Il blog sulla campagna di Russia

Davai! Le marce della fame e del gelo – fake

Tra il gennaio e il marzo del 1943, dopo lo sfondamento sovietico lungo il fronte del Don, decine di migliaia di soldati italiani dell’ARMIR furono catturati e costretti a marciare per centinaia di chilometri verso l’ignoto. Il grido “davai!” – “avanti!” in russo – scandiva ogni passo, ogni caduta, ogni morte. Non si trattò solo di una deportazione, ma di un rituale di annientamento: fame, gelo, umiliazione e fatica trasformarono le colonne di prigionieri in processioni di fantasmi. Su circa 50.000 catturati, solo 10.000 tornarono. Le marce del davai furono il preludio ai lager, ma anche il luogo dove si consumò il primo strato di tragedia.

L’offensiva Ostrogožsk-Rossoš’ del gennaio 1943 travolse le divisioni italiane “Pasubio”, “Torino”, “Julia”, “Tridentina” e “Cuneense”. I superstiti, feriti e affamati, furono radunati dai sovietici, disarmati con brutalità e privati di ogni bene personale. I fucili gettati nel Don, gli orologi strappati dai polsi, gli stivali requisiti. Poi iniziò la marcia. Senza cibo, senza acqua, con temperature fino a -40°C, i prigionieri furono costretti a camminare per giorni e notti, spinti dai soldati sovietici con urla, baionette e calci. Chi cadeva, veniva lasciato indietro. Chi si fermava, veniva colpito. Il “davai!” non ammetteva esitazioni.

Le marce si snodarono verso le stazioni ferroviarie di Kantemirovka, Rossoš’, Millerovo. I vagoni “quaranta-trenta” (40 uomini, 30 cavalli) attendevano, ma prima bisognava arrivarci. I prigionieri percorsero fino a 200 km a piedi, con razioni inesistenti e neve alta fino al ginocchio. Nuto Revelli, alpino della “Tridentina”, scrisse: “Camminavamo nel silenzio, solo il davai rompeva il gelo. Ogni passo era una preghiera”. Umberto Vigi raccontò di compagni che mangiavano neve sporca per idratarsi, altri che si legavano con corde per non perdersi. Le morti si contavano a centinaia ogni giorno.

Nonostante la disumanizzazione, molti prigionieri trovarono nella marcia una forma di resistenza. Alcuni si scambiavano preghiere, altri cantavano sottovoce canzoni popolari per non impazzire. Donne russe lungo il percorso offrivano pezzi di pane o patate nascoste. Alcuni cappellani militari, come don Enrico Puccinelli, continuarono a confessare e benedire anche durante la marcia. Il “davai” divenne così non solo un ordine, ma un mantra: avanzare per sopravvivere, per non morire congelati, per non essere dimenticati.

Chi sopravvisse alle marce fu caricato su treni diretti ai campi di Oranki, Ivanovo, Kutaisi. Le condizioni peggiorarono: pane ammuffito, acqua contaminata, baracche senza stufe. Ma molti ricordano le marce come il momento più duro: “Nei lager almeno si stava fermi. Nel davai si moriva camminando”, scrisse un reduce. Il gelo dei piedi, le amputazioni, le allucinazioni da fame. Il davai fu il primo lager, mobile e crudele.

Le marce del davai non sono solo un episodio della prigionia italiana in Russia: sono il simbolo di una tragedia ignorata, di un esercito abbandonato, di uomini trasformati in numeri. Oggi, il vento della steppa porta ancora quel grido: davai. Ma lo trasforma in memoria, in ammonimento. Camminare per non morire, camminare per essere ricordati.

Posso anche generare un’immagine che rappresenti una colonna di prigionieri italiani in marcia nella neve, con il Don sullo sfondo e il gelo come protagonista. Vuoi che la crei?