo anche io il vocabolario – pozelui (bacio) e magari kravati, che vuol dire letto o giaciglio. Il tempo e la necessità, la quale aguzza l’ingegno, hanno ristabilito l’equilibrio. Già era risaputo anche qui come l’Italia eccellesse nell’arte e nell’amore. Non appena si saprà che cosa hanno fatto, che cosa fanno i nostri soldati, allora, con buona pace della moglie dell’ingegnere sovietico, si converrà che anche come soldato l’italiano è primo nel mondo. Si dirà forse che noi abbiamo qualche cannone di meno, ma tutto si rimedia, secondo il colonnello Chiaramonti, con la baionetta italiana”[80].
Il gallismo come arma di guerra ha il suo lato divertente e positivo, le allusioni e le metafore sessuali (le solite baionette mussoliniane), è lo stesso Frescura a confessarlo, hanno la funzione di lenire i complessi di inferiorità nei confronti dell’alleato, ma non si ferma qui: si esprime il tabù sessuale del maschio italiano dell’epoca, che ritiene la compromissione con la donna russa alla stregua di una conquista territoriale. L’altro lato della guerra e dell’estetica di guerra, il rovescio della medaglia della aggressività, uno stupro consenziente?, una ‘inseminazione’ morale del nemico alla stregua della sua disumanizzazione? Non riuscendo a conquistare il maschio russo, la donna russa ha una funzione compensativa? Le relazioni con le donne sarà un fenomeno molto descritto e quindi non può essere preso alla leggera: a meno che non lo si voglia vedere come desiderio materno, di protezione, sostitutivo di quell’esercito ‘madre’, che ti nutre di veste di accoglie e ti difende, che inconsciamente viene ritenuto non sufficiente, non abbastanza nutrivo accogliente ecc. Andrebbe indagato il rapporto tra singoli ed istituzione militare, ma Frescura questo non lo farà mai, ovviamente, e allora sarà necessario attendere la memorialistica successiva, quella post bellica, quella effettivamente basata sulla memoria ricostruttiva.
Gli italiani sono soli, lontani, infreddoliti, benchè molti animati da propaganda, forti di spirito direbbe Frescura, si sentono forse fragili e non riescono a confessarlo. La prospettiva ‘fisica’, l’esperienza fisica della loro situazione ha un peso preponderante.
“Certo che la prospettiva di svernare qui preoccupa”: c’è poco fare ironia, Frescura lo ha scritto davvero. Qualcuno ha già il maglione di lana e siamo al 25 settembre, ora lo scenario, anzi la scenografia, prende il sopravvento. Non è una passeggiata al fianco del formidabile alleato, è “il gelo della morte… quali ripercussioni può avere la letteratura”[81]. Noi abbiamo già fatto l’esperienza del freddo durante la prima guerra con gli alpini quindi “l’inverno in Ucraina non dovrebbe spaventare. Tuttavia è facile capire che molti se ne preoccupano”. E si preoccupano dei mezzi, che con quelle temperature non vanno. Il colonnello spiega molto precisamente tutti i guai degli automezzi italiani, specialmente per i poveri autisti a meno 20 in cabina. Lo stato d’animo è tutta colpa della letteratura, i libri sulla Siberia, e noi siamo nel sud. Il 26 settembre 1941 in Ucraina ha nevicato. Che fare? Colti di sorpresa tutti da questa scenografia che all’improvviso (all’improvviso?) cambia.
“Come si spiega questa preoccupazione? Credo soprattutto dalla depressione ambientale: il paesaggio è desolato e viene fatto di pensare cosa sarà quando un’infinita distesa di neve coprirà ogni vestigia di vita, senza un punto di riferimento: il deserto bianco. Innanzi il deserto, alle spalle il deserto (e mannaggia il sapere, per chi ricorda la Beresina). Poi, l’abbrutimento della vita nelle case di fango e di sterco, le necessità animali, onde non più, adesso, a i primi freddi, si arriccia il naso quando si parla dell’uso russo di … (non so se mi spiego) in uscire all’aperto, insomma, e di bruciare gli escrementi nelle stufe. Secondo me converrebbe, questo, affrontare coraggiosamente il problema. I casi sono due: o c’è l’eventualità che il bolscevismo non sia applicato completamente prima dell’inverno, oppure: prepararsi a svernare. Se questo è da prevedere come probabile, converrebbe dire (dico in sintesi, si capisce, anche se è crudo): sotto ragazzi, chi muore giace e chi vive si dà pace. E’ la guerra” [82].
Però il cambio psicologico con l’arrivo del freddo c’è. Che guerra sarà col gelo, si chiedono gli italiani. “…l’italiano è animale arciadattabilissino. Se poi si vuole prescindere dai sacrifici, dalle prove che potrà costare una campagna invernale in Russia, c’è da pensare anche alla bellezza, dirò così, sportiva, di un tale cimento”[83].
Acuito dalla maggior penetrazione nella realtà sovietica che estrania e allontana l’uomo del fascismo dalle certezze. “Ma che cos’è questo comunismo?… la vita non era uguale per tutti” si chiede, manifestando l’attrazione fatale che il grande mostro ha sulle coscienza italiane, case coi tappeti e stamberghe, “la scala sociale, si adeguava alla scala dei valori, che è nella stessa natura, e produce il bello e il brutto, il sano e lo storpio, l’intelligente e l’idiota” ripotando tutto nell’alveo di un naturalismo nel quale ammette di avere pochi strumenti di giudizio “riconosco che non si possono trarre deduzioni da poche ore, da pochi giorni di osservazione”; la sua è “una esperienza soggettiva, da cui nemmeno può dunque venire la verità… anche l’esperienza è soggettiva… e allora? Annoto, non concludo; ma sento, un senso di depressione”. Non sa, è in crisi coi pregiudizi? Proprio no, sembra un esercizio di umiltà che si risolve con l’ennesimo atto di fede “Le facce sparute degli adulti, le facce patite dei bambini tristemente rispondono”[84].
Nessuna domanda sulla guerra, che non sia il solito rigirare intorno al senso estetico e mistico religioso della guerra. Il fango di ottobre e novembre, che tutto blocca “invischia immobilizza”, pesa sugli italiani che hanno “le suole delle scarpe rotte tenute su col filo di ferro”, che blocca le colonne dei rifornimenti. Quando si riflette sulla presenza del fango nella memoria dei reduci, incessante, ossessiva, archetipa quasi di tutte le difficoltà umane incontrate insieme alla vastità, al gelo e alla neve, molti si sono spinti a idealizzare questo pensiero: la madre terra, il fango primordiale, il fango dal quale Dio ha creato l’uomo, l’alito che da materia inerte crea la vita. Sotto ai piedi, a bloccare l’avanzata e la vita, c’è un elemento mistico. E’ bene non illudersi che questa sia una ‘scoperta’ di tipo psicologico, una contaminazione di retropensieri: l’immagine del fango primigenio è cattolica. “Poiché uno gli aveva accennato al fango di queste maledette strade di Russia, Padre Salza ha ricordato che il fango è materia preziosa: col fango Iddio ha creato l’uomo; col fango si creano bellissime cose, come ceramiche di gran pregio; e col fango il soldato crea l’edificio della nostra potenza”[85]. A parlare è un personaggio abbastanza noto alle cronache, padre Giacomo Salza, ammiratore di Mussolini e fascista convinto, coetaneo di Frescura. Salza era mutilato della Grande Guerra, cappellano degli Arditi, decorato, e prete che “ferito, non si ritirava dal combattimento, ma continuava ad incitare i soldati alla lotta con parole ardenti d’entusiasmo e di fede”, come recita la motivazione della sua medaglia d’argento. Cosa c’è dietro questo fango vitale? Politica di volontà umana? Affermazione dell’uomo sul sistema? Il mito del fango, nemico che non uccide ma esclude, natura che si frappone tra volontà e realtà, ricorre come un filo ininterrotto.
L’alleato del freddo sono i combattenti dell’altra parte, i russi, per i quali si ha sempre un po’di grande rispetto per i mezzi e meno per i soldati: poi c’è la guerra dei partigiani che impone, lo esterna chiaramente, controlli e costi militari severi e per la quale “Soltanto il terrore, credo, iene a bada i più”. E tra i ‘partigiani’ alla fine ci finiscono i civili in quanto tali, anche le donne. Partigiani che prendono vigore oltre il Dnjeper, che segna il confine ‘etnico’ già da allora su cosa si intendesse Ucraina o Russia: Frescura dice infatti che il confine morale dell’Ucraina è al Dnjeper, dopo inizia veramente la Russia. Non è un particolare di poco conto, perché quelle verso il Don saranno appunto le terre delle Ritirate, e sapere con quali popolazioni i nostri militari hanno avuto a che fare è importante.
Notevole la descrizione del trasferimento a Stalino dopo la Battaglia di Natale, una reale anticipazione dei rigori e della tragedia delle Ritirate, poi arrivano simultaneamente una brutta bronchite e l’ordine perentorio di rimpatrio. La Campagna di Russia del tenente colonnello ‘clandestino’ finisce con un treno ospedale verso l’Italia nel gennaio 1942. Manca quasi un anno al tracollo, i pochi mesi Russia hanno dato a Frescura tante certezze anti comuniste e rafforzato il suo antisemitismo feroce. Ma che esperienza è stata la sua? Lo dice nelle ultime righe, scrivendo l’epitaffio dell’intero corpo di spedizione italiano: “Addio, Russia. E se devo dire ciò che penso a fino in fondo, dico che proprio al momento di passare la frontiera ho l’impressione di uscire dall’incubo. Incubo”[86] .
[1] Attilio Frescura, Diario di un passeggero clandestino, Cappelli, pag. 132
[2] Id. pag. 302
[3] Id. pag. 298-312, qui svolge una lunga trattazione della sua esperienza e una analisi del regime sovietico.
[4] L’autore parla spesso infatti di problemi logistici, di basi, viabilità, fango, colonne rifornimenti, treni.
[5] Id. pag. 410
[6] Id. pag. 13
[7] Id. pag. 454. Tra invenzioni letterarie e aneddoti, Frescura si attiene spesso alla realtà, citando nomi e personaggio realmente incontrati. A testimonianza c’è il nome del caporale Florino Bossuto, che appare sul volantino che i russi recapitarono alle truppe italiane nel novembre 1941. Un volantino di propaganda sovietica che invitava i soldati ad arrendersi. E’ un fatto vero: il caporale del reggimento carri S.Giorgio è effettivamente vissuto, classe 1907, e risulta deceduto in prigionia nel dicembre 1942, secondo il data base dei caduti Unirr.
[8] Id. pag. 135
[9] Id. pag, 137
[10] Id. pag. 132
[11] Id. pag. 194
[12] Id. pag. 130
[13] Id. pag. 134
[14] Id. pag. 243
[15] Id. pag. 131
[16] Id. pag. 188, ‘occorre che io mi sovvenga che, ormai, il mio è tempo di amori venali’, pag. 189, 191
[17] Id. pag. 206
[18] Id. pag. 126
[19] Id. pag. 260
[20] Id. pag. 466
[21] Id. pag. 138
[22] Id. pag. 19
[23] Id. pag. 140
[24] Id. pag. 145
[25] Id. pag. 156. Qui Frescura fa una lunga lista di dirigenti bolscevichi di origine ebrea tra i quali inserisce anche Stalin ‘Giuseppe Gingascvili’
[26] Id. pag. 15
[27] Id. pag. 156
[28] Id. pag. 156
[29] Id. paf. 223
[30] Id. pag. 156
[31] Id. pag. 166
[32] Id. pag. 254
[33] Id. pag. 505
[34] Id. pag. 169
[35] Id. pag. 334. Ad Odessa “sarà la volta degli Ebrei: legge del taglione, legge di guerra”.
[36] Id. pag. 220
[37] Id. pag. 174
[38] Id. pag. 572
[39] Id. pag. 336
[40] Id. pag. 426
[41] Id. pag. 426
[42] Id. pag. 434
[43] Id. pag. 487
[44] Id. pag. 507
[45] Id. pag. 224
[46] Id. pag. 229
[47] Id. pag. 237
[48] Id. pag. 140
[49] Id. pag. 146
[50] Id. pag. 146
[51] Id. pag. 153
[52] Id. pag. 2733
[53] Id. pag. 149
[54] Id. pag. 149
[55] Id. pag. 185
[56] Id. pag. 241
[57] Id. pag. 200
[58] Id. pag. 280
[59] James Hillman, Un terribile amore per la guerrra, Adelphi, 2005, pag. 18
[60] Hillman, pag. 31
[61] Hillman. Pag. 140
[62] Id. pag. 201
[63] Id. pag. 201
[64] Id. pag. 199
[65] Id. pag. 259
[66] Id. pag. 407
[67] Id. pag. 409
[68] Id. pag. 373
[69] Id. pag. 395
[70] Id. pag. 397
[71] Id. pag. 405
[72] Id. pag. 441
[73] Id. pag. 207
[74] Id. pag. 208
[75] Id. pag. 209
[76] Id. pag. 442
[77] Id. pag. 304
[78] Id. pag. 391
[79] Ifd. Pag. 306
[80] Id. pag. 412
[81] Id. pag. 250
[82] Id. pag. 251
[83] Id. pag. 322
[84] Id. pag. 275
[85] Id. pag. 447
[86] Id. pag. 599


